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Mi capitò perfino di ricevere palla dal nostro numero 10, un fuoriclasse fighetto che avevo sempre visto giocare da lontano: guardò proprio me e me la passò, con l’aria di un García Márquez che mi porgeva il suo taccuino per gli appunti dicendomi “Tiemmelo un attimo che vado a pisciare.” (A. Baricco; I Barbari)

Italiani, popolo di santi, poeti, navigatori. E trequartisti. Può sembrare strano ma c’è stato un periodo in cui la Serie A pullulava di numeri dieci, artisti della trequarti, anarchici e indisponenti ma tremendamente essenziali per dare un senso alle sovrapposizioni asettiche dei terzini, agli inserimenti a testa bassa delle mezzali o ai movimenti automatizzati delle punte. Uomini soli, tenutari del sapere calcistico, in grado di sparigliare le carte con un colpo di genio o un’intuizione estemporanea in mezzo a pause estenuanti ed eclissamenti più o meno volontari.

C’è stato un tempo in cui anche le squadre di bassa classifica potevano vantare fantasisti sopra la media, diventati poi dei veri e propri cult fra appassionati degli anni novanta e primi duemila. Espressione di come la genialità possa divampare a tutti i livelli e di come non se ne possa fare a meno, neanche se devi sudarti i punti ogni domenica, e confidare nella luna buona di uno che magari voglia di correre non ne ha proprio può sembrare rischioso, se non eccessivo.

E se da una parte troviamo i Baggio, i Del Piero, i Totti – unici per continuità e soprattutto capacità realizzative – gli Zidane e i Rui Costa, simboli dell’élite pallonara ed accentratori del dibattito nazionale, dall’altra esistono una schiera di talenti incompresi, promesse mantenute solo in parte, portatori sani di fantasia e discontinuità, destinati però a regalare gioie sui campi di provincia. Dove spesso vengono ricordati come veri e propri eroi.

Identikit: fantasista, mancino, talentuoso, iper-discontinuo

Ciccio Cozza, Locatelli, Stroppa, Doni, Mimmo Morfeo (tanto altalenante quanto sublime nelle giornate di grazia), solo per citarne alcuni. Un unico comun denominatore, un’unica missione: evangelizzare l’arte dell’ultimo passaggio, del gol che non ti aspetti e, perché no, del dribbling superfluo ma da applausi. Lontano dai riflettori, certo, ma molto vicino al cuore degli appassionati.

Tutti i trequartisti sono uguali. Tanta tecnica, poco spirito di abnegazione, superbia quanto basta, estetica in dosi industriali, scarsa concretezza. Ma alcuni sono più uguali degli altri. Lamberto Zauli è uno di questi. Lamberto Zauli è più uguale degli altri.

Con quel fisico da pennellone – era stato divinamente ribattezzato Anatrone da Renzo Ulivieri – e i piedi rubati a chissà quale divinità. Con quella faccia comune, quasi banale, ma con una scienza sul rettangolo di gioco tutt’altro che ordinaria. Lamberto Zauli: l’anello di congiunzione tra un impiegato delle poste e la poesia.

Un classico numero dieci, sfortunato quanto basta, che in meno di dieci anni di carriera ad alti livelli ha fatto le fortune di chiunque gravitasse attorno alla sua aurea. Il toro di Sora Luiso, el Jardinero Cruz e Luca Toni, a Vicenza e soprattutto a Palermo. Lamberto creava e loro, prontamente, ringraziavano. Incassando i dividendi.

C’è un unico filo conduttore che lega l’intera carriera di Zauli, ed ha un nome e un cognome: Francesco Guidolin. Un altro che ha sempre raccolto meno di quanto seminato, un allenatore che a più riprese è sembrato sul punto di fare il grande salto e che invece si è dovuto accontentare di piccoli miracoli in provincia. I due si trovano per la prima volta a Ravenna e da lì in poi sarà un continuo rincorrersi.

A passo lento ovviamente, perché dell’attesa dei tempi giusti Zauli ne aveva fatto un mantra personale. È così che un non proprio giovanissimo Lamberto sbarca in Serie A a 26 anni, nel 1997, a Vicenza.

Negli anni precedenti si era fatto le ossa in Romagna, aveva conquistato una storica promozione in Serie B sotto la guida del suo maestro in compagnia di gente come Toldo, Torrisi e Scapolo facendo poi la spola tra B e C1 insieme a Buscè, Tonetto, un giovane Christian Vieri prima e Stefan Schwoch poi. Un’altra promozione nel 1996 e un ottavo posto da record la stagione successiva. Insomma, era arrivato il momento del grande salto.

Il Vicenza, fresco vincitore della Coppa Italia, è l’agognata occasione. Non solo la massima serie ma anche la vetrina europea offerta dalla Coppa delle Coppe. Ritrova Guidolin, che gli consegna le chiavi della squadra, preferendolo spesso e volentieri ad un talentino come Arturo Di Napoli. Quella stessa estate arrivano in Veneto Coco e Ambrosini dal Milan, Schenardi, Stovini, Baronio e Luiso.

