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Non bastano i soldi, le luci abbaglianti degli studi televisivi, i record celebrati dalle federazioni calcistiche o la semplice gioia di correre dietro ad un pallone quando dentro di te hai un abisso. Gary Speed è stato una leggenda del calcio gallese e britannico. Crebbe nel Leeds United, in cui esordì e con cui giocò 248 partite. La sua carriera di centrocampista continuò nell’Everton, nel Newcastle United, nei Bolton Wanderers, per terminare nello Sheffield United, di cui divenne allenatore subito dopo il ritiro, nel 2010.

Venne nominato Member of the Order of the British Empire (MBE), un’importante onorificenza per la monarchia britannica. Bastò un anno perché la patria lo chiamasse per diventare allenatore della nazionale Gallese, con cui nel 2011 conquistò il record di posizioni guadagnate nel ranking FIFA. Un’elegante casa in legno e mattoni immersa nel verde di Huntington, in Cheshire, una bella famiglia. Qualche battibecco con la moglie Louise, ma nulla che non sembrasse risolvibile. L’idealtipico quadretto inglese della famiglia borghese benestante.

Speed riceve l’onoreficenza dal Principe Carlo

Fino alla mattina del 27 Novembre 2011, quando, dopo una lite, Louise trova Gary impiccato in garage. Inutili i soccorsi: nessun messaggio d’addio, tanto che il coroner non è in grado di scrivere definitivamente la parola “suicidio” sul suo referto. Ma più di un indizio porta lì. Il messaggio di quattro giorni prima alla moglie, in cui il CT gallese minacciava di togliersi la vita salvo poi fare marcia indietro, fino al tragico passo finale.

La madre lo definì “uno che vedeva sempre il bicchiere mezzo vuoto”. La moglie disse che era un tipo introverso, ma tutti i colleghi lo ricordano come “un modello dentro e fuori dal campo”. La faccia pulita, un’allure che fa tanto middle-class britannica e un comportamento sempre esemplare nei 90 minuti di gioco.

Alan Shearer, leggenda del Newcastle ed ex compagno di squadra di Speed, racconta di una confessione su alcuni problemi matrimoniali sussurratagli durante una vacanza. Proprio con Shearer andrà a vedere Manchester United-Newcastle il pomeriggio antecedente alla sua morte. Lo raggiunse dopo aver partecipato alla diretta di Football Focus, su BBC One: la sua ultima intervista televisiva, in cui appare tranquillo e pacato.

Dicono che se guardi dentro l’abisso anche l’abisso guarda dentro di te. Diceva, Cesare Pavese, che “i suicidi sono omicidi timidi”. Ma se gli abissi di ognuno sono quanto di più intimo e personale abbiamo, Gary Speed non sembrava affatto un timido, per quanto posato ed introverso. Almeno non in campo, dove si rivela la vera indole di un uomo, e dove – nomen omen – Speed correva come un pazzo. Come un vero incursore di scuola british: dalla fascia sinistra, col mancino, gettandosi con intensità verso la porta avversaria.

Speed in un’esultanza ai tempi del Newcastle

Potente, come il suo tiro. Intelligente in campo, come avrebbe poi dimostrato di esserlo in panchina. Disciplinato, umile e attento al fisico come solo i giocatori della sua generazione hanno saputo esserlo, quando sempre più spesso – in tempi più antichi o moderni – solo due di queste qualità si riescono a trovare nei cosiddetti top player.

La sua carriera inizia nelle giovanili del Leeds, dove gioca come terzino sinistro. L’allenatore Howard Wilkinson lo porta in prima squadra, facendolo debuttare a soli 19 anni contro l’Oldham Athletic. L’anno dopo sarà decisivo, mancando soltanto una delle 42 partite che fanno guadagnare ai Peacocks la promozione in Premier League. Si dimostra decisivo anche con un gol in zona Cesarini al Notts County durante la League Cup del 1995, un sinistro teso e preciso dei suoi.

