La Corea del Nord è un paese strano, se osservato con le categorie mentali cui siamo abituati. Tra i più rigidi e ortodossi regimi comunisti sopravvissuti oggi al mondo, le informazioni vi filtrano, all’interno o all’esterno, come gocce da un’impenetrabile diga. Le notizie che arrivano alle nostre orecchie, vere o false, sono sempre esagerate ai limiti dell’incredibile, tra tagli di capelli obbligatori e militari sbranati da belve feroci come punizione.

Altre, senz’altro veritiere, come lager e carestie, provocano poco scandalo nelle nostre società in cui l’indignazione è un sentimento intenso ma brevissimo e intermittente. Tra queste notizie assurde ci sono anche quelle riguardanti il calcio: argomento cruciale per tutti i tipi di regimi autocratici, che hanno avuto sul tema approcci diversi.

In controtendenza con il proibizionismo talebano, in cui gli stadi venivano utilizzati per le pubbliche esecuzioni, molti leader autoritari hanno compreso il ruolo propagandistico e di collante identitario fornito da un pallone. Gli azzurri durante il ventennio fascista vinsero due Mondiali e Mussolini riorganizzò il campionato nostrano – fingendosi probabilmente più tifoso di quanto realmente fosse – accorpando numerose piccole società e favorendo la nascita e l’organizzazione di numerosi club odierni.

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Attualmente sembra averlo capito anche Kim Jong Un, che sulla retorica nazionalista applicata al calcio sta investendo parecchio. Nel paese ci sono circa 500.000 giocatori divisi in quasi 250 squadre. Di questi almeno 15.000 sono registrati alla FIFA, e potrebbero usufruire dei servizi dei procuratori sportivi. I giocatori della nazionale hanno un valore complessivo stimato in 1,73 milioni di euro.

Giocano in uno stadio da 50.000 posti, intitolato, manco a dirlo, all’ex “Grande Leader” Kim Il-sung. Il loro simbolo è il Chollima, una sorta di cavallo alato che rappresenta eroismo e combattività nazionali.

Il Chollima alle porte di Pyongyang

Nell’ultimo ranking FIFA la nazionale maschile è salita al 105° posto, mentre quella femminile è addirittura sesta, davanti a Brasile, Italia e Spagna. Le ragazze nord-coreane non hanno però potuto partecipare alla Coppa del Mondo dello scorso anno in Canada per squalifica: cinque di loro non hanno passato i controlli anti-doping, a causa, dicono i medici della federazione, di “cure tradizionali col muschio”.

Brillano comunque più dei colleghi maschi, il cui gradino più alto è stato un quarto posto durante la Coppa d’Asia del 1980. Ricordiamo bene una delle loro due partecipazioni ai mondiali, quella del 1966 che costò una storica eliminazione agli Azzurri a causa del gol del (finto) dentista Pak Doo-Ik.

La seconda partecipazione è quella ai mondiali sudafricani del 2010, dove perdono tutte le partite del proprio girone, ma in cui Ji Yun-Nam allo scadere segna un gol storico nella sconfitta per 2-1 contro il quotatissimo Brasile.

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I giocatori provengono, per la maggior parte, dal campionato nazionale: Pyongyang City, Rimyongsu, April 25 e Hwaebul sono le squadre che ne forniscono di più. Ci sono tre “oriundi” nati in Giappone e proprio nel campionato del Sol Levante giocano tre membri della nazionale: Ryang Yong-gi nei Vegalta Sendai e An Byong-jun nei Kawasaki Frontale, nella massima serie (J1); Ri Yong-jik nei V-Varen di Nagasaki, in serie J2. Pak Kwang-ryong e Cha Jong-hyok giocano addirittura in Europa, entrambi nella Challenge League (serie B) svizzera: il primo nel FC Biel-Bienne, il secondo nell’FC Wil.

