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“Are you a fascist, Paolo Di Canio?”

Questa è la prima domanda che venne rivolta a Paolo Di Canio, durante la conferenza stampa di presentazione come manager del Sunderland nel 2013. E questa è la prima domanda che probabilmente sorge spontanea nella testa di tutti – la prima associazione mentale, si potrebbe dire – quando si nomina Paolo Di Canio.

Personaggio che però sarebbe superficiale ridurre ad un unico, semplice concetto. Oltretutto politico. Amatissimo in Inghilterra e ripudiato sostanzialmente in ogni stadio e città d’Italia, ritratto di uno dei calciatori più scomodi e controversi di sempre.dicanio1Perché Di Canio non è mai stato un personaggio semplice. È anzi l’emblema del personaggio che divide, che spacca l’opinione pubblica: il tipico character che rispetti o odi visceralmente. Diretto, schietto fino all’eccesso, intransigente e politically uncorrect, è stato capace negli anni di atteggiamenti tutt’altro che edificanti, così come di inaspettati gesti di sportività.

Paolo nasce a Roma, ironia della sorte, nell’estate della contestazione, in quel ’68 che scosse le fondamenta borghesi italiane. È ben presto soprannominato er Pallocca (il cicciottello in romanesco) per quella sua irrefrenabile passione per Coca-Cola e cioccolato, che lo rende sovrappeso fin dall’infanzia. La casa dei genitori, un essenziale monolocale situato all’interno di un tipico casermone da Italia del boom economico post-bellico, si trova nel quartiere popolare del Quarticciolo.

Non il luogo migliore al mondo dove crescere, ma certamente neanche il peggiore. Come spesso ricorda lo stesso Paolo, la sua infanzia scorre tutto sommato tranquilla e di fatto non gli manca nulla. Sin da giovane, però, il suo carattere da bastian contrario, sfrontato al limite dell’arroganza, appare chiaro a chiunque: basti pensare che opta da subito per i colori laziali nonostante – o forse proprio per questo – la famiglia si professasse totalmente di fede giallorossa. In isolata opposizione fin dalla tenera età.Paolo_Di_Canio_1Di Canio cresce in periferia, giocando a calcio per strada con gli amici di borgata su quelle vie disegnate a tavolino in mezzo al rigore formale dei caseggiati IFACP di stampo razionalista, inseguendo segretamente il sogno di poter indossare la tanto agognata maglia delle Aquile. Sogno che presto si trasforma, più che in un obiettivo concreto, in vera ossessione: un traguardo da raggiungere con ogni mezzo e a cui dedicare ogni singola fibra corporea.

Infatti, come spesso ama ricordare, per Di Canio non esistono alternative o vie intermedie: o si vince o si perde. Una visione totalizzante ed estrema del concetto di competizione.

“Ci sono due modi per tornare da una battaglia: con la testa del nemico o senza la propria.”

Sul campo, la carriera del Di Canio giocatore è costellata di ottime prestazioni fin dai primissimi anni ’80, che lo rendono un nome noto nell’ambiente calcistico romano; alternate, però, a clamorose cadute. Infatti il ragazzo è forte, anzi fortissimo, ma non gioca con i compagni. È egoista, e quel carattere così esuberante e spaccone ne frena un’esplosione annunciata. Che siano compagni, avversari o arbitro, tutti prima o poi finiscono per scontrarsi con lui. In una pedissequa emulazione del suo idolo Giorgio Chinaglia.

Tuttavia, emerge ben presto un elemento che negli anni diventerà imprescindibile per il Di Canio giocatore. L’etica di Paolo prevede infatti che tra compagni ci si possa insultare e scontrare, ma che nessun avversario debba permettersi di fare la stessa cosa. Lo spogliatoio viene di fatto elevato a qualcosa di sacro, quasi esistesse un legame mistico ed indissolubile. Al limite dell’ossessione paranoide e del culto.

Un organismo autarchico che si autoregola dall’interno, presentandosi infrangibile ed unitario all’esterno. Il concetto primigenio di cameratismo sportivo spinto fino al parossismo. È questa ferrea etica personale che, in un secondo momento, lo renderà maggiormente benvoluto dai compagni.

