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Ricordo perfettamente dove mi trovavo l’11 settembre 2001 quando successe quello che successe. Come tutti. In quel primo pomeriggio uggioso di metà settembre, con l’estate sfiorita e la scuola alle porte, stavo giocando a Virtua Striker alla sala giochi del mio paesino.

Ancora oggi, ripensando a quei tragici eventi, una delle prime immagini che, inconsciamente, mi salta alla mente è il 4-4-1-1 offensive con il quale il mio Marocco dominava il mondo. Riuscii anche ad entrare in classifica una volta, con un notevole +11 di differenza reti. Lo considero tutt’ora uno dei momenti più significativi della mia pre-adolescenza.

Passavamo pomeriggi seduti sugli sgabelli della versione arcade dedicata a Francia ’98, a sfidarci a suon di cross dal fondo e incornate o di infiniti duetti sulla linea laterale, antesignani del tiki-taka guardioliano, alla ricerca del Best Goal. Il tutto ad onor del vero era reso possibile da un difetto non da poco di quella consolle: toccando delicatamente, con indice e medio, la parte superiore del foro per il recupero gettoni (cosa che mi è tornata utile qualche anno più avanti), potevi godere di crediti pressoché illimitati. Con mille lire giocavamo metà pomeriggio.

Ma cosa c’entrano l’11 settembre e Virtua Striker con la storia che dovrebbe essere raccontata? Le Torri gemelle e tutto il resto, niente. Virtua Striker invece sì, c’entra eccome. Perché qualche anno dopo, a distruggere la nostra ludopatia da bar, arrivò quello che, senza ombra di dubbio, può essere definito il peggior gioco di calcio che mente umana abbia mai potuto concepire: Virtua Striker III. La fine di tutto.

Per chi non avesse avuto il (dis)piacere di spendere neanche 50 centesimi (nel frattempo era entrato l’Euro) per tentare di arrivare allo special match con l’FC Sega, elencherò brevemente le caratteristiche di questa bestemmia ludica. Immaginate due squadre schierate con undici Gattuso e undici Roy Keane. Fatto? Bene. Se ancora non avete vomitato, siete dei veri temerari. Una tonnara infinita a metà campo, contrasti più frequenti degli abbracci di Gianni Morandi. Passaggi massimi contemplati, tre. Espulsioni in serie. Il dribbling, questo sconosciuto.

Già dalla copertina tirava una brutta aria…

In pratica l’unica soluzione possibile per scardinare la difesa avversaria consisteva nel calciare il pallone il più a ridosso possibile dell’area di rigore e augurarsi che il tuo puntero riuscisse a vincere il contrasto con lo stopper avversario, per involarsi verso la porta e trafiggere il portiere. Oppure, intavolare una pseudo-trama sulla linea laterale, sperare che il tuo cursore arrivasse sul fondo prima del terzino o riuscisse, al solito, a soffiargli il pallone per poi crossare alla ricerca del colpo di testa del bomber.

Ed è qui che comincia la nostra storia. Perché l’unico motivo valido per perdere tempo in una cosa così agghiacciante era, almeno per me, il poter scegliere una determinata squadra. La Squadra. Un team in cui un biondissimo numero 4 pennellava caramelle sulla testa di un gigante piazzato a centro area. “Czech Republic”. Press Start.

Il momento più epico di quell’Europeo

Questa è la storia della Repubblica Ceca che ad Euro 2004, nonostante tutto, non vinse. Nonostante il biondissimo numero 4, che in realtà sulla schiena aveva l’11, e il gigante. A scrivere la storia, si sa, sono i vincitori. L’epopea spetta solamente a chi alla fine trionfa. Per gli altri non c’è posto nella memoria. Solo oblio. C’est la vie.

Nel calcio, però, non sempre è così. Nel calcio possono trovare posto anche delle bellissime incompiute, talmente uniche e speciali da riuscire a conquistarsi un posto di prim’ordine tra i ricordi degli appassionati, riuscendo a sovrastare gli stessi vincitori. L’Ungheria di Puskas e l’Olanda di Cruijff e Michels ad esempio, talmente belle e rivoluzionarie nella loro stessa essenza da far passare in secondo piano il fatto che ad alzare la Coppa sia sempre stato qualcun altro.

La Repubblica Ceca no, non può rientrare in questa categoria. Bruckner e i suoi quella Coppa dovevano alzarla, perché era l’occasione giusta e perché le caselle dei perdenti di successo erano già tutte occupate. Trionfare o essere dimenticati. Non c’era scelta. Quando hai dalla tua il giocatore più forte del mondo, il capocannoniere della competizione, un gruppo di giovani promesse che due anni prima si erano aggiudicati l’Europeo Under 21, è giusto provarci. Quando tutte le favorite se ne tornano a casa una dopo l’altra, è lecito sperarci. Quando arrivi lì ad un passo è un dovere sognare.