Uno dei giocatori più famosi in occidente, ora non più convocato in nazionale, è l’attaccante Jong Tae-se, con un passato al Bochum e all’FC Köln, salito alle cronache per essersi visibilmente commosso durante l’inno nazionale nell’esordio in Coppa del Mondo contro il Brasile. I media commentarono che quelle lacrime erano conseguenza delle minacce di morte del regime in caso di sconfitta, ma la sopravvivenza di Tae-se mostra che più probabilmente si trattava di genuino amor patrio o emozione da palcoscenico.

Ad ogni modo, nel mondiale sudafricano si iniziano a vedere applicate al calcio le dinamiche propagandistiche, in tutti i sensi, della politica. Il CT Kim Jong-Hun sostenne in conferenza stampa che il Caro Leader gli inviava consigli tattici durante le partite tramite “un cellulare invisibile ad occhio nudo” (testuale). Dello stesso allenatore si dirà, dopo il mancato passaggio del turno, che è stato sottoposto ad una pubblica inchiesta di sei ore, accusato di tradimento e infine spedito a fare il muratore in un luogo imprecisato.

Stesso trattamento, con la sempreverde variante della miniera, sarebbe stato riservato ai giocatori, che invece si sono fatti trovare tranquillamente pronti per il match successivo. Destò scalpore, sempre al mondiale sudafricano, la “sparizione” di quattro giocatori della nazionale: fuggiti, si disse, in cerca di asilo politico. In realtà semplicemente infortunati, pare.

Se il confine tra le due Coree è militarizzato e impenetrabile, quello tra realtà e fantasia, tra credibile e incredibile, è decisamente più labile. Parrebbe improbabile, invece è tutto vero, l’assalto della folla inferocita allo stadio di Pyongyang contro la nazionale iraniana nel 2005 durante le qualificazioni al mondiale. Una sconfitta per 2-0 ed un evidente rigore non dato fecero imbestialire i disciplinatissimi nord-coreani, che arrivarono a distruggere il pullman dei persiani.

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Ma è nella realtà calcistica quotidiana che si cela l’essenza del paradossale. Il culmine della Propaganda, che a quelle latitudini è normalità, per noi risulta a distanza siderale da tutto ciò che è il calcio occidentale moderno. Lo racconta il portiere del Pyongyang City e della nazionale, Ri Myong-guk, in un’intervista al Guardian, poco dopo l’esperienza in Coppa del Mondo:

“La finale di Coppa in Corea del Nord non ha eguali. Metà dei posti nello stadio sono per i civili – che in estate indossano tutti cappelli bianchi, camicie bianche e cravatte rosse – mentre l’altra metà è per i soldati. Gli steward controllano i tifosi con delle bandierine, istruendoli su quando cantare e applaudire. Per il resto, si gioca in maniera pulita: senza eccessi, batti-cinque o falsi infortuni.

Dopo ogni gol la folla applaude all’unisono e – se il Supremo Leader è presente – tutta la squadra che ha segnato si presenta di fronte a lui per salutarlo. Nelle partite di campionato la banda militare suona musica dal vivo. Non ci sono pubblicità intorno al campo. Non ci sono code, paninari o venditori di programmi. La stampa può contare solo su tre cameramen che stanno dietro le porte.”

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Tutto questo, si può dire, riporta parzialmente alla memoria anche alcuni elementi romantici tipici del calcio di una volta: quello senza tatuaggi, tuffatori e sponsor dominanti. Ovviamente, al tempo stesso, di fianco a questa scarna semplicità di fondo domina un’abnorme rigidità: una commistione di terrore latente, potere autoritario e farsa coreografata, che risulta quanto di più lontano possa esistere dall’essenza del gioco del calcio. Che è passione, fantasia e imprevedibilità per sua stessa natura.

E sinceramente viene da preferire chi dopo un gol va sotto la curva ad urlare di gioia a chi, impettito, si inchina davanti al Supremo Leader per timore di un confino.

 

A cura di Stefano Basilico