Di Canio mentre - a fine carriera - gestisce a modo suo lo spogliatoio.

Di Canio mentre gestisce a suo modo lo spogliatoio

Ed è proprio questo approccio cameratistico allo spogliatoio ad evitare che la solitudine tecnica del Di Canio giocatore divenisse una caratteristica anche del Di Canio uomo, che, di fatto, resta una persona con cui è difficoltoso scendere a patti, chiusa in un eremo di diffidenza, orgoglio e rigore ideologico. Ma che probabilmente per i compagni di squadra avrebbe fatto qualsiasi cosa, quantomeno su un campo da calcio.

Sono proprio le altissime aspettative personali a rischiare di isolarlo dal mondo esterno, alla luce del fatto che quelle stesse aspettative le ripone allo stesso modo sulle altre persone. Sviluppando così un inasprimento nelle reazioni e nei gesti, sia in campo che fuori.

Tornando allo step fondamentale d’inizio carriera, durante una partita della Pro Tevere, Paolo viene notato da Aldo Angelucci, padre di un avversario nonché giornalista per il Corriere Laziale e frequentatore della galassia professionale che ruota attorno alla Lazio. È proprio in seguito alla segnalazione di quest’ultimo che Di Canio si unisce, appena quattordicenne, alle giovanili della Lazio. Finalmente, il sogno si avvera.

Di Canio mentre fomenta gli "Irriducibili".

Di Canio mentre fomenta gli “Irriducibili”

Nel passaggio dalla Pro Tevere alla Lazio, il fu Pallocca si porta dietro l’enorme bagaglio tecnico di cui già allora dispone, ma anche tutti i limiti caratteriali che lo contraddistinguono. Limiti che vengono esecerbati dalle nuove frequentazioni domenicali di Paolo: i ragazzi della frangia ultras “Associazione Mr. Enrich”, che deve il proprio nome all’esuberante personaggio di un fumetto britannico, e che nel 1987 avrebbe cambiato il proprio nome in Irriducibili.

Gli Irriducibili rivoluzionano il modo di tifare della curva Nord laziale – sono infatti aboliti i tamburi in favore del tifo corale “all’inglese” -, e sostanzialmente gestiranno il cuore del tifo ultras laziale fino al 2010 quando, decimati nei ruoli chiave da denunce, daspo, arresti e diffide, abdicheranno al ruolo di dominus del tifo biancoazzurro.

Già, perché se da un lato gli Irriducibili negli anni si sono fregiati di storiche alleanze con Inter, Hellas Verona e Real Madrid, di coreografie ad alto tasso di spettacolarità e di un tifo sempre presente, dall’altro si sono macchiati di ignobili atti che li hanno invisi sia alla maggior parte delle curve italiane che ad altri gruppi di supporter laziali: in questo senso, è decisivo il passaggio di testimone generazionale fra Irriducibili e i vecchi Eagles’ Supporters.

Sampdoria – Lazio, Pari e Di Canio (1990)

Alle cronache sono passate la contestazione societaria – con annesso lancio di oggetti – che ha paralizzato Roma in seguito della cessione di Beppe Signori, l’esibizione di simboli politici legati all’estrema destra (il fascio littorio in primis) e i cori razzisti con cui hanno accompagnato per mesi le giocate di un loro stesso calciatore: Aaron Winter. Senza citare le numerose manifestazioni domenicali di violenza. È proprio con loro che Paolo pensa bene di condividere gran parte dei suoi weekend romani.

Partita al sabato pomeriggio e partenza con gli Irriducibili la notte: per qualche anno, è questa la doppia vita di Paolo Di Canio. Che, sebbene condividesse gran parte delle posizioni politiche del gruppo, proprio per quel carattere introverso, serioso ma fiero riesce a mantenere un inaspettato margine di autonomia di pensiero, che forse lo rendeva potenzialmente ancor più a rischio rispetto al “compagno medio” ultras.

“Al contrario di quel che pensa la gente, ho sempre ascoltato – con attenzione, badate bene – il parere di tutti. Se sono ideologicamente vicino alle idee di destra, è perché le sento mie. Non per imposizione. Non perché sono stato influenzato: nessuno mi ha mai fatto il lavaggio del cervello”.

Ad ogni modo, nel 1986/87 Di Canio è già pronto per il professionismo, è impossibile non innamorarsi della sua capacità di dribblare o di quel tiro di mezzo-collo secco e preciso. Neanche 18enne, viene spedito a farsi le ossa in provincia: più precisamente nella Ternana, in serie C2. L’idea è quella di fargli giocare una quindicina di partite, ma attorno alla decima giornata Paolo si prende la maglia da titolare e non la lascia più. Diventando così un punto di riferimento nel bel mezzo di uno dei feudi italiani del tifo di estrema sinistra, quello della curva ternana e della sua classe operaia figlia delle acciaierie.

Dopo un anno ritorna alla Lazio, saltando però l’intera stagione della promozione nella massima serie a causa di un pesante infortunio. Tornato più carico di prima, gioca due stagioni fatte di alti e bassi. Apprezzato dai tifosi per quel suo modo d’essere senza reticenze o maschere, oltreché per quello stile un po’ sudamericano con cui dà del tu al pallone, diviene fin da subito una colonna dell’Under 21, nonché uno dei talenti più apprezzati nel panorama europeo.napoli-paolo-di-canio-171-merlin-calcio-94-italian-serie-a-football-sticker-46804-pAl termine della stagione 1990/91, però, Di Canio subisce quello che definirà “il tradimento peggiore della mia carriera”. Le cattive finanze del club laziale, infatti, portano la dirigenza all’amara decisione di vendere il proprio gioiellino. Arriva così una chiamata da Torino, sponda Juventus, che accetta. Qui però fu chiuso da calibri pesanti come Baggio, Schillaci e Casiraghi prima e da Ravanelli e Vialli poi, trovando pochissima continuità di rendimento.

A questo si aggiunge la tipica e sempre più marcata abitudine di non mandarle a dire a nessuno. La diplomazia non è mai stata il suo forte, per usare un eufemismo. Se con Gigi Maifredi viene siglata un’apparente tregua, ben diverso è il rapporto col Trap: quando i due arrivano quasi alle mani negli spogliatoi è chiaro a tutti che l’avventura all’ombra della Mole è ai titoli di coda.

Difatti, nel luglio del 1993 viene spedito in prestito al Napoli durante il suo ultimo anno di contratto, lasciando a tutti l’impressione che la carriera di quel talento così cristallino sarebbe presto naufragata a causa di quel carattere irrequieto e spigoloso.

Contro ogni pronostico, a Napoli Di Canio rinasce. Dopo una stagione esaltante viene inserito nella squadra ideale del torneo, rilanciando le proprie quotazioni. Al contrario delle aspettative Di Canio sembra infatti aver messo la testa a posto: se il matrimonio gli ha dato quella tranquillità che ha sempre cercato ma mai afferrato, è la nuova consapevolezza del proprio ruolo di calciatore che limita la tendenza giovanile agli accessi, tecnici e non. Per la prima volta pare aver raggiunto un vero equilibrio.

“In quegli anni, quando gli altri stavano ad Ibiza io ero ad allenarmi in Calabria col mio preparatore. Sono migliorato fisicamente e tecnicamente: ho accantonato le inutili leziosità che facevano infuriare il Trap e mi sono messo al servizio della squadra. Ho conservato qualche tocco, il gusto per il dribbling, la passione per le fughe sulla fascia. Ma nel contempo ho capito che non bisogna esagerare.”

Se la Juventus vuole inserirlo nell’affare Ferrara per non perderlo a parametro zero, è invece il Milan ad accaparrarselo. Nonostante la manifestata intenzione di rimanere a Napoli, il ventiseienne Di Canio passa dopo un sign-and-trade coi partenopei (rifiutando il rinnovo di facciata con la Juve) proprio ai rossoneri, nel 1994, per circa 9 miliardi di lire. Superfluo dirlo: nel biennio milanista l’idillio con tifosi e compagni non sboccia mai. A decretarne la cessione è ancora una volta un litigio con l’allenatore di turno (Fabio Capello), con cui s’inimica pure tutto lo spogliatoio. dicaniomilanFinito il campionato 1994/95, i rossoneri sono invitati a una tournée estiva in estremo Oriente. In Indonesia Capello decide di portare i giocatori meno impiegati in campionato, più qualche prestito da altre squadre di Serie A. Durante l’intervallo di una di queste partite, l’allenatore annuncia a Di Canio che sarebbe rimasto nello spogliatoio per fare spazio a qualche ragazzino. La risposta di Paolo non si fa attendere:

“Cazzo! Non mi fai giocare in campionato, e mi togli anche nelle amichevoli?