Milan Baros e Pavel Nedved ad Euro 2004

Ma il destino decise di fare le cose in grande. Forse troppo. Portogallo 2004 diventò l’Europeo dell’imponderabile e la vittoria di una outsider che si stava guadagnando i galloni di favorita evidentemente non bastava. Serviva qualcosa in più. Qualcosa che nessuno avrebbe mai dimenticato. Qualcosa di talmente inopinato da far crollare le più solide certezze.

A Lisbona festeggiò la Grecia, la Cenerentola che non voleva saperne di tornarsene a casa a mezzanotte. Charisteas e compagni scrissero una pagina indelebile di sport, e nessuno si ricorderà di una generazione che otto anni prima aveva meravigliato l’Europa e che adesso aveva finalmente la possibilità di assaporare la gloria. Troppo grande fu lo stupore per quell’epilogo assurdo che lo spazio per ricordare il resto si era esaurito. Ma quell’Europeo dovevano vincerlo loro.

E sarebbe stata comunque una sorpresa. Sarebbe bastata per appagare la nostra voglia di follia, il nostro desiderio di assistere all’impossibile. Ma il destino decise di andare oltre. E nessuno racconterà di quella volta che un piccolo Paese ex-sovietico stava per mettere in ginocchio l’Europa intera.

Il fenomeno Repubblica Ceca nacque otto anni prima in Inghilterra. Alla prima partecipazione ad una grande manifestazione, dopo la scissione della Cecoslovacchia nel 1993, i giovani Nedved, Poborsky, Berger e Bejbl stupirono tutti, eliminando Italia, Portogallo e Francia, prima di arrendersi al golden gol di Bierhoff in finale. L’avvenire sembrava roseo per questi astri nascenti, ma la mancata qualificazione al Mondiale francese e l’uscita al primo turno in Belgio-Olanda ridimensionò non poco le aspettative su questa nazionale, tanto da far apparire l’exploit inglese come il classico fuoco di paglia.

Nel 2002, mentre la nazionale maggiore falliva ancora una volta la qualificazione ai Mondiali, una nuova generazione scrisse il nome della Repubblica Ceca su un albo d’oro: campioni d’Europa Under 21. Nuova linfa per una nazionale che sembrava aver perso smalto e che invece si presenterà in Portogallo, due anni dopo, con qualcosa in più della semplice etichetta di outsider.

D’altra parte, tutte le grandi del continente stavano attraversando una fase di transizione in cui una sorpresa poteva insinuarsi e trovare terreno fertile per scrivere un copione inusuale. La Francia stava raccogliendo i cocci di una spedizione nippo-coreana disastrosa, preparandosi al canto del cigno del 2006. La Germania aveva giocato il jolly ai Mondiali asiatici. All’Italia del Trap rimase indigesto il biscotto scandinavo. La Spagna non era ancora la Spagna mentre l’Inghilterra era, invece, la solita Inghilterra.

I cechi potevano contare, al contrario, sul giocatore più forte del mondo, quel Pavel Nedved che solo sei mesi prima aveva messo in bella mostra in salotto il Pallone d’oro e su quello che a fine torneo si aggiudicherà la Scarpa d’oro, Milan Baros, con 5 reti. Se a questi si uniscono un portiere che si stava imponendo come uno dei migliori al mondo, Peter Cech, due esterni duttili e di grande qualità arrivati alla piena maturità, come Poborsky e Smicer, e Ian Koller, un gigante di due metri e due a centro area, le carte in regola per scrivere una favola a lieto fine c’erano tutte.

E poi ancora: Grygera, con ancora l’etichetta di predestinato attaccata addosso, prima di diventare un articolo da saldi di fine serie e Ujfalusi, futuro idolo della Fiesole. L’equilibrio di Galasek, la spinta di Jankulovski. E i piedi di zucchero di Tomas Rosicky. Non è una nazionale formidabile, intendiamoci, ma un’ottima squadra nel posto giusto al momento giusto.

Una compagine pronta ad approfittare del vuoto di potere lasciato dalle grandi. Una generazione temprata dal freddo della Boemia e dallo statalismo sovietico, in grado di prendersi le proprie responsabilità ed entrare nella storia. Una squadra di cui ci si può innamorare.

Dovevano vincere, nessuno me lo toglierà dalla testa. Doveva vincere Pavel, perché sarebbe stato il giusto premio dopo la squalifica beffa nella finale di Manchester dell’anno prima. Se il Porto aveva potuto alzare la Champions League, cosa poteva impedire loro di sognare? Dovevano vincere loro, una volta arrivati fin lì. Avrebbero vinto loro, solo se il calcio fosse una scienza esatta.

