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Il calcio in Inghilterra è un affare nazionale. Il tifo? Era tra i più bollenti d’Europa. Il campionato? Fra i più competitivi e duri del mondo. Le rivalità? Aspre, perfino violente. Consegnate alla storia. I pub? Straripanti per le partite, quasi come una curva aggiunta.

Ma c’è altro. I soldi? A pioggia. La Premier League è la più ricca al mondo in quanto a denaro versato dalle Pay Tv, che si rifanno degli investimenti dettando legge sul sistema calcio. Gli stadi? Primo punto di ogni pacchetto sicurezza dei governi, e fonte rilevante di introiti per le società. I magnati? Spuntano come funghi, ad inondare la Premier di liquidi che poi devono rientrare.

I fratelli Glazer, proprietari del Manchester United, in versione fratelli Duke

Il calcio a Manchester era un affare di classe. O meglio, di working class. Le squadre cittadine, United e City, si dividono per appartenza sociale “verso il basso”. Lo United lo tifano gli operai, il City lo tifano quelli che non sono più nemmeno operai. Gli stadi sono prolungamenti degli slums, e nella curva dello United comanda la “Red Army”. Insomma, il calcio a Manchester non era cosa per la borghesia.

Questione complessa. Nel cuore di quella che fu una delle più grandi e antiche aree industriali d’Europa, ora in macerie dopo decenni di recessione, può esser affare complicato far digerire ai tifosi il modello di un calcio multimilionario che campa di abbonamenti tv e stadi ultracostosi, dove lo steward ti spegne la sigaretta e uno striscione è affare della polizia. Perché al tifoso tutto ciò è estraneo, e perché il tifoso tutto questo fatica a permetterselo. Eppure, cosa sarebbe una squadra di calcio senza i suoi tifosi?

Anche a Manchester, a metà degli anni duemila, arrivano i tycoon, sulla scia del Chelsea di Abramovich. Il City finisce nelle mani del balordo ex primo ministro thailandese, Thaksin Shinawatra, e poi in quelle degli emiri di Dubai. Lo United subisce la scalata di Malcom Glazer, multimiliardario americano che con un’OPA da oltre 320 milioni di euro riesce nell’ascesa ai Red Devils. Sommergendoli di debiti.

I tifosi protestano. Non vogliono la scalata. Temono che saranno loro a dover rimpinguare le casse societarie, che Glazer si sia solo voluto impossessare di una società dal valore miliardario, e non di una squadra di calcio. Temono che quell’acquisizione sia l’ultimo tassello di una loro degradazione da cuore pulsante di una realtà calcistica a semplice utente-consumatore. E allora qualcuno si attiva, agisce di conseguenza.

Un piccolo gruppo si riunisce in un ristorante indiano di Rusholme e da lì esce la pazza idea: fondare una nuova squadra. Uno United dei tifosi. Parte il tam-tam sui siti, nei pub, nei club: ovunque. L’idea sembra folle ma stuzzica, invoglia. I tifosi alla guida. Un’utopia. E se non fosse tale?

Alla chiamata a raccolta, al teatro Apollo di Manchester, si spera nell’arrivo di almeno 1000 persone per discutere della questione. Se ne presentano circa 2000. Oltre 900 di queste, sottoscrivono attivamente il progetto. È appena nato l’FC United of Manchester. Lo United in mano alla working class.

“L’FC United è guidato dalla gente, per la gente.”

La gestione del club è semplice: tutto si decide democraticamente. Ogni tifoso sottoscrive – per 12 sterline annue – la partecipazione allo United divenendo così detentore di una quota della squadra, e di un voto nell’assemblea dei soci.

1 – “The Board will be democratically elected by its members”. L’assemblea elegge, in democrazia, un “board” di gestione composto di 11 membri. Tutti sono volontari, nessuno è retribuito. Gli unici due “dipendenti” sono il general manager, Andy Walsh, e Lindsey Howard, la segretaria del club.

2 – “Decisions taken by the membership will be decided on a one member, one vote basis”. Uno vale uno. Ogni decisione è presa con voto democratico fra uguali.

3 – “The club will develop strong links with the local community and strive to be accessible to all, discriminating against none”. Il club rivendica i propri legami con la comunità locale e non pone limiti discriminatori di partecipazione. Come direbbero i catalani, l’FC United è “més que un club”.

4 – “The club will endeavour to make admission prices as affordable as possible, to as wide a constituency as possible”. Una scelta politica, nel senso proprio del termine. Non devono esserci tifosi che a causa della loro condizione economica non possono partecipare al progetto. Il club è di tutti.

5 – “The club will encourage young, local participation —playing and supporting— whenever possible”. Il club si pone come obiettivo la più ampia partecipazione dei giovani, in ogni forma, al progetto.

6 – “The Board will strive wherever possible to avoid outright commercialism”. Le decisioni del Board non devono esser basate su pratiche commerciali. L’FC United non è un’azienda. È una comunità calcistica.

7 – “The club will remain a non-profit organisation”. Il club è un’organizzazione no-profit. Emblematico di ciò che non dev’essere una società di calcio.