Capello ribatte a muso duro, dicendo che non deve fiatare e che le decisioni le prende lui e nessun altro. Dopo una serie infinita di reciproci “vaffanculo”, la situazione degenera e, solo grazie all’intervento dei compagni, i due non passano dalle parole ai fatti. Retorico aggiungere che in quella stagione Di Canio giochi pochissimo, decidendo di andarsene e di porre fine ad un biennio ricco di successi di squadra (lo Scudetto) ma avarissimo di soddisfazioni personali.

Nell’estate del 1996 – scelta inusuale per l’epoca – emigra oltremanica, in Scozia, per giocare nel Celtic di Glasgow. In una sola stagione sublima in idolo dei tifosi scozzesi, e gioca talmente bene da essere eletto Giocatore dell’anno della Scottish League. Se chiedete di lui da quelle parti tutti ve ne parleranno bene, incantati dal suo attaccamento alla maglia e dalla sua voglia di non arrendersi mai, prima ancora che dalle sue giocate così creative ed inusuali per il livello del calcio scozzese.paulooo_1621997aNell’estate del 1997 Di Canio litiga con la dirigenza per questioni contrattuali, accusandola inoltre di scarsa volontà nel colmare il gap economico e tecnico con gli odiati rivali dei Rangers. Più volte sbeffeggiati nei derby cittadini, tra le altre cose. Insomma, Paolo sembra aver bisogno di un nemico esterno, di un’autorità più alta contro cui combattere e immolarsi. Di un totem da esorcizzare fino all’esaurimento di ogni energia psico-fisica. Come in una sorta di rito tribale.

Lasciata frettolosamente la Scozia, Paolo sbarca in Premier League allo Sheffield Wednesday. Il calcio inglese di fine anni novanta gli calza a pennello: nonostante non sia un gigante (178 centimetri) fisicamente si sa difendere, aspetto fondamentale in Premier, e non disdegna mai un tackle né tira indietro la gamba. Anzi, è proprio quel suo agonismo feroce ma leale che ne facilita l’ambientamento, esaltandone le caratteristiche tecniche.

A suggellare una stagione da matricola d’oro, arriva a fine anno l’incorazione – ex aequo con Gianfranco Zola – come Player of the Year. Per lui, adesso, cominciano a farsi sempre più pressanti le attenzioni dei top club europei. In particolare a volerlo maggiormente è nientemeno che Sir Alex Ferguson, che non riuscirà mai a portarlo alla corte dei Red Devils ma che anni dopo dichiarerà:

“Ho allenato grandissimi giocatori, ma ho il rimpianto di non aver mai potuto allenare Paolo Di Canio, che giocando con me nel Manchester United avrebbe potuto competere per il Pallone d’Oro”.

Con la periferica e scorbutica Sheffield sembra l’inizio di un idillio destinato a durare nel tempo e invece, come al solito, nella vita di Paoletto accade qualcosa che rischia di distruggergli la carriera. È il 26 settembre 1998, quando si rende protagonista di un episodio increscioso: Di Canio protesta contro l’arbitro Paul Alcock che lo espelle e, spingendolo più o meno volontariamente, lo manda al tappeto.

La goffaggine del direttore di gara rende la scena tragicomica. Quella spinta gli costa 11 giornate di squalifica e i media inglesi, così come un’opinione pubblica piuttosto ipocrita, si scandalizzano e lo demonizzano. È improvvisamente diventato il mostro da sbattere in prima pagina. Una versione speculare del capolavoro di Marco Bellocchio: è lo spauracchio che spaventa il pubblico borghese, quella middle class che dà linfa e denari ai club di Premier.

Pressato da un’opinione pubblica fomentata dalle campagne dei tabloid, che invocano a gran voce addirittura la radiazione a vita, lo Sheffield vende Di Canio al West Ham nel gennaio del 1999 per un pugno di sterline. Con la maglia degli Hammers, Paolo risorge come un’araba fenice e vive una seconda e insperata giovinezza. Tuttora idolo per i tifosi londinesi, vince pure il titolo di capocannoniere nel 1999/00. A testimonianza che il talento calcistico rimane immutato.

Nello stesso anno, riceve dalla Fifa il premio Fair Play per la correttezza e la sportività dimostrata sul campo in un famoso episodio. Il 18 dicembre, durante una partita contro l’Everton, il portiere dei Toffees si avventura fuori dall’area e viene colpito al volto, l’azione prosegue e il pallone arriva a centro area proprio a Di Canio, che avrebbe la possibilità di scaraventare il pallone in rete senza alcuna difficoltà.

Incredibilmente, però, Paolo si ferma, prende il pallone con le mani e stoppa l’azione per favorire i soccorsi al portiere avversario. Il pubblico gli riserva un’ovazione e Sepp Blatter lo incensa pubblicamente. “Ho fatto tutto d’impulso, non certo per le telecamere”, dichiara piuttosto sbigottito a fine partita.

È l’espiazione del caso-Alcock. A 32 anni suonati, Paolo rinasce come uomo e come giocatore. Quasi inspiegabilmente, il mondo dei media parla di lui in termini eccessivamente positivi per la prima volta nella sua lunga carriera. Un colpo di spugna che cancella ogni ombra pregressa. È la parabola del ribelle dal cuore d’oro, con una stucchevole quanto retorica patina di buonismo strombazzata ai quattro venti.

Così, il legame che s’instaura con l’ambiente che circonda il West Ham è ancor più intenso e sentito del primo amore laziale. L’empatia è infatti unica e speciale; tanto che tuttora i tifosi sono soliti dedicargli qualche coro durante le partite, nonostante siano passati più di dieci anni dalla sua ultima apparizione con la maglia dei martelli londinesi.

Calatosi fin troppo nel ruolo di leader carismatico sia dentro che fuori dal campo, Di Canio per quattro anni guida quel West Ham di cui fa parte anche un giovanissimo Frankie Lampard, col quale Paolo inscena un particolare “siparietto” durante un match di Premier.

Prima di un calcio di rigore a favore, infatti, il giovane Frankie si incammina – lui che era designato a farlo – verso il dischetto. Peccato che arrivi a quel punto Di Canio – “cosa mi ha detto non ve lo dico: è censurabile”, dirà Lampard – che dopo un breve ma acceso diverbio, calcia al posto del compagno, segnando. E lasciando al contempo felici e sbigottiti i compagni.

Di Canio mentre “ruba” il rigore a Frankie Lampard

La vera storia nella storia del periodo Hammers di Paolo è però il rapporto con il manager Harry Redknapp. Entrambi orgogliosi e passionali, i rumors raccontano di infiniti litigi negli spogliatoi, a volte sfociati in rissa. Ciononostante, si sono sempre stimati e anzi difesi pubblicamente ponendo in cima alla scala di valori il concetto apicale di gruppo e spogliatoio, sviluppando un rapporto degno di padre e figlio.

“È una persona complicata, ma riesce a fare coi piedi cose che qua gli altri nemmeno si immaginano di fare.” (H. Redknapp)

Nell’estate del 2003 Di Canio, oramai 35enne, passa al Charlton Athletic con un contratto annuale. È il preludio al ritorno nella Capitale. E difatti il sempre discusso e contestato presidente Lotito decide di seguire gli umori della curva, richiamando alla Lazio Di Canio nell’agosto del 2004. Alla presentazione sono presenti 5.000 tifosi: il figliol prodigo è tornato dopo 14 anni d’esilio.

