“Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dalla pazzia…”

Riportato al calcio argentino, un tifoso qualsiasi potrebbe tranquillamente reinterpretare il primo verso di “Urlo” di Allen Ginsberg con un qualcosa che potrebbe suonare come “Ho visto i talenti migliori della mia generazione non vincere nulla per 23 anni…”.

4 luglio 1993, finale di Copa América, la doppietta di Batistuta al Messico regala all’Argentina il suo quattordicesimo titolo continentale, che va a unirsi alle due Coppe del Mondo e alla folkloristica Coppa del Re Fahad vinta l’anno prima, la versione primordiale della Confederations Cup. Poi l’inizio del buio.

Una delle nazionali simbolo nel calcio mondiale a secco per più di un ventennio, serie ancora aperta. È come se dopo la fine calcistica di Diego fosse arrivato il diluvio. Il controllo antidoping a cui Maradona risulta positivo ad Usa ’94, il suo non voluto addio alla nazionale, rappresenta l’avvio di una maledizione per l’Argentina: nonostante fenomeni, giocatori di alto o altissimo livello, allenatori plurivittoriosi in panchina e caudillos carismatici in campo.

La formazione base durante la Copa América ’93

Zanetti, Simeone, Gallardo, Balbo, Batistuta, Ortega, Riquelme, Crespo negli anni Novanta. Samuel, Verón, Saviola, Mascherano, Messi, Milito, Di María, Tévez, Higuaín nei Duemila. Agli ordini di Basile, Passarella, Bielsa, dello stesso Maradona. Niente. Uscito Diego dal campo non entrerà più niente in bacheca. Che fosse strafavorita o con un organico al di sotto delle aspettative, dal 1994 ad oggi l’Argentina ha toppato in ogni singola competizione disputata.

Le avventure mondiali sono abbastanza note: fuori con la Romania di Hagi ad Usa ’94; fuori con l’Olanda a Francia ’98 grazie a una magia di Bergkamp dopo un ottavo di finale da trincea vinto ai rigori contro gli inglesi; fuori a Corea-Giappone ai gironi grazie a un rigore di Beckham nello scontro diretto con l’Inghilterra (ancora loro); fuori in Germania ai rigori contro i padroni di casa – Lehmann ne para uno ad Ayala dopo aver letto gli appunti sui tiratori argentini su un foglietto che si era preparato per l’evenienza; sculacciati 4-0 dalla Germania (sempre loro) in Sudafrica ai quarti con Diego in panchina, curiosamente replicando il cammino ad eliminazione diretta di quattro anni prima ottavi/Messico/vittoria, quarti/Germania/sconfitta; il gol di Götze nel supplementare che chiude la finale del Maracana del 2014, non c’è bisogno di specificare che anche quella sconfitta arriva per mano della Germania, come del resto anche nell’ultima finale mondiale giocata in precedenza dalla Selección (’90).

Il racconto albiceleste in Copa América degli ultimi venti anni invece vive su guizzi, scherzi del destino, corsi e ricorsi storici, vicende grottesche e sportivamente drammatiche. Ha in sé vette di romanticismo, di esaltazione, di pianto e stridore di denti. E, visto che Inghilterra e Germania non partecipano, tanto Brasile.

1995, quarto di finale Brasile – Argentina, faccenda quasi tutta italiana tra chi c’era già e chi sarebbe arrivato di lì a poco: apre Balbo, pareggia Edmundo, avanti ancora l’Argentina con Bati. 2-1 fino a nove dalla fine: cross dalla trequarti destra brasiliana, Zanetti salta a vuoto in area, palla a Túlio Maravilha, attaccante da più di mille gol in carriera (dice lui…), stop evidente col braccio e tiro alle spalle di Cristante.

L’arbitro, come il suo omologo nove anni prima all’Azteca, non vede e convalida tra le proteste. Niente supplementari, la formula della Copa América fino al 2011 non li prevede, ai rigori Argentina eliminata: sbagliano Simeone e Fabbri.