L’anno successivo passa all’Everton, squadra che tifava fin da bambino. Lo influenza probabilmente il fatto di essere nato a Mancor, nella stessa strada di Kevin Ratcliffe, capitano quando Speed è un ragazzino. Segna una tripletta al Southampton e si conferma, da centrocampista, capocannoniere della squadra con 11 gol, a pari merito con Duncan Ferguson. Lascerà i Toffees nel 1998, dopo 58 partite condite da 15 gol in due anni. È un prospetto di livello europeo, una carriera in piena maturazione segna il naturale passaggio verso una società che in quegli anni stava lottando ai vertici della Premier sgomitando fra i giganti United e Gunners.

Viene acquistato dal Newcastle durante il mercato di riparazione del 1998 per 5,5 milioni di sterline. Anche sulle rive del Tyne rimane titolare fisso, contribuendo ai successi di una delle più forti tra le formazioni dei Magpies. In bianconero Speed gioca (e perde) due finali di FA Cup in due anni di fila, contro Arsenal (1998) e Manchester United (1999).

Speed ormai si è affermato come giocatore decisivo: sa attaccare la profondità, ribaltare l’azione conducendo transizioni coast-to-coast, segna come una seconda punta, ha un colpo di testa micidiale, sa leggere entrambe le fasi di gioco e si adatta perfettamente a quell’elevata intensità fisica e agonistica che è fondamento tecnico del calcio inglese. Una sorta di Gareth Bale ante-litteram.

Nel 2002 gioca e segna contro la Dinamo Kiev in Champions League. L’anno in cui il primo Milan di Carlo Ancelotti alza la coppa all’Old Trafford, il Newcastle partecipa alla sua più straordinaria competizione europea, uscendo alla seconda fase a gironi contro squadroni come Inter, Barça e l’outsider di lusso Bayer Leverkusen.

Gli ultimi anni li passa nei Bolton Wanderers, dove gioca 121 partite. Nel maggio 2007 gli capita persino di sostituire Sam Allardyce in panchina come allenatore, carica ricoperta fino ad ottobre per poi tornare a giocare. Pochi mesi dopo, ancora nel mercato di riparazione, passa allo Sheffield United. Al suo ritiro da giocatore viene ingaggiato dagli stessi Blades come allenatore. È, insomma, la tipica carriera calcistica di un leader silenzioso, di un punto di riferimento fondamentale per compagni e allenatori.

E bastarono quattro mesi prima che il Galles – con cui aveva giocato 85 partite, secondo solo a Ryan Giggs – lo contattasse per diventare commissario tecnico. Vinse cinque partite e ne perse altrettante ma, in parte del suo lavoro tattico e di ri-organizzazione del gruppo e dello staff tecnico, si possono tuttora scovare le fondamenta dei successi del Galles odierno.

Si pensa generalmente che quella dei calciatori sia una bella vita, fatta innanzitutto di calcio – alzi la mano chi non vorrebbe guadagnare giocando – ma anche di molti soldi, donne avvenenti, macchine sportive e lusso da sfoggiare in ogni occasione. È in buona parte vero, ma ciò non toglie che i calciatori rimangano uomini come tutti gli altri. Un fascio di carne, più allenato degli altri, di ossa e di nervi. Perché non bastano un pallone tra i piedi e uno stadio in tripudio per liberarsi di angosce, debolezze e vulnerabilità recondite.

Gary Speed non è stato il solo calciatore a togliersi la vita. Ce ne sono stati altri, più o meno famosi, prima e dopo. Robert Enke ha giocato per la nazionale tedesca, Hannover 96, Borussia Monchengladbach, Benfica, Barcellona e Fenerbahçe, prima di uccidersi il 10 novembre 2009. Alan Davies, anch’egli gallese ed ex giocatore del Newcastle, venne trovato morto nella sua macchina a 30 anni, nel 1992. Justin Fashanu s’impiccò in un garage di Shoreditch nel 1998, dopo un’infamante e falsa accusa di stupro e l’ostracismo di tutta la comunità calcistica britannica e della sua famiglia, dopo aver fatto coming out.

Puoi venire applaudito ogni volta che metti piede fuori di casa, venire implorato per un autografo o un selfie, essere premiato da capi di Stato e federazioni sportive, essere idolatrato dai tifosi, ospitato dalle tv, ricordato con affetto dai compagni. Ma se vedi il “bicchiere mezzo vuoto”, neanche la gioia del calcio può bastare a dare un senso alla tua vita.

 

A cura di Stefano Basilico