Nei campionati inferiori ho incontrato tanti buoni giocatori che per motivi diversi non hanno avuto l’occasione per emergere. Per questo mi ritengo fortunato.”

Sul primo grande palcoscenico, a San Siro contro il Milan, il primo pallone che tocca lo fa passare tra le gambe di André Cruz. Come a voler dire: ”Salve, per chi non mi conoscesse mi chiamo Lamberto Zauli, di professione prestigiatore. Sono nuovo da queste parti, ma credo di essermi adattato bene. Scusate per il ritardo.”

Il gol invece arriva alla prima di ritorno, contro la Samp. E non è un gol banale. Dopo il vantaggio blucerchiato firmato con un missile da Veron, un cross di Schenardi pesca sul secondo palo Zauli che con un colpo volante d’esterno – “circense”, come sottolinea il telecronista – trova lo spiraglio giusto.

Lamberto Zauli diventa così il Principe, anche se quelle movenze aggraziate in campo, quasi aristocratiche, stavolta non c’entrano. Il soprannome deriva da una scarsa propensione verso le cose pratiche che sfocia in un blando schiavismo nei confronti dei propri compagni.

Sì è vero, di solito chiedo una mano nelle piccole cose. Mi passi questo, mi prendi quello… Un giorno non riuscivo a far funzionare la lavatrice, così ho chiamato Schenardi, mio vicino di casa, che mi ha risolto il problema”.

I problemi del Vicenza, invece, spesso li risolve lui. È il faro del gioco, il centro di gravità che tutto regola. Movenze felpate, passo lento che fa da contraltare ad una grande rapidità di pensiero.

Attorno a Zauli giravano soltanto voci estasiate di super addetti ai lavori, quelli che sono un po’ come i cinefili incalliti – “Ho visto un film birmano straordinario”, per favore… – e ai quali non si dà un gran credito. Beh, avevano ragione. Zauli potrebbe essere definito un “dieci e mezzo”, una via intermedia tra il rifinitore moderno alla Zidane e l’esterno d’attacco alla Lentini. In più, ha un fiuto del gol superiore.” (Paolo Condò)

La squadra di Guidolin diventa protagonista in Europa, sfiorando una finale che avrebbe avuto del miracoloso. E sono proprio le due sfide di semifinale contro il Chelsea dei transfughi Vialli, Zola e Di Matteo che possono far inquadrare appieno che razza di giocatore fosse Lamberto Zauli. Nessun timore reverenziale, che sarebbe stato normale per uno che viene catapultato repentinamente su quel palcoscenico, dopo anni di gavetta. Zauli fa quello che ha sempre fatto: gioca a calcio con semplicità ed è, semplicemente, più forte degli altri.

Lo storico successo nella gara di andata porta la sua firma. Lancio di Viviani, stop volante che manda fuori tempo Duberry, controllo sul sinistro e diagonale velenoso a battere De Goey. Ancora più abbagliante, se possibile, è l’assist nella gara di ritorno per il vantaggio di Luiso: sterzata a metà campo e palla scucchiaiata da sotto, in maniera deliziosa, a tagliare fuori la linea difensiva. I blues alla fine rimonteranno, ma Zauli adesso sa che nel calcio che conta può ritagliarsi un ruolo da protagonista. Pure lui, che solo due anni prima sgomitava in Serie C.

La cosa che mi fa arrabbiare è sentire che sono esploso tardi perché sto bene di famiglia. Ora gli addetti ai lavori dicono che ho messo la testa a posto. Ma io sono sempre stato serissimo. Forse questa è una loro scusa per non avermi scoperto prima.”

Il Vicenza riuscirà a salvarsi, anche grazie ai suoi gol, 5 alla fine, e ai suoi assist perfetti per la testa di Luiso. Per lo Zidane del Triveneto si inizia a parlare addirittura di Nazionale. Che per inciso non arriverà mai.

Io come Zidane? In comune abbiamo la zeta. Aggiungere altro, sarebbe blasfemo.”

Le tre annate successive sono le più difficili della sua carriera. Guidolin lascia il Veneto per il Friuli e l’Udinese. Il Vicenza retrocede ma, nonostante l’interesse della Roma – che per lui, romano e romanista di famiglia, avrebbe rappresentato il sogno di una vita – decide di restare anche in B. Lo deve a chi puntò su di lui quando la sua carriera sembrava destinata all’anonimato.

Guida i suoi ad una rapida promozione, ma nella stagione successiva le prestazioni diventano altalenanti e il Nostro è il capro espiatorio di una situazione difficile, che termina ancora una volta con la retrocessione. Segna alla Juventus in un 1-1, il giorno prima di sposarsi con Paola, ma le soddisfazioni si concentreranno in quell’unico week-end. Nel ritiro estivo viene preso di mira dai tifosi e messo di fatto fuori rosa in attesa di sistemazione, anche perché non rientra nei piani tattici del nuovo mister, Eugenio Fascetti.

