“Sulla questione del ritiro sa tutto il presidente Pozzo. Qualsiasi scelta farò sarà sempre di cuore, perché è giusto così. Se lo merita il presidente, così come tutte le persone di Udine”.

Di Antonio Di Natale se ne parla (e scrive) sempre troppo poco: o in maniera sensazionalistica, alla ricerca di uno scoop sulla data del ritiro di un giocatore classe ’77 che ha dominato la Serie A per un decennio, oppure con una costante patina di tenerezza e simpatia, come davanti ad un ottuagenario che racconta storie di gioventù ingigantite dal filtro dei ricordi e dalla fantasia: una sorta di Big Fish del calcio italiano di provincia.

Quello di cui si parla poco è l’essenza del Di Natale calciatore. Ovvero i suoi gol, le sue personalissime prodezze, quelle opere inscenate sui campi della Serie A per 14 lunghi anni. Perché a ridosso del suo ritiro – prima annunciato, poi smentito e infine confermato – possiamo finalmente chiederci: che attaccante è stato Antonio Di Natale in arte Totò? 

Sicuramente unico, probabilmente fuori tempo. Uno degli ultimi baluardi di un calcio attiguo a quello dei grandi solisti degli anni ’90, composto di soliloqui, lunghe pause e improvvise giocate in bilico fra istinto e classe. Uomo dei gol impossibili. È lo scugnizzo atipico che ha eretto una sorta di feudo in Friuli, ritagliandosi una carriera da highlander del pallone.

Insomma, Totò rimane una delle icone del calcio italiano che nell’ultimo decennio ha sbalordito più di tutti: migliorando con gli anni come un ottimo Tocai. Nella ricchissima galleria espressionista dei suoi gol, ne ho scelti cinque che, più di altri, ho ritenuto rappresentativi per intuire la quintessenza di un talento calcistico senza pari.

Catania – Udinese 0-2

Pochi altri gol hanno una percentuale dinataliana come questo. Se esistesse una scala di purezza per misurare un gol in base alle caratteristiche tecniche del suo autore, il 2-0 siglato al Massimino di Catania si aggirerebbe probabilmente su percentuali degne del Walter White di Breaking Bad. Scatto in profondità a tagliare la difesa, perfettamente in linea con i centrali, controllo e immediato dribbling sul portiere in uscita e infine il colpo di genio che abbaglia gli occhi.

Quando la palla sembra ormai troppo decentrata rispetto al recupero in scivolata di Spolli, Totò ha già in mente l’unica giocata possibile per mettere dentro un pallone del genere: uno scavetto beffardo d’esterno destro, eseguito a velocità supersonica, con potenza e giro appena necessari per entrare inesorabilmente in porta. È un colpo “da cortile”, di quelli che ricordano da vicino le partitelle fra ragazzini su improbabili campi di cemento cittadini.

Talento, colpo d’occhio, rapidità d’esecuzione e fantasia concentrate in un colpetto da guitto di strada: Monicelli lo apostrofava come “genio”. E probabilmente rimane la definizione più calzante.

Udinese – Chievo Verona 3-1

Se Totti non avesse segnato lo stesso gol ricalcato su carta-velina a Marassi contro la Samp, probabilmente staremmo disquisendo di uno dei dieci gol più difficili dell’ultimo decennio di Serie A. Ma pare che il fil rouge della strana carriera di Di Natale corra proprio su questa direttrice: un eterno maghetto di periferia, una sorta di acrobata del pallone che sconta la lontananza dalle piazze centrali e dai riflettori con la luce ad occhio di bue.

Un esiliato di lusso che incanta gli occhi di una platea ristretta e mai assuefatta a certe giocate. Il 3-1 contro il Chievo è la dimostrazione plastica di una classe naturale: è questione di dna. Un’esecuzione talmente perfetta da sembrare irreale: operata col piede debole, non lascia scampo. Ne esce fuori una traiettoria da videogame, come quando si prova il tutto per tutto per recuperare uno svantaggio e ci si lascia andare a giocate incoscienti col joypad in mano.

Ecco, probabilmente è l’incoscienza il tratto distintivo di questo arcobaleno mancino: l’altra faccia del genio. Je so’ pazz’ cantava Pino Daniele, Totò rende suo il concetto con un tiro impossibile per pensiero ed esecuzione su un campo da calcio.