1999, dopo una fase a gironi altalenante – compresa la scoppola 3-0 con la Colombia, la partita dei tre rigori sbagliati dal Loco Martín Palermo – il quarto di finale è di nuovo col Brasile. Reduce da una delle più grandi delusioni della sua storia, la finale mondiale persa l’anno prima a Parigi, ma sempre con la coppia 9-10 Ronaldo-Rivaldo: segnano proprio loro dopo la rete iniziale di Sorín i gol che portano la gara sul 2-1. A dodici dal termine rigore per l’Argentina: Palermo meglio che non tiri, in campo ci sarebbe gente come Ortega, Riquelme o Kily González per calciarlo.

La responsabilità però se la prende il capitano, Ayala. Dida undici metri più in là può festeggiare nel migliore dei modi il suo imminente passaggio al Milan, intuendo il tiro del suo futuro compagno in rossonero e portando avanti i verdeoro, che vinceranno il titolo.

Tévez e Lucho Gonzalez, protagonisti della Copa América ’04

2004, fuori il Perù padrone di casa ai quarti con gol del ventenne Tévez, asfaltata la Colombia in semifinale – ancora Tévez, poi Lucho González e Sorín – si torna in finale dopo undici anni. Ancora contro il Brasile, che ha riposato un giorno in meno e ha avuto ragione dell’Uruguay in semifinale soltanto ai rigori. Ci sono tutte le premesse per far bene, soprattutto se dopo venti minuti l’Argentina è in vantaggio col rigore di Kily González. Luisão allo scadere del primo tempo si fa perdonare il fallo costato il penalty argentino e pareggia di testa.

A tre minuti dalla fine Zanetti cavalca sulla destra e mette in mezzo, torre di Sorín, liscio di Juan, spunta César Delgado, detto “Chelito” per distinguerlo da “El Chelo” che è Marcelo Delgado, nessuna parentela ma suo compagno al Cruz Azul. El Chelito Delgado spara un destro imprendibile per Júlio Cesar che manda in paradiso gli argentini. Tre minuti più recupero al titolo. Tre più recupero alla fine del digiuno. Tre più recupero alla vittoria sugli eterni rivali.

Tre più recupero che gli eterni rivali provano a trasformare in corrida: Tévez subisce più falli in sessanta secondi che in tutto il torneo, Bielsa gli salva la vita o perlomeno le gambe e lo cambia anche per perdere tempo, poi però il Brasile smette di dare calcioni, prende palla e comincia a lanciare lungo per Luis Fabiano e per Adriano.

Il gol dell’Imperatore all’ultimo minuto è triste da rivedere oggi, pensando a come quel ragazzone di 22 anni si sia bevuto non solo la carriera ma anche un fisico e una tecnica eccezionali: pallone che balla in area, controllo al volo di sinistro spalle alla porta, giravolta da balletto del Bolshoi e con lo stesso sinistro, senza far cadere a terra la palla, legnata all’angolino per il 2-2 che manda tutti ai rigori. Non prima ovviamente di una sana rissa al fischio finale, sennò che Brasile-Argentina è?

Non spreco tempo e spazio a raccontare come va: la serie dal dischetto inizia con gli errori di D’Alessandro e Heinze ed un’altra coppa viaggia verso le braccia spalancate del Cristo Redentore sul Corcovado.

2007, ancora finale col Brasile, ancora verdeoro a fatica in semifinale con l’Uruguay, ancora vinta ai rigori. Argentina imbattuta nel girone, facile ai quarti col Perù, senza problemi in semifinale col Messico. A Maracaibo scendono in campo da una parte le meteore italiane Gilberto e Fernando Menegazzo, Mineiro, futura riserva di Essien al Chelsea – carriera memorabile con i Blues: una presenza – e Vágner Love, discontinuo in area di rigore ma, si veda il soprannome, molto prolifico a letto. Dall’altra la linea di centrocampo Riquelme-Cambiasso-Mascherano-Verón e la coppia d’attacco Messi-Tévez, in panchina gente come Palacio, Crespo, Aimar e Diego Milito.

