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2 Maggio 2010. Breda, Olanda.

Blaise si guarda intorno, vede attorno a sé diecimila persone vestite totalmente di rosso che saltano, cantano, gioiscono: hanno perso ogni controllo. Gli fanno segno di avvicinarsi, gli sudano le mani, deve fare la cosa che tutta una città ha sempre sognato fin dal 1965: gli sembra di toccare il Paradiso nell’istante in cui gli consegnano un grande piatto argentato, deve solo sollevarlo e rimarrà sempre nella memoria di duecentomila tifosi e degli amanti del calcio.

Ad un certo punto gli viene da pensare a tutto ciò che era successo prima di quel momento, come in quelle circostanze in cui si racconta che la vita ti scorra davanti come un flashback velocizzato: la sua infanzia passata in povertà a Kinshasa, in Congo, la precipitosa fuga da bambino, le prime esperienze nel mondo del calcio in Arabia, poi nella serie B tedesca, passando per deludenti stagioni in Svizzera fino ad arrivare all’Olanda, con un unico obiettivo in mente: spedire il pallone in fondo alla rete. In qualsiasi maniera.

Blaise Nkufo (ANP/Vincent Jannink)

Poi la chiamata in una silenziosa città, Enschede, 170.000 anime adagiate nel piattissimo cuore del Benelux, una città di confine a meno di 10 chilometri dalla Germania: lì poteva davvero farsi un nome anche perché l’ambiente è accogliente e laborioso ma poco avvezzo alle vittorie in campo nazionale, figuriamoci in Europa.

In cinque stagioni segna centodue gol, una media di venti a stagione, però non arrivano trofei. La squadra si limita a piazzamenti nei primi tre posti ma lo scettro d’Olanda rimane nelle salde mani dei giganti nazionali Ajax e PSV. Ma l’anno prima era sbarcato un inglesotto di York sulla cinquantina: grosso, panciuto, rossiccio, con una faccia da avventore di irish pub. Un certo Steve McClaren; con lui la squadra aveva terminato la stagione 2008/09 al secondo posto dietro all’outsider AZ di Alkmaar, che ritornava a vincere un titolo dopo quarant’anni. Le tre grandi (Ajax, PSV e Feyenoord) apparivano in evidente difficoltà.

Quell’anno il Twente era stato allestito con abili mesterianti adatti al 4-3-3 impostato su squadra cortissima, ripartenze fulminee e compattezza difensiva previsto dalla mente del tecnico inglese: il muscolare centrale difensivo Douglas, il fludificante Tiendalli, il cursore-crossatore Wisgerhof, il giovane e talentuoso mediano Tioté, l’esperto Theo Janssen, il moto perpetuo di Kenneth Pérez, i trequartisti Bryan Ruíz e Vujicevic, l’ala col vizio del gol Stoch e il centravanti di peso, oltreché capitano, Nkufo.

In quel gruppo comparivano anche il centrocampista Hetemaj, oggi uomo-chiave del Chievo di Maran, e Luuk de Jong, tra gli eroi dello scudetto 2014/15 del PSV. Con quest’impostazione ben definita, nei compiti come negli interpreti, quella squadra di provincia riesce ad arrivare all’ultima giornata, il 2 maggio 2010, a giocarsi il suo primo titolo. O meglio, a difendere il suo primo posto dall’attacco prepotente dell’Ajax guidato dai gol – saranno 35 a fine stagione – di un ragazzo di cui sentiremo parlare più avanti: Luis Suárez.

Luis Suarez all’Ajax (credits: ANP/Olaf Kraak)

Perché i Lancieri di Martin Jol erano davvero una corazzata con oltre cento marcature in campionato nonché la miglior difesa del torneo, per questo appariva davvero difficile che qualcuno potesse contrastarli tenendogli testa fino all’ultima giornata utile. Figuriamoci una outsider che mai aveva vinto un titolo nella sua storia.

Ultima Giornata: NAC-Twente e Nec Nimega-Ajax

La Lega Calcio olandese, per non farsi trovare impreparata, aveva lasciato in entrambi gli stadi due copie del vero trofeo. Non si sa mai come possa finire, pensarono più o meno questo i vertici del calcio oranje. Pronti-via, e giungono notizie poco incoraggianti dal campo ostile: Suárez si conferma sempre più capocannoniere, il Pistolero fa capire che quel calcio gli va ormai stretto e mette subito la sua firma anche sull’ultima giornata.

Il Twente, invece, fa una fatica matta a domare i giallo-neri di Breda, che si chiudono in difesa e parcheggiano il bus davanti al loro portiere. La rete necessaria non vuole proprio arrivare; sembra uno scherzo del destino che il titolo debba andare alla stessa, maledetta squadra.

