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Nervosismo. È una sensazione diffusa, serpeggiante. Ed è quella che sto provando in un pomeriggio di ottobre del 2000, quando si affrontano due team diametralmente opposti. Da un lato c’è una squadra furiosa, arrembante e iper-offensiva, guidata da un allenatore turco con la faccia da avventuriero e il gergo colmo di epicità; dall’altro c’è una banda di giovani e semi-professionisti prestati alla massima serie, messa sapientemente in campo da un mister che pare un monumento al folklore dell’Italia rurale di provincia.

A centrocampo sto notando il numero 20 perché sta mandando costantemente fuori giri i miei. È mulatto, ha un fisico segnato da una dieta che eccede in carboidrati, ha il baricentro basso, è oltremodo lento e gioca esclusivamente con un piede: il sinistro. Che ci fa un giocatore del genere nella Serie A dei Salas, Vieri, Ronaldo e Batistuta? Sembra la dimostrazione plastica di un calciatore di categoria inferiore che ha compiuto troppo rapidamente il grande salto verso l’Olimpo del calcio. È incompleto: un freak.

Eppure vederlo giocare mi provoca uno strano mix di nervosismo ed incredulità, perché ha un’intelligenza calcistica superiore a tutti, una visione di gioco panoramica che anticipa col pensiero gli avversari e un sinistro vellutatissimo con cui riesce costantemente a trovare la linea di passaggio giusta o il tocco smarcante. Quel centrocampista dal passo danubiano è l’incarnazione del calciatore fuori tempo, un piccolo caso da studiare in laboratorio di come tecnica di base e pensiero svelto possano ancora fare la differenza ad altissimi livelli. Quel bizzarro numero 20 si chiama Fabio Liverani, di mestiere regista.

Con lui in campo, il Perugia di Serse Cosmi sta compiendo una delle prime imprese di un’annata forse irripetibile: sta espugnando il Franchi di Firenze davanti all’anfetaminica Fiorentina di Fatih Terim. Quella partita finirà 3-4, grazie ad un’impronosticabile quanto surreale tripletta di Zizis Vryzas. Ma quello che mi rimane impresso negli occhi è quel giocatore strano, vintage; il calcio essenziale e al contempo bizantino di Fabio Liverani da Roma.

È un tuffo di venti anni nel passato. Come rivedere movenze e tempi dei registi degli anni ’70, una sorta di Wolfgang Overath prestato al calcio del ventunesimo secolo. Un elemento fuori fuoco, proprio nel centro focale del campo e dell’inquadratura televisiva: la versione calcistica del geniale Harry a pezzi di Woody Allen.

Dovrebbe scomparire in mezzo a quel turbinìo di pressing continuo e fisicità imposta, dovrebbe soccombere davanti a raddoppi di marcatura e chiusura preventiva degli spazi, ma Liverani sembra perfettamente a suo agio in quella porzione di campo delimitata grossomodo dal cerchio di centrocampo. È il suo habitat naturale: quasi mai esce da quel tondo di gesso, se non per ricevere palla o immolarsi in un fallo tattico.

Eppure, come la lancetta di un vecchio pendolo da salotto, riesce a scandire con precisione chirurgica e ritmo incessante i tempi di gioco di un collettivo, perfino di un’intera partita. È ipnotico. Perché approcciarsi a Fabio Liverani significa anche questo: fare i conti con un ruolo tanto affascinante quanto centripeto e totalizzante, quello del regista, del perno basso di un centrocampo rigorosamente a 3 o a 5. Uomo vitruviano al ritmo di un regolare 4/4, distributore di gioco che canalizza il flusso degli altri 9 giocatori di movimento intorno a lui, elemento tolemaico del possesso palla.

Tutto questo immaginario fa rima con Fabio Liverani e con le sua carriera da regista di provincia. Dal Perugia dei miracoli di Cosmi fino al Palermo di Zamparini, passando per la Fiorentina di Prandelli e la Lazio di Mancini. Ovunque sia andato, il Nostro ha lasciato l’impronta del suo talento dalla cadenza slow e dalle intuizioni sopraffine. Perché questa rimane la cifra stilistica di un regista in stop-motion, in eterna differita con l’ambiente attorno: la tecnica. L’ineluttabilità delle geometrie.

Perché ogni squadra che abbia beneficiato delle prestazioni del volante romano portava con sé un’identità. Parola che – oggi più che mai – suona quale obiettivo di ogni allenatore che calchi i campi della massima serie. Identità calcistica, fine ultimo di una manifestazione di superiorità o quantomeno di un assetto vincente. Ma, come tutti i grandi accentratori, Liverani risulta un’arma a doppio taglio proprio per la sua singolare natura: quando c’è, la squadra gira come un orologio svizzero; quando manca, compagni e allenatore cadono in un gorgo senza punti di riferimento: una Babele tecnico-tattica.

Quel centrocampista dalla lentezza esasperata rimane uno dei maggiori esponenti del ruolo. In Italia, una spanna sotto al fenomeno Pirlo, una menzione speciale va a Fabio Liverani. Oscurato forse dal suo stesso talento, dal fatto che sui palcoscenici internazionali la struttura fisica e il saper usare il piede debole pesino in maniera decisiva. Ma se il Nostro ha ipnotizzato avversari e appassionati per quasi un decennio, vale la pena sottolineare che l’ha fatto tessendo trame sempre e soltanto con quel piede sinistro.

Per stilare un identikit quantomeno affidabile di Fabietto da Roma, non possono mancare alcuni gol che riconciliano con la visione di un gioco spesso soffocato da tatticismi spinti e fisicità in eccesso. Ho selezionato tre giocate che restituiscono l’essenza della cifra tecnica di Liverani e del suo mancino.

Fabio Liverani in 3 gol

Un gol dimenticato. Una prodezza destinata all’oblìo. Nelle numerosissime compilation da YouTube, nei siti calcistici che pubblicano a ritmo bulimico video più o meno ricercati, mai ho visto questo cucchiaio per certi aspetti irripetibile. È un puro colpo di genio e talento del Nostro, che, contro la peggior squadra della storia della Serie A, sfodera un lob fuori da ogni canone per gittata e pulizia di calcio.

Operato con la semplicità di un palleggio durante il riscaldamento pre-partita, rimane una delle esecuzioni più magniloquenti della nobile e beffarda arte del “cucchiaio”. Una traiettoria morbidissima, di una pulizia asettica, da distanza quasi impossibile. Pennellata astratta: un Kandinskij.

In questo gol, il primo con la maglia della Lazio, probabilmente è concentrato gran parte del talento del regista romano. O almeno, gli elementi fondamentali del suo estro coesistono armoniosamente in un fugace spazio di 3 secondi, scandito da un tocco di prima intenzione. La vittima designata è il portiere più forte del mondo, Gigi Buffon, in una delle pochissime uscite rivedibili in carriera.

La palla viene respinta di testa fuori area, rimbalza lenta sui 22 metri, qui sbuca il sinistro di Fabietto che – senza pensarci – elabora la soluzione più raffinata ed efficace al tempo stesso: palla che viaggia morbidamente in rete scavalcando tutti. È un tocco di collo-esterno ad anticipare la chiusura degli avversari e il recupero del portiere, un maligno campanile perfettamente calibrato. In quella circostanza si dovrebbe calciare col piatto destro, ma il Nostro dimostra i suoi limiti e insieme la sua unicità: parabola catartica e rallentata.

A chiudere la selezione non poteva mancare una gemma su calcio da fermo, specialità di casa-Liverani. In quel Perugia di Serse Cosmi, Fabio non assurgeva soltanto al ruolo di centro di gravità permanente del gioco, ma pure a quello di killer sui calci da fermo. Corner, piazzati laterali, punizioni dal limite: ogni palla ferma era compito del sapiente sinistro di Fabietto. Che fosse un cross pennellato sulla testa di Materazzi per uno schema o un tiro in porta, poco cambiava: quando la palla andava accarezzata con i giri contati, Liverani era la soluzione.

In questo Reggina-Perugia del 2000/01, il Nostro spedisce dentro una punizione dai 25 metri, insaccando la palla proprio nel “sette”. Nuovamente, in questa trasformazione ciò che colpisce è la traiettoria: dritta, precisa, geometrica. Trasmette una sensazione di rigidezza. Assomiglia alla prodezza di Hristo Stoichkov ad Usa ’94. Un colpo d’interno scoccato con due soli passi di rincorsa.

Perché la potenza non conta nel mondo parallelo di Fabio Liverani, tutto si fonda sulla pulizia di calcio. O per usare un termine quasi demodé: tecnica.