L’Albiceleste nella Copa América 2007, ennesima formazione monstre…

Non ci dovrebbe essere storia. E invece, 3-0 per il Brasile con rete dopo soli 4 minuti di Júlio Baptista. 2011, Argentina paese ospitante con una Selección inceppata. Sempre piena di fenomeni ma senza un’organizzazione tattica univoca. Come analizza Federico Buffa in quei giorni:

“Messi ha deciso che gioca alla sua sinistra Tévez e alla sua destra Lavezzi. Si deve far contento lui, deve giocare prima punta come nel Barça. L’Argentina si è tolta il centravanti per far contento Messi e per cercare di inserirlo nel sistema calcistico più adatto a lui”.

Finisce che nel girone a La Plata Agüero riacciuffa la Bolivia quasi a fine partita (1-1), che a Santa Fe è 0-0 con la Colombia e che il 3-0 sul Costa Rica a Cordoba serve solo ad arrivare secondi nel gruppo A. Senza neanche un gol di Messi, che comunque gioca dove vuole lui.

Ai quarti c’è l’Uruguay, si torna a Santa Fe, allo stadio Brigadier General Estanislao López, che tutti in Argentina conoscono come Cementerio de los elefantes, il Cimitero degli elefanti, perché il Colón tra i Cinquanta e i Sessanta in casa faceva vittime illustri – tutte le grandi perdevano a Santa Fe, cadde anche il Santos di Pelè in amichevole nel 1964. L’elefante che cade all’Estanislao López in una gelida sera di metà luglio è biancoceleste.

Sulla panchina uruguaya c’è Oscar Tabárez che imposta una partita di contenimento, Cavani in quella nazionale si sacrifica sull’esterno a servizio di Forlán-Suárez. Il capitano del Bologna Pérez prima segna, poi roncola tutto ciò che passa dalle sue parti e va sotto la doccia prima dell’intervallo, Higuaín (toh, un centravanti…) pareggia su cross di Messi al ventesimo, Mascherano prende due gialli e ristabilisce la parità in campo, Muslera para tutto quello che arriva verso la porta della Celeste.

Ai supplementari resta 1-1. Ai rigori tradisce Carlitos Tévez. L’Uruguay prosegue verso la vittoria finale. L’ultimo atto è storia recente: estate 2015, Cile campione con il rigore di Higuaín che vola in curva al Nacional di Santiago e l’errore di Banega. L’ennesima finale persa. Gli ennesimi rigori sbagliati.

Come ci si consola? Come si va avanti? Come si convive con questa maledizione? Con due ori olimpici, 2004 e 2008, preceduti però dalla sconfitta in finale nel 1996: ad Atlanta Passarella si inchina 3-2 alla Nigeria di Kanu, Babangida e Amokachi.

Oppure con il tormentone “Brasil, decime qué se siente sfoderato ai mondiali 2014 dalla marea di tifosi argentini: coro con cui si ricorda ai brasiliani che l’ultimo Brasile-Argentina ad una Coppa del Mondo lo ha vinto l’Argentina (1-0 nel ’90, Caniggia), che quindi come si usa dire in Sudamerica l’Argentina “fa da papà” al Brasile avendo vinto l’ultimo scontro diretto nella competizione e che Maradona è più grande di Pelè, ma se rimanessimo esclusivamente in prospettiva coppe del Mondo saremmo 3-1 per il 10 del Santos.

O magari con l’edizione speciale della Copa América che si gioca per il centenario del torneo, eccezionalmente ospitata dagli Stati Uniti. E in cui, cronaca di oggi, l’Argentina sembra aver scacciato gli ingombranti spettri di 23 lunghissimi anni di dannazione, approdando in finale in scioltezza. In attesa dell’appuntamento clou contro il Cile.

Una maledizione iniziata con l’efedrina di Diego, proprio negli Usa. E se il cerchio si chiudesse? Beh, stavolta basterebbe non calciare rigori.

 

A cura di Giovanni Ciappelli