Proprio durante la seconda parentesi romana Di Canio perde ogni controllo sugli eventi. Se alcuni suoi gesti risultano quasi divertenti, tipo esultare facendo finta di zoppicare e indicando i pochi capelli che gli sono rimasti (chiaro riferimento ai media che lo bollavano come vecchio e finito) oppure quando prima di un derby incita i compagni in un colorito romanesco – Aò, li dovemo sfonnà! Avete capito? Li dovemo sfonnà a quelli là!” – altri sono indifendibili.Come quando inscena, in diretta mondiale, il saluto romano ai suoi tifosi, dichiarando poi: “Io non sono quello che viene descritto da alcune persone (…) Non sono un politico, non sono affiliato a nessuna organizzazione, non sono un razzista e non condivido l’ideologia del fascismo. Io rispetto tutti”. Frase che pronunciata da Paolo suona oltremodo grottesca, lui che sul braccio ha tatuata la scritta Dux e disegnato Mussolini con l’elmetto lungo la schiena.

Tra apologie del fascismo, isterismi ed eccessi, la seconda avventura laziale lascia in eredità un relativo successo sul campo. Con la personale soddisfazione della vittoria con annesso gran gol al volo nel derby, proprio sotto alla curva Sud: è il 3-1 che chiude la contesa e carica ancor di più Paoletto che, in piena trance agonistica, esce dal campo mimando un “3” verso la tribuna, mandando a fanculo Dellas e rendendo così incandescente l’Olimpico. È la sua notte. Attesa da oltre 15 anni.

Ritiratosi dopo un biennio alla Cisco Roma, negli anni si è (nuovamente) dato una calmata. Con qualche eccezione. Suscita infatti scalpore quando, nel 2010, presenzia al funerale dell’ex terrorista nero Paolo Signorelli.

Uno la cui biografia sembra recitare alla perfezione l’ideale di vita affannosamente rincorso da Di Canio: ex miliziano di Ordine Nuovo, professore di storia al liceo classico, imputato nel processo per la strage di Bologna, e infine assolto da ogni capo d’accusa dopo 10 anni di carcere. Isolato, controverso e oltremodo discutibile. Uno che è passato alla storia negli ambienti romani grazie alla frase “meglio terroristi che borghesi”. Sostanzialmente, un compendio delle convinzioni con cui Di Canio è cresciuto.

Fatti di cronaca a parte, dopo aver appeso gli scarpini al chiodo si è buttato a capofitto nella carriera di allenatore in Inghilterra. Anche Oltremanica fa parlare di sé per un’anacronistica provocazione nei confronti dei suoi giocatori: proibisce i “tagli di capelli troppo estrosi” e addirittura l’utilizzo dei guanti durante le partite ufficiali. Un grossolano revival di machismo militaresco che fa quasi sorridere.

Fatto sta che da allenatore se l’è cavata decentemente. Soprattutto allo Swindon Town, che ha guidato alla promozione dalla League Two alla League One, e dove si è reso celebre – davanti alle telecamere – per aver agguantato per il colletto un suo giocatore, reo di aver difeso male su un corner nel finale.

Dopo la negativa stagione al Sunderland, ha deciso di collaborare come telecronista per Fox Sports. Anche da queste parti, nella versione guascona ma under control, è molto stimato e piacevole da ascoltare nei suoi giudizi tecnici. Perché si può dire tutto di Di Canio, ma non che non sia interessante nelle sue esternazioni calcistiche; anche quando senza troppi peli sulla lingua bolla come “pippe” i giocatori. Per maggiori ragguagli chiedere a Loic Remy del Chelsea.Seguace del motto “chi mena per primo mena due volte”, anche in giacca e cravatta Paolo Di Canio conserva il suo essere fedele a se stesso. Un monolite, pronto a difendere le sue posizioni e ad esternare sempre e comunque tutto in faccia. Senza filtri etico-morali di sorta. Con il costante rischio di risultare forzato, caricaturale: un personaggio mediatico ad ogni costo.

Politicamente scorretto, eversivo, talentuoso e senza dubbio controcorrente. Amato e odiato, sicuramente discusso e oltremodo discutibile. È il ritratto del giocatore italiano più belligerante di sempre. O di un insicuro ragazzo di borgata alla disperata ricerca di un’identità. Paolo Di Canio: solo contro il mondo.