L’occasione per il rilancio gliela offre, manco a dirlo, Guidolin, al Bologna. Zauli ormai ha trent’anni, è consapevole che l’occasione della vita difficilmente si presenterà ed è disposto a mettersi in gioco in una piazza non di primissimo livello ma comunque importante. Arriva in leggero sovrappeso, i maligni si soffermano sulle sue “maniglie dell’amore” ma con Cruz, Pecchia, Nervo e un Beppe Signori a mezzo servizio, dà vita ad una cavalcata trionfale con un piazzamento Champions solo sfiorato, ma un settimo posto finale più che onorevole.

Saranno 6 le reti a fine anno. Ma ciò che resta negli occhi di Lamberto, ciò che va oltre le fredde statistiche, è quel claudicare indolente tra le linee, con una qualità sopra la media e un tocco di palla vellutato e mai superfluo; è la capacità di indirizzare le partite, di tirare fuori il jolly dal mazzo. Il suo gioco è un mix letale di estetica, pragmatismo e azzardo. Tentare la cosa più difficile che possa però, al tempo stesso, essere la più efficace. Ogni sua giocata è una scommessa, spesso vincente.

La sua avventura sotto le Torri finisce dopo una sola stagione. La tappa successiva è Palermo, dove un ambizioso Zamparini punta su di lui per salire in A. “Vi ho preso lo Zidane della B”, annuncerà il giorno della firma. La stagione di Lamberto è sfortunata, resta fuori quattro mesi dopo uno scontro con Grassadonia, mettendo insieme 21 presenze e le solite 6 reti.

(credits: New Press/Getty Images)

La Serie A non arriva. Arriva, invece, l’anno successivo, Luca Toni. I due, insieme a Brienza e Corini saranno i protagonisti della promozione. Toni segnerà 30 gol, molti dei quali ispirati dalla classe di Lamberto. E da metà stagione sulla panchina rosanero c’è, manco a dirlo, Francesco Guidolin. In un Palermo – Napoli, il Principe s’inventa un gol dal limite dell’area con uno scavetto alla Totti.

Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione.”

Tornato in Serie A mette in mostra una continuità senza precedenti, trascina i siciliani in Europa League, regalando magie senza tempo ai tifosi e assist al bacio per il solito Toni. Uno slalom gigante a San Siro contro l’Inter e il gol all’Olimpico contro la Lazio sono due delle giocate più belle dell’intera stagione.

Apparentemente semplici, perché l’eleganza è semplicità: mai manierismo o orpello. Contro i biancocelesti segna un gol che ricorda (ancora) quello di Zidane al Leverkusen, con un sinistro al volo su un pallone a campanile che si insacca sul secondo palo.

A 34 anni suonati, Zauli mette in mostra, come in un’ideologica autobiografia, tutto il suo campionario. A futura memoria, verrebbe da pensare. Perché il calcio e la società stanno cambiando, YouTube inizia a dettare nuovi paradigmi ponendo le basi per il Football 2.0, in cui la tecnica deve andare di pari passo con velocità e intensità. Anni di creste e scarpe di plastica, roba che poco ha a che fare con un principe. Scoppia l’era dei Ronaldinho e dei Kakà, prima di quella futuristica ed attuale dei super-atleti applicati al pallone.

Uno spartito che non ammette pause, e ad uno come Lamberto Zauli abituato a scrivere romanzi di ampio respiro, questi ritmi da thriller adrenalinico made in USA non si addicono più. Una pessima annata alla Samp, un’altra buona stagione a Bologna, prima di chiudere nelle serie minori a Cremona e Bellaria. Il master di Coverciano passato con 110 su 110, e una nuova avventura in panchina cominciata con alterne fortune.

Una carriera durata meno di dieci anni, con solo sei stagioni in Serie A. Poche per un talento che ha dimostrato di poter fare le fortune delle proprie squadre ovunque sia andato. Lamberto Zauli è stato il più forte tra i deboli. Lontano dai riflettori, a strappare applausi e regalare emozioni a chi con queste aveva poca dimestichezza. Un fantasista classico, come un abito di Giorgio Armani: elegante sempre, sfacciato mai.

Uno che, come il padre anestesista, addormentava gli avversari con quelle leve lunghe e i guanti di velluto ai piedi.

Lamberto Zauli è stato più uguale degli altri: non ha disperso neanche una goccia del suo talento, in attesa di una chiamata importante che non è arrivata. Dimostrazione della scarsa lungimiranza di certi dirigenti, attratti molto spesso dall’esotico ma ciechi davanti ad un brillante luminoso come pochi, nato a Roma e cresciuto a Grosseto.
Non ha mai indossato la maglia azzurra. Viene da sorridere a pensarci, ora che in Nazionale non è raro vedere la numero dieci sulle spalle di uno nato a Tanti, in Argentina. E Lamberto uno dei tanti non lo è mai stato.

E poco importa se a Scudetto, quello giovane, bravo e duttile fosse Zauri, con la erre. E non ce ne voglia il buon Luciano, protagonista di una carriera dignitosa, ma se andate a Vicenza, Bologna o Palermo a chiedere chi fosse Lamberto Zauli, probabilmente penseranno che siete lì per disquisire di poesia.