Non puoi battere Germania e Olanda, distruggere la Danimarca ed infrangerti sulla Grecia. Non puoi vincere per due anni ininterrottamente e fermarti ad un metro dal traguardo. Perché questa squadra non perdeva da ben due anni: un solo pareggio in Olanda e sette vittorie nel gruppo di qualificazione. Più le quattro consecutive in Portogallo. Era la loro occasione e l’hanno fallita. Miseramente.

Ma l’illusione non è svanita sul gol di Dellas. Quello è stato soltanto il finale più scontato. È finito tutto al 40° minuto di quella maledetta semifinale, quando il condottiero ha alzato bandiera bianca e ha lasciato sole le sue truppe sul più bello. Come a Manchester. Il destino si è accanito con Pavel Nedved, con quella sua zazzera bionda al vento, che in quegli anni solcava i campi d’Europa e non temeva nessuno. Il peso specifico del numero 11 era troppo alto; il peso delle responsabilità non trovò spalle abbastanza larghe su cui appoggiarsi.

La macchina, fin lì perfetta, di Bruckner perse il suo ingranaggio fondamentale. L’architrave sul quale poggiavano degli ottimi mattoni. E sul quale si sorreggevano i sogni. Tutto sembrava andare per il verso giusto anche quel giorno. I cechi si stavano dimostrando padroni del gioco, sfiorando più volte il vantaggio. Poi le certezze crollarono.

Il resto fu una partita tattica, spigolosa, di quelle che resero grande il collettivo di Rehhagel. Poche occasioni, molto agonismo. Un terzo turno di un match a Virtua Striker insomma, di quelli dove il COM inizia a fare sul serio e non ti resta che appellarti ad un cross decisivo del biondo. Che però non c’era più. La tela ellenica anestetizzò i cechi, che con il passare dei minuti iniziarono ad intravedere l’ombra della beffa.

A porre fine all’agonia di una squadra ormai rassegnata alla propria sorte, fu uno stacco di testa ad attaccare il primo palo del perugino Dellas su corner. Un silver gol che valeva oro. Il primo gol subito da calcio d’angolo sotto la gestione Bruckner.

Il fato aveva fatto la sua scelta. Grecia vince, razionalità perde. Non ci fu neanche il tempo di riprendere il gioco. Finì così. Titoli di coda. Luci in sala. Lacrime. E allora, cosa rimarrà di questa splendida incompiuta?

La spumeggiante solidità di una squadra in cui potevano coesistere due punte, tre centrocampisti offensivi e due terzini di spinta. La grande rimonta sull’Olanda, quando l’azzardo ebbe la meglio sulla logica e sulla paura. Fuori Grygera, nel primo tempo, e Galasek, dentro Smicer e Heinz. Bruckner, grande appassionato di scacchi, ribaltò la partita con mosse perfette. Un 2-5-3 offensive che avrebbe fatto impallidire anche gli sviluppatori della Amusement Vision. L’espulsione di Heitinga fece il resto: 3-2 finale, all’88°. Gol di Smicer, ovviamente.

Mister Karel Bruckner

Le quattro vittorie consecutive, unica squadra del torneo ad inanellare il filotto. Il sorriso sornione di Karel Bruckner, con quel viso scavato dal tempo e dal freddo, da figlio dell’Est, i capelli ingialliti e ordinatamente pettinati con la riga da una parte. In patria veniva soprannominato Klekih Petra, come il capo indiano di una serie televisiva degli anni ’70. Uno che non avrebbe sfigurato neanche sul grande schermo, potete giurarci, con quell’eleganza composta. Il Nick Nolte di Olomouc.

Karel Bruckner sul red carpet di Cannes (o quasi…)

E poi: i cinque gol di Baros, che a vent’anni ancora non sapeva cosa non sarebbe diventato; gli occhi di giaccio di Nedved, impietriti ed impotenti dinnanzi all’ultima beffa, l’ennesima. L’utopia che anche la classe operaia può andare in Paradiso. Già, la classe operaia in Paradiso quella volta ci andò per davvero: la guerra tra poveri fu vinta dai più poveri di tutti. Una bella favola, in tutta onestà. Ma di onesto in tutto questo c’è ben poco.

Perché dovevano vincere loro. Doveva vincere Pavel. Dovevano vincere i figli dell’Est. E in questo caso, purtroppo, i cinquanta centesimi per riprovarci e per rigiocare da capo quella partita, non erano contemplati. Continue? 5… 4… 3… Insert coin… 2… 1… Game Over.

 

A cura di Gianluca Lorenzoni