Udinese – Napoli 3-1

Quando si pensa a Di Natale vengono subito in mente giocate di un certo tipo: controlli nello stretto, colpi di tacco al volo, aperture a tagliare il campo e gol di classe; difficilmente entra in gioco il concetto di potenza. Ma se andiamo ad analizzare l’impressionante curriculum di reti del genietto partenopeo, scopriamo che un numero considerevole sono avvenute da fuori area, dove un peso specifico decisivo è ricoperto dalla potenza di tiro.

Di Natale rimane forse il soggetto più distante dal concetto archetipico di “potenza”, eppure il suo destro secco e chirurgico è un inno alla perfezione di calcio. Basta osservare con attenzione il gol contro il Napoli al Friuli. Una botta da fermo dai 25 metri che va a finire proprio all’incrocio: un compendio di potenza, pulizia e padronanza assoluta di tiro. Un collo esterno che viaggia su un equilibrio inverosimile.

Come una creazione modernista di Gaudí, di quelle composte da forme ellittiche, che dominano dall’alto il Parc Güell di Barcellona e che – assemblate insieme da una mano visionaria – lasciano negli occhi una forma di stupore per la loro armonia complessiva.

Udinese – Palermo 3-1

Altra diabolica creazione direttamente dalla piccola bottega artigiana dei gol impossibili. Al Friuli contro il Palermo di Cavani e Miccoli, Totò mette in chiaro chi recita la parte del cannibale. Vincerà la classifica marcatori per distacco, e il secondo gol contro i rosanero è semplicemente un rapido kit d’istruzioni sul “come fare a segnare un gol alla Di Natale”.

Il lancio in profondità di D’Agostino è ben calibrato, Totò scatta con il solito tempismo felino e nel soffio di 3 secondi ha già impresso in mente la sequenza del gol. Lo stop, anzitutto: morbido, anestetizzante. La palla gravita senza compiere giri superflui e senza sfuggire all’immediato tocco finale. Dellafiore avrebbe anche il tempo per il recupero, ma con Di Natale è impossibile: troppa rapidità d’esecuzione in un fazzoletto d’area. In 50cm³, in un secondo netto, esegue stop e lob calibrati alla perfezione per infilare Amelia in disperata uscita.

Le reazioni dei due difensori palermitani parlano più di mille parole: braccia spalancate, e l’aria di chi è sconsolato perché già sa che non può farci niente.

Udinese – Reggina 2-0 (doppietta)

La doppietta più infattibile della storia della Serie A. O meglio, tecnicamente parlando una delle più difficili ed inconsuete mai ammirate. Come sempre il palcoscenico del Friuli è quello che esalta le capacità di Totò: come se aleggiasse una leggera follia nell’aria di Udine. Di Natale dà sfogo alle sue pulsioni più istintive e contro la Reggina porta a referto due reti completamente divergenti eppure molto simili. Come se esistesse una famiglia più ampia a cui ogni gol appartiene.

Potremmo apostrofarle come “variazioni sul tema”. Come i grandi compositori Totò si affida all’ispirazione del momento, al fin troppo logoro concetto di carpe diem. Il primo gol è un pallonetto beffardo e maligno, eseguito da fermo, a ridosso della linea di fondo. La cosa che colpisce è l’immediata elaborazione della soluzione per infilare quella palla in fondo al sacco: controllo, occhiata fugace e carezza d’interno a disegnare una traiettoria lenta e alta, di una precisione luciferina, che finisce alle spalle di Campagnolo sul secondo palo.

Il secondo gol, quello che chiude una partita sofferta, è la variazione sul tema della rete al Palermo. Il perfezionamento, ai limiti del parossismo, di quella prodezza. Il solito lancio in profondità di D’Agostino, il classico taglio alla Totò e poi una meraviglia che può appartenere a giocatori del calibro di Roberto Baggio o Romario, metà umani e metà divini. C’è qualcosa di coreografato in questa rete: una sorta di balletto sulle punte con una reattività da tip-tap, con il pallone che danza insieme a Di Natale.

È forse la cosa più vicina al concetto di foca ammaestrata che gioca a calcio (se escludiamo un pittoresco quanto inutile show di Nappi con la palla in testa): controllo volante al limite del paranormale, con il collo del piede, pressato da un difensore e con Asamoah a fianco, infine una botta secca di collo incrociata nell’angolino più lontano. Il tutto sbucando a velocità massima, in uno spazio utile per contenere una sedia da giardino.

Devastante per proprietà tecnica, capacità di lettura e rapidità d’esecuzione. Da salvare e mixare assieme all’iconico balletto di Fred Astaire e Ginger Rogers sulle note di Singin’ in the Rain. Stesso ritmo, stessa scioltezza. Questione di nobiltà.