«Sono convinto che quel che ci impongono di imparare a scuola venga dimenticato in pochi anni. Ma ogni cosa che impari per placare la tua sete, non la dimentichi mai.» (W. Herzog)

Prologo

È il 23 Maggio del 2008, è un mattino fresco, di quelli attraversati da una brezza pungente che provoca brividi lungo il corpo; eppure l’antica piazza di Magonza rivela una scena decisamente fuori dall’ordinario. È gremita all’inverosimile e decine di migliaia di cittadini vestiti di rosso fissano, in religioso silenzio, un palco allestito per l’occasione. Sopra quel concentrato di tubi in acciaio e schermi a led non c’è però una band di grido, tantomeno un esponente di spