Di Sergio Sorce

Sud Italia, costa ionica, inizio anni ’80. Due squadre di bambini si sfidano sulla sabbia. Ogni quartiere ha ribattezzato la sua spiaggia col nome di uno stadio famoso. In palio c’è una coppa e chi vince la terrà fino alla domenica successiva. Il triplice fischio saranno le grida delle madri che richiameranno all’ordine i figli dal balcone. Tra questi c’è il figlio di Franco, bomber di quarta serie che segna gol a palate e sogna per il piccolo un futuro da Pibe de Oro.

Peccato che il bambino si ostini ad appendere in camera il poster di Salvatore Bagni. Ha una predilezione per i lottatori del centrocampo. Sarà per via del nome, Ivan, che incarna l’animo battagliero o per un’innata attitudine a combattere. Ma il bambino, come vuole la tradizione meridionale, si chiama anche Gennaro come il nonno, Mastro Rino. È la storia di Ivan Gennaro Gattuso, detto Ringhio, una storia italiana, una storia nella quale, se ci pensate bene, potreste rivedervi tutti. Almeno per un attimo.

Potreste rivedervi in quel gruppo di bambini che dopo aver fatto le pagne, così chiamiamo dalle mie parti il modo di fare le squadre, trasformava un pezzo di spiaggia nello stadio di Wembley, né più né meno di ciò che facevo io, immaginando che i platani del parco fossero spalti gremiti di tifosi o il tappeto persiano un prato verde e il tavolino di cristallo una porta nella quale infilare la pallina di spugna.

A Ivan Gennaro Gattuso non tremarono le gambe all’esordio a San Siro, perché in fondo ci aveva già giocato: nella San Siro di Schiavonea di Corigliano Calabro, sulla sabbia dove si era grattugiato i piedi da piccolo.

(credits: Landonio Giancarlo/Infophoto)

Ci siamo sentiti tutti un po’ Gattuso quando a Dortmund schiumò di rabbia leggendo la prima pagina della Bild che apostrofava gli azzurri come mangia pizze con le valigie già pronte per tornare a casa e alla fine le valigie le chiusero per andare a Berlino.

Nel ritiro di Duisburg, gestito guarda caso da un calabrese, ricevette l’incoraggiamento di tanti connazionali che avevano cercato fortuna in Germania e gli chiedevano di vendicare gli sfottò ricevuti quotidianamente per anni. Probabilmente si ricordò dei racconti di papà Franco e mamma Costanza, emigrati in terra tedesca a lavorare come operai a diciassette anni.

Non risparmiò nemmeno un contrasto in quella partita, a costo di saltare la finale vista la diffida, e ai giornalisti che insinuarono che avrebbe fatto calcoli per non prendere l’ammonizione rispose con il celebre “Io il cartellino me lo mangio”. Perché uno così generoso di calcoli non ne fa. Sul prato del Westfalenstadion quella sera mise tutta la voglia di riscatto dei tipici paisà con la valigia di cartone.

Lui la sua valigia, anche se non proprio di cartone, l’aveva fatta già a 13 anni per andare in Umbria. A Perugia un certo Walter Sabatini impiegò giusto il tempo dell’ennesima sigaretta per capire che quel ragazzino avrebbe fatto strada. Ancora oggi quando si rivedono ricordano il loro primo incontro, la voglia di saltare le lezioni di ragioneria, la nostalgia di casa e il primo incontro col maestro Giovanni Galeone che ai tempi allenava la prima squadra.

Gennarino era la mascotte del gruppo, un ragazzo senza l’età per guidare che si muoveva con un’inseparabile vespetta. L’abbandonava solo la sera quando un suo compagno poco più grande di lui lo portava in giro in macchina e gli allungava qualche banconota se necessario. Questa chioccia dalla straordinaria bontà aveva cominciato a farsi le ossa a Marsala e Trapani, dove per vincere occorreva mettere in campo qualcosa di più.

È un figlio d’arte a cui nessuno ha mai regalato un centimetro, indigesto a molti per aver superato i limiti del fair play ma che in fatto di coraggio e voglia di emergere non ha niente da invidiare a nessuno: di nome fa Marco e di cognome Materazzi. Mentre chiudeva la valigia tra le lacrime della mamma promise a se stesso che da quell’esperienza sarebbe tornato da giocatore vero, altrimenti avrebbe cercato fortuna in Germania come i suoi genitori trent’anni prima.

Esordì in serie A contro il Bologna, ironia della sorte proprio la squadra che l’aveva scartato prima del provino in Umbria. Galeone, fautore di un calcio spettacolare in cui Gattuso svolgeva il lavoro oscuro, fu esonerato poco dopo Natale ma Nevio Scala continuò a dare spazio a quel peperino del centrocampo. A fine stagione arrivò la retrocessione ma sulle tribune del Renato Curi c’erano spesso degli emissari che volavano Oltremanica per informare i Glasgow Rangers sulle prestazioni di Marco Negri, bomber protagonista della promozione in serie A.

Le 15 reti nella massima serie convinsero i protestanti di Glasgow a vestirlo di blu e non se ne pentirono visti i 32 gol in 29 partite nella prima stagione scozzese. Insieme a Negri però gli osservatori notarono quel giovane torello tutta grinta che si sarebbe inserito alla perfezione nel calcio anglosassone. Fu un affare per i Gaucci ma lo fu anche per Gattuso che non ha mai nascosto che a convincerlo fu l’ingaggio e le parole tutt’altro che morbide di suo padre.

“Se non vuoi andare a Glasgow ti ci mando io a calci in culo. Ti rendi conto che cinquecento milioni io non li guadagno manco se lavoro una vita intera?”

Papà Franco andò in avanscoperta, raccontandogli del fascino dello stadio e il calore dei tifosi durante le partite, era l’occasione della vita ma non facile da cogliere. Ad aspettarlo, oltre a Marco Negri, trovò Sergio Porrini, Lorenzo Amoruso e un inglese che dall’esperienza italiana aveva imparato soprattutto le parolacce e non aveva bisogno di presentazioni: Paul Gascoigne.

Non dev’essere stato facile avere come tutor uno che per scherzo nascondeva della merda nei calzettoni dei compagni. Rino per fortuna se ne accorse in tempo, ma non fu l’unica burla da schivare. Come dimenticare per esempio quando chiese a Gascoigne di dire all’insegnante di inglese che non aveva molta voglia di studiare e Gazza per scherzo tradusse l’esatto contrario, costringendolo a cinque ore di lezione. Proprio lui che a scuola non resisteva più di dieci minuti.

“La mia scuola è stata il calcio e i libri mi fanno da sonnifero.”

Che tipo, GazzaGenio folle prestato al calcio, giocatore dal talento e il cuore enorme, capace di accompagnare Gattuso nelle boutique del centro per rifarsi il guardaroba, visto che il club imponeva di presentarsi al campo in giacca e cravatta anche per gli allenamenti. Gli disse che la società avrebbe scalato i soldi dal suo ingaggio ma dopo alcuni mesi, vedendo che non erano stati prelevati, capì che aveva pagato tutto Gascoigne.

Il ragazzo di Calabria si fece amare dai compagni anche quando dopo mesi di allenamenti chiese chi fosse quella signora ritratta sul muro dello spogliatoio e tutti risero perché non aveva riconosciuto la Regina! La Scozia non è dall’altra parte del mondo ma per lui era un’avventura inedita, una nuova lingua, un clima diverso e un altro modo di intendere il calcio. Non solo da parte di Gascoigne. Per esempio, c’era anche Stuart MacCall, la cui acrobazia preferita era bersi un litro di birra a testa in giù.

Gattuso davanti ad Ibrox Park ai tempi di Glasgow

Siamo stati tutti un po’ Gattuso quando la nostalgia dell’Italia gli annodava lo stomaco. Uno stomaco che si rilassava solo in campo, dove il linguaggio del calcio è universale, e al ristorante italiano La Rotonda, dove poteva respirare aria di casa anche nel centro di Glasgow, tra un piatto di tagliatelle e due chiacchiere coi proprietari Mario e Pina. Lì conobbe anche Monica, la loro figlia, che diventerà sua moglie per la più classica delle italian love story.

Le cose presero subito la giusta piega, tra pinte offerte dai tifosi e la maglia da titolare Rino diventò Raino e si sentì per la prima volta un giocatore vero. Come ad Ibrox Park, quando in un derby tra riserve davanti a 50.000 spettatori comprese il profondo sentimento di rivalità tra Celtic e Rangers.

Fu un’ottima stagione a livello personale nonostante la finale di Coppa nazionale persa contro gli Hearts e lo scudetto sfumato all’ultima giornata. A questi due rammarichi va aggiunto il derby contro i Celtic in cui, a riprova di una carica adrenalinica pesantemente sopra la media, nonostante il “Take it easy” di Walter Smith si beccò il primo giallo dopo 25 secondi e il secondo dopo 10 minuti.

Al ritorno dalle vacanza in Italia trovò una spiacevole sorpresa: Walter Smith era volato a Liverpool, sponda Everton, e al suo posto ecco Dick Advocaat, tecnico olandese che preferiva schierarlo terzino. Si mangiò le mani per non aver seguito il suo mentore che lo voleva con sé in Inghilterra ma il destino venne in soccorso vestendo i panni di Andrea D’Amico e Claudio Pasqualin, suoi futuri procuratori. I due erano in Scozia per una battuta di caccia e il patron dei Rangers David Murray, visti i problemi di convivenza col nuovo tecnico, li chiamò per fissare un incontro.

Si aprì una trattativa con la Salernitana e qui la storia assume contorni romanzeschi: il ritorno in Italia si concretizzò sul divano di Murray insieme a Sean Connery e Catherine Zeta Jones, impegnati nelle riprese di Entrapment, girato proprio nella tenuta del patron dei Rangers. Quel giocatore che da bambino aiutava i pescatori a svuotare le reti adesso si ritrovava a sorseggiare un caffè con 007. Niente male.

Se non fosse diventato calciatore avrebbe seguito la strada di quei lupi di mare che da piccolo vedeva partire al largo con le lampare accese. A fine giornata riempiva il secchiello di molluschi e pesci che gli regalavano per l’aiuto e li vendeva in piazza ai signori che giocavano a carte. Quello è stato il suo primo lavoro.

“Tra gli acquirenti c’era pure mio nonno. Lui era un osso duro perché giocava al ribasso e così spesso andava a finire che gli davo il pesce quasi gratis.”

Anche in Campania dimostrò subito il suo valore, guadagnandosi il soprannome di Pitbull, Delio Rossi lo promosse titolare di una squadra bella, di buone prospettive ma forse immatura e così insieme ai vari Di Vaio, Fresi, Di Michele e Giacomo Tedesco non riuscì ad evitare la retrocessione. Era la seconda delusione italiana dopo la retrocessione col Perugia ma quel ragazzo partito per la Scozia affamato e grezzo era ormai un centrocampista ambito dai grandi club; per prima si fece viva la Roma ma non resistette al richiamo del Milan, la squadra del suo cuore e di quello di papà Franco, che nel frattempo l’aveva perdonato per il poster dell’interista Bagni. Era ora di esordire, stavolta davvero, a San Siro.

Il grande salto lo portò in una dimensione più grande e ancora una volta mi rivedo in lui per lo stile inadeguato con il quale mi sono presentato a certe feste. Su consiglio di Braida rinunciò al look trasandato tagliando barba e capelli, ma nel pre-ritiro in Sardegna indossò una maglietta con un altro sponsor tecnico. Insomma, non si era ancora calato nella parte ma aveva le carte giuste per giocare al tavolo dei grandi nonostante epiteti giornalistici poco eleganti come Gattosauro e un offensivo striscione dei laziali: L’uomo discende da Gattuso.

La prese con filosofia e pazienza se sugli spalti qualcuno rumoreggiava, ricordando che un tempo si applaudiva Van Basten. Gattuso, partito da un paesino calabrese e paragonato a un primate per il pressing animalesco, ottenne i complimenti di Galliani sul volo di ritorno da Londra per l’esordio in Champions League.

“Dicono: Gattuso non sa stoppare. Dico io: ma se vado a duemila all’ora mi permettete almeno di sbagliare qualche appoggio?”

Dopo gli allenamenti si fermava ore a palleggiare con Tassotti: voleva a tutti i costi sgobbare per Kakà perché sapeva che solo così sarebbe finito sulle gigantografie di Milanello. Nei primi tre anni rossoneri zero titoli e la sensazione di portare anche un po’ sfiga; ma mentre la società disfaceva i progetti estivi come la tela di Penelope lui diventò Ringhio, azzeccatissimo soprannome affibbiatogli da Pellegatti.

Il primo successo in carriera arrivò nel 2000 col titolo europeo Under 21; Marco Tardelli lo impiegò esterno destro, e Gattuso non fece una piega, abituato com’era a sgobbare per i più talentuosi. Come Pirlo, autore di una doppietta in finale contro la Repubblica Ceca.

Nel calcio i successi sono come un puzzle che ha bisogno di tutte le tessere per essere completato. Ha sempre dichiarato che il suo pallone d’oro era rastrellare palloni in giro per il campo e ha interpretato il senso più nobile del termine fatica. Come quando durante una massacrante serie di esercizi vide Rivaldo stremato e gli disse: “Non ti preoccupare, se vuoi li faccio io al posto tuo, l’importante è che poi ci fai vincere”.

In una squadra servono i leader, le ali capaci di saltare l’uomo e rompere gli schemi, i difensori maestri della posizione ma anche i gregari che faticano per il compagno, amati dal pubblico per dedizione e spirito di sacrificio. Faticatori indispensabili che compensano la mancanza di talento con una doppia dose di grinta. Lo sanno gli allenatori, i tifosi, ma soprattutto lo sanno i campioni come Michel Platini che una volta, dopo essersi acceso una sigaretta, rispose a uno scettico Agnelli: “Avvocato, l’importante è che non fumi Bonini”.

“Il mio doping è il peperoncino. E il fatto che mi spacco il culo durante la settimana.”

Una storia strana quella con la nazionale maggiore, iniziata sulla bocca di tutti senza nemmeno giocare. Il giorno dopo l’incredibile finale persa con la Francia a Euro 2000 Silvio Berlusconi criticò Dino Zoff, reo secondo il cavaliere di non aver convocato Gattuso, trovandosi privo di giocatori in grado di contrastare Zidane ed evitare la sconfitta.

Un caso mediatico che Ringhio avrebbe evitato volentieri, ma l’avventura con la maglia azzurra iniziò presto sotto la guida di Trapattoni, che ai tempi della Fiorentina l’aveva addirittura chiesto in prestito ai rossoneri. Incredibile ma vero, Gattuso divenne anche il tema della disfatta coreana del 2002 quando il Trap venne accusato di difensivismo per averlo inserito al posto di Del Piero. Nel suo libro “Se uno nasce quadrato non muore tondo” Ringhio però con immensa onestà non solo scagiona il cittì ma persino Byron Moreno, nonostante la sua malafede sia stata dimostrata.

“Non si può dire che tornammo a casa solo a causa sua. I coreani si potevano battere anche con tre arbitri a favore loro.”

Nel 2004 l’avventura agli Europei in Portogallo iniziò con lo sputo di Totti al danese Poulsen e finì col biscotto tra Svezia e Danimarca e due anni dopo al termine di un Milan-Shalke 04 Gattuso esplose esultando in faccia proprio a Poulsen, che per 90 minuti aveva preso a scarpate Kakà.

Sulla sponda rossonera del naviglio intanto il vento era cambiato e nel 2003 Carlo Ancelotti, l’uomo giusto al posto giusto, propose un modulo offensivo sfatando il mito delle squadre italiane catenacciare. Nonostante in campionato le cose non girassero al meglio, in Europa si cominciò a sentire profumo di gloria. Il quarto di finale contro l’Ajax fu da cardiopalma e in semifinale l’urna riservò l’euroderby contro i cugini nerazzurri.

Fu una vigilia ingestibile per Ringhio che della partita d’andata ricorda il silenzio irreale sul pullman e il traffico impazzito e del ritorno, oltre ovviamente ai gol di Sheva e Martins e la parata di Abbiati su Kallon, le magliette Milano siamo noi e una notte in bianco in discoteca. La finale all’Old Trafford, se possibile, fu ancora più tesa perché di fronte c’era la Juventus di Lippi. Una finale tiratissima che si concluse soltanto ai rigori: con il destro di Shevchenko la maledizione finì, Ringhio poté festeggiare girandosi la maglia col numero 8 sul petto, quello indossato un tempo da Rijkaard e Ancelotti. Finalmente alzò la coppa dalle grandi orecchie finendo sui muri di Milanello.

Tornati in albergo, durante una notte di festeggiamenti folli fece una cosa che lo riportò ancora una volta ai tempi dell’infanzia. Mentre i compagni, troppo carichi di adrenalina per andare a dormire, improvvisarono come bambini una partita nel giardino dell’albergo lui, distrutto dai 13,5 chilometri percorsi in finale, si sedette a guardarli riavvolgendo il nastro della memoria alla spiaggia di Schiavonea.

Con la sua squadra del cuore ha vinto tutto ma non è riuscito a perdonarsi la sciagurata finale di Istanbul, seppur vendicata nel 2007 ad Atene. È stato salutato in un addio pieno di lacrime coi senatori di un Milan che non c’è più.

Molti lo amano perché ha rappresentato la gente: come quando è andato mezzo ubriaco davanti alle telecamere dopo la finale di Berlino facendo quello che avrebbe fatto qualunque calciatore cresciuto fra terra e polvere: ribaltare lo spogliatoio insieme ai propri compagni. E dire che quel Mondiale rischiò di saltarlo per via di una lesione muscolare a poche settimane dalle convocazioni; Lippi lo volle a tutti i costi e grazie alla solita voglia di sgobbare sbollì la rabbia recuperando in tempo record.

Un Mondiale vinto grazie al gruppo, che invece di chiudersi in un ermetico silenzio stampa come gli eroi di Spagna ‘82, preferì spiegare ai tifosi che nel marciume di Calciopoli non c’entrava niente. Entrò contro gli Stati Uniti dopo l’espulsione di De Rossi e quando, contro la Repubblica Ceca, Nesta s’infortunò capì per primo che quel ragazzone antipatico a molti che si era alzato dalla panchina non lo avrebbe fatto rimpiangere.

Gattuso e Materazzi, di nuovo insieme a lottare anni dopo le serate perugine. La notte del 9 luglio 2006, davanti a tutta l’Italia pallonara, ringraziò prima di tutto la famiglia e poi Schiavonea di Corigliano, ricordando ancora una volta le sue origini.

Non fu invece un italian bastard riferito alle sue radici a farlo sbroccare contro Joe Jordan ma il modo del tutto umano, anche se sbagliato, di reagire a una sconfitta. Nel febbraio 2011 durante l’ottavo di Champions contro il Tottenham gli animi si erano scaldati a tal punto da portare le mani di Ringhio al collo dell’assistente di Redknapp. Al triplice fischio i due si beccarono di nuovo in un testa a testa da saloon. Gattuso, che quella sera indossava pure la fascia da capitano, si scusò subito capendo di aver sbagliato.

“Ho perso la testa. Ho sbagliato. Non ci sono giustificazioni per quello che ho fatto. Anche se Jordan ha continuato a rompere le scatole per tutto il secondo tempo, non dovevo reagire così. Non vi dico quello che ci siamo detti, ma parlavamo in scozzese.”

Graeme Souness, centrocampista scozzese transitato a metà degli anni ‘80 in Italia con la maglia della Samp, commentò l’episodio in maniera durissima e tutt’altro che distensiva.

“Gattuso è un cane. Vorrei solo chiuderlo 10 minuti in una stanza da solo con Joe Jordan. In realtà non servirebbe tutto questo tempo, ne basterebbero 5.”

Non so se avesse ragione, può anche darsi, ma io preferirei non stare da solo in una stanza con Gattuso così alterato. E di sicuro nemmeno Souness. Ad ogni modo fu proprio Joe Jordan uno dei primi a mandare gli auguri di pronta guarigione a Ringhio durante la sua malattia all’occhio. Non lo fece per farsi perdonare qualcosa, ma semplicemente perché sapeva che in campo si possono perdere le staffe e i veri uomini si scusano guardando avanti.

La carriera da allenatore ha dimostrato, una volta di più, che non appartiene al club dei nati con la camicia e che in vent’anni di carriera si è guadagnato la pagnotta a morsi.

All’Ofi si è dimesso due volte, la prima a ottobre 2014 ha suscitato una sommossa dei tifosi che lo hanno supplicato di restare. Lo volevano trattenere a tutti i costi non perché dopo aver vinto la Coppa del mondo si trovasse ad allenare una piccola squadra dell’isola di Creta, non perché stesse pagando di tasca sua alcune spese del club, non perché avesse battuto l’odiato Panathinaikos dopo 27 anni o perché stesse lavorando gratis da mesi.

Lo volevano per tutti questi motivi insieme. Perché Ivan Gennaro Gattuso, detto Ringhio, prima di tutto è abituato a combattere e chi in Grecia ancora non lo sapesse ha imparato a conoscerlo grazie a una conferenza stampa in pieno Malesani-style. Esplose dopo la sconfitta interna contro l’Asteras ma il problema non era la partita. Ascoltare per credere. Il climax ascendente culmina con un “No pay me? No problem!” che avrebbe meritato miglior sorte.

Trecento tifosi raggiunsero casa sua e il mattino seguente un altro centinaio provò a convincerlo a restare. La squadra ovviamente era con lui e i senatori lo pregarono chiusi nell’ufficio del presidente. L’affetto smisurato lo convinse, e la drammatica situazione societaria gli fece triplicare gli sforzi occupandosi di tutto: dai problemi dei magazzinieri a quelli del massaggiatore.

Quando dopo Natale metà squadra non si presentò al campo e l’altra metà andò a battere cassa da lui, rassegnò le dimissioni la seconda volta. Lo fece con tristezza perché da mesi provava a esorcizzare la crisi greca almeno per i 90 minuti della partita. Ormai aveva assorbito il dolore della gente.

La prima esperienza in panchina è stata da traghettatore in Svizzera tra le maledizioni della moglie, trasferitasi convinta di trovare tranquillità. Al Sion era andato per chiudere la carriera e suo malgrado si trovò coinvolto in un caos dopo la centrifuga di emozioni dell’addio a San Siro. Nell’estate 2012 firmò un biennale che gli avrebbe fatto lasciare il calcio giocato a 36 anni e migliaia di chilometri percorsi ma, nel febbraio 2013, dopo la sconfitta contro il Thun, il vulcanico presidente Christian Constantin esonerò l’allenatore nominando Rino alla guida della squadra.

Tre mesi più tardi, dopo 10 punti in 10 partite e l’eliminazione dalla Coppa nazionale, venne esonerato dallo Zamparini rossocrociato. Il 5-0 col San Gallo mandò su tutte le furie il presidente, ma il Gattuso-after portò altre tre sconfitte confermando che Ringhio c’entrava poco col fallimento di una squadra costruita per il titolo e finita mestamente al sesto posto, fuori anche dall’Europa League. Gattuso era il quarto allenatore della stagione, addirittura il settimo dal 2012.

Gattuso in panchina a Palermo

Una carriera iniziata l’altro ieri e già densa di aneddoti. Il resto è materiale recente. Tornato dalla Svizzera riceve la chiamata di Zamparini, quello vero, e nonostante la fama di mangia-allenatori non resiste al fascino della piazza palermitana. Nell’estate 2013 i rosanero puntano al ritorno immediato in A, il presidente giura che non lo esonererà mai e Gattuso risponde che sarebbe venuto anche gratis.

Ma la storia si ripete e dopo sei giornate arriva il licenziamento. Il Palermo in serie A ci andrà grazie a Iachini e Gattuso passerà alla storia come l’ennesimo allenatore cacciato da Zamparini. Mesi dopo racconterà di chiamate notturne del padre-padrone rosanero per rifare la formazione senza avere la minima competenza.

Scelta sbagliata o affrettata poco importa perché dopo la parentesi greca è ripartito da Pisa in Lega Pro, da una città che manca dal grande calcio da troppi anni, e alla presentazione della squadra davanti a 6.000 tifosi ha promesso soltanto che i suoi mangeranno l’erba. Il suo torello durante il ritiro è già diventato un web-cult e oggi è terzo in classifica a cinque punti dalla capolista Spal, battuta a Ferrara. Come promesso, ha costruito un fortino all’Arena Garibaldi con sei vittorie in otto partite.

Passeranno il tiki-taka e il falso nueve, ci siamo riempiti la bocca di albero di Natale e difesa a tre, è addirittura tornata in voga il termine mezzala. Il calcio, come tutto del resto, segue moda ed evoluzioni. Mi consolo sapendo che i Ringhio non passeranno mai un po’ perché, parafrasando un pezzo della mia adolescenza, il Gattuso è sempre in voga perché non è di moda mai, e un po’ perché incarna lo spirito popolare di questo gioco.

Lo spirito di chi si è rigirato nel letto anche prima di una partita di Seconda Categoria, di chi ha associato la domenica all’odore di olio canforato, di chi si è cambiato in uno spogliatoio minuscolo con il fango che si insinua tra le fughe di piastrelle sbeccate. Se fossi Ringhio morderei il mondo e ne sarei orgoglioso. Ma forse, almeno per cinque minuti, in un campetto di provincia lo sono stato.