Il tempo passa, nella testa dei tifosi ospiti rimbomba ogni secondo di gioco, quasi come fosse un congegno ad orologeria che debba esplodere da un momento all’altro ma di cui non si conosce l’effettiva potenza distruttiva fino a quando non arriva qualcuno a disinnescarlo. Quel qualcuno è il costaricano Bryan Ruíz, il giocatore nettamente più talentuoso del gruppo, che sfrutta un errore sulla diagonale difensiva del terzino sinistro e, appena dentro l’area, tira di prima senza pensarci su; è un tocco d’interno a fil di palo, il portiere è battuto. È il vantaggio per il Twente di McClaren.

I tifosi cantano a squarciagola, è il momento sognato, il gol che potrebbe consegnargli il titolo è stato messo a segno. Adesso bisogna continuare a giocare e chiudere la partita il prima possibile per festeggiare in tranquillità. La realtà, però, non è come ci si aspetta: il NAC attacca rabbioso, non ci sta ad arrendersi così facilmente, vuole dire la sua fino all’ultimo minuto di campionato, vuole davvero far sudare il titolo agli avversari. Il timore aumenta. La prima in classifica ha paura: una paura matta della terzultima.

Il primo tempo finisce, ma ci sono altri 45 minuti di sofferenza per i tifosi di Enschede. A dimostrazione di come, nel calcio, le energie nervose – e la loro gestione – costituiscano buona parte di un destino. Nell’intervallo viene inquadrato, sul campo del NEC, Martin Jol che se la ride beatamente, forse perché informato dai suoi assistenti che il Twente sta soffrendo molto e in cuor suo spera che i padroni di casa possano segnare quel gol che regalerebbe il titolo al suo Ajax, che intanto sta passeggiando 4-0 a Nimega. Come da copione, insomma.

In quell’esatto momento cambia la partita: la squadra di McClaren ritrova coraggio, si getta all’attacco alla ricerca del gol della tranquillità – e può anche sfruttare la superiorità numerica dopo un’espulsione per un tackle da far west a metà campo – inizia così il “palla a Nkufo e speriamo”. Sono minuti surreali per intensità e foga, partono circa dieci cross da destra e sinistra per il gigante di colore naturalizzato svizzero, che lotta per spizzarne qualcuno, ma non ci riesce: gli Dei del Calcio hanno deciso che non deve essere lui a segnare il gol decisivo. Non questa volta.

Miro Stoch, 20enne slovacco in prestito dal Chelsea, supera in velocità il suo diretto marcatore, si accentra, dà uno sguardo alla porta e prova il tiro di destro, un interno a giro; la traiettoria è precisa, sembra baciata da Venere in persona: si insacca a mezza altezza sul palo lungo, il portiere del NAC è pietrificato. La versione bonsai del gol à-la Del Piero.

È il 75°. Il Twente è ormai ufficialmente campione d’Olanda per la prima – e unica – volta nella sua storia: i tifosi saltano, cantano, lanciano cori con i nomi dei loro giocatori, aspettando soltanto il canonico triplice fischio per festeggiare. Dalla capitale, L’Aia, parte un elicottero con a bordo la vera Regina di quel pomeriggio olandese: l’Eredivisie. Stavolta è l’originale.

Blaise si guarda intorno, ha rivisto tutta la sua vita in pochi, rapidi frame. Si avvicina al centro del campo, gli appendono al collo la medaglia, guarda quel piatto, un banale piatto d’argento che ad Enschede hanno sempre sognato di mostrare con orgoglio in una bacheca sostanzialmente vuota. Lo solleva perché è la cosa più naturale che potrebbe fare, il piatto vola in cielo come ha sempre fatto lui per i suoi colpi di testa. Per l’ultima volta con la maglia del Twente, l’ultima per lui, che è il miglior marcatore della storia del club con 114 gol.

Mister McClaren in trionfo con l’Eredivisie

A fine stagione migrerà a Seattle, lontano da tutto ma vicino alla moglie, e quel trionfale gruppo si frantumerà: Pérez si ritirerà, Tioté andrà al Newcastle, Stoch verrà riempito di soldi dal Fenerbahçe, Stam troverà molti infortuni e la gioia di una FA Cup con il Wigan. Arriverà un certo Chadli dal Genk, ma questa è un’altra storia.

Le duecentomila anime di Enschede si ricorderanno per sempre di quell’anno, delle partite di quella squadra, di quell’elicottero che volteggia rapido sul cielo grigio di Breda e ripeteranno ogni giorno gli undici titolari, quasi come fosse un’Ave Maria pagana da snocciolare in ogni discussione calcistica: Boschker, Stam, Douglas, Wisgerhof, Tiendalli, Brama, Pérez, Tioté, Bryan Ruíz, Stoch, Nkufo.

Blaise Nkufo, il capitano nomade venuto da Kinshasa. Quello che in Svizzera aveva iniziato a farsi strada come lavapiatti; quello che nel tempo libero si appassionava ai discorsi di uno che aveva iniziato come lustrascarpe, Malcolm X. Quello che sognava un ingaggio in serie B a Losanna; quello che oggi vanta una statua in suo onore davanti all’entrata del De Grolsch Veste, lo stadio di Enschede.

Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce.” (Blaise Pascal; Pensieri, n. 277).