Questi sette punti sono il manifesto fondante dell’FC United. Accettati esplicitamente da tutti i tifosi sottoscrittori, e implicitamente da tutti (dai giocatori ai simpatizzanti fino all’ultimo dei magazzinieri) coloro che orbitano intorno al nuovo United.

È la rottura con tutto ciò che il Manchester United è diventato. Con tutto ciò che il calcio, purtroppo, è diventato. Si vuole recuperare il legame con i tifosi, con la comunità, con il territorio, tramite un approccio partecipativo che viene direttamente dal basso.

Gli stessi calciatori (dilettanti e semidilettanti) partecipano al processo decisionale, che ha come prima sede il pub. Discutere davanti a una birra di ogni aspetto del club, tutti assieme. E non è una semplice discesa verso il basso di dirigenti e star del pallone pronte ad ascoltare quello che i tifosi dicono. Tutti sono tifosi dell’FC United. Tutti sono proprietari dell’FC United. Tutti propongono, e tutti decidono, insieme.

Emblematico è il caso delle divise da gioco: proposte, disegnate e poi votate da tutti i soci. Dopo qualche settimana di sondaggi, idee strampalate e lavori dal design accattivante, alla fine del processo i tifosi dei Red Rebels si sono accordati per delle mute che richiamassero la storia e lo spirito dello United degli anni ’60, quello di Matt Busby e dei suoi “figliocci” George Best, Bobby Charlton e Denis Law. Un piccolo ma significativo simbolo della Manchester che fu.

“Noi non siamo contro il calcio moderno, noi siamo il calcio moderno. Almeno come dovrebbe essere.”

Oramai l’FC United of Manchester esiste da 10 anni. Era partito dalla seconda divisione della North West Counties Football League, la decima serie inglese, facendosi ospitare nello stadio di Bury, limitrofa cittadina industriale della Grande Manchester, celebre per la lavorazione del cotone e per il suo cielo perennemente plumbeo.

Celebrazione per una promozione dell’FC United of Manchester

In centinaia si presentarono ai primi provini: dilettanti di ogni serie, ragazzini ancora troppo giovani per giocare e uomini ormai troppo vecchi o in sovrappeso per correre su un campo da calcio, scelti da tifosi improvvisatisi dirigenti e da un allenatore, Karl Marginson, alla prima esperienza. Tutti attratti da questo folle club, con l’aura leggendaria del Manchester United e l’utopia romantica della democrazia diretta.

Adesso gioca in National North League, in sesta serie, livello massimo delle serie regionali e penultimo gradino del semi-professionismo inglese. Ha appena centrato la tanto agognata promozione vincendo la Prima Divisione 2014/2015 della Northen Premier League, dopo essere andato per quattro stagioni di seguito ai play-off e avendoli persi sempre in finale.

Il Broadhurst Park, il nuovo stadio di proprietà dell’FC United of Manchester

Nella First Division della Northen Premier League c’era arrivato di slancio, con tre promozioni di fila (e due campionati vinti) dal 2005 al 2008. Da quest’anno, l’FC United ha pure un suo stadio di proprietà, il Broadhurst Park, costato 6.5 milioni di sterline, oltre metà delle quali ottenute con il contributo diretto di tremila associati del club e di oltre settemila tifosi. E senza sponsor, come da statuto. Per scelta, non certo per mancanza di opportunità, dati i numerosi rifiuti a varie realtà che hanno cercato di cavalcare l’onda di questo fenomeno popolare.

“È tutto come nel calcio professionistico. Ma non lo è.”

Il grande coinvolgimento paga. I risultati sul campo e le capacità organizzative e di crescita del club sono frutto della passione e della partecipazioni dei tifosi. L’FC registra livelli record di supporter sia nei match interni che in quelli esterni. Ed è un tifo bollente, carico di tutto ciò che nei moderni stadi inglesi è sulla via del bando: fumogeni, striscioni, cori a squarciagola, salti, pinte di birra e sigarette accese.

All’interno della sua tifoseria-azionariato troviamo di tutto: impiegati, operai, commercialisti, spazzini, punk ormai agée, ex ultras dello United e pure qualche volto noto, come Steve Evets: protagonista de Il mio Amico Eric di Ken Loach al fianco di Cantona. In un’istantanea che sembra fuoriuscire proprio da un film pro-working class del maestro inglese.

Con un entusiasmo che si autoalimenta: il conoscersi reciprocamente sugli spalti, con i calciatori, con l’allenatore, spinge tutti a dare più del massimo e questo porta a vittorie che lo incrementano ulteriormente. L’esperienza sociale stessa va oltre i risultati. Chi segue l’FC United è felice, perché è a casa fra amici. Ogni gara è una festa, che si vinca o che si perda.

Non è solo un club di calcio, è un’espressione della comunità per la comunità. Si fanno incontri, concerti di musica, spettacoli artistici, cene sociali. Si vivono gli spazi. Si coinvolge. Si condivide tutto insieme. Responsabilità collettiva, democrazia, socialità, stretto legame con il territorio e la comunità, passione illimitata. È stato ribattezzato punk football”, ma questo è semplicemente l’FC United of Manchester.

“Ogni volta che l’FC United of Manchester scende in campo, manda affanculo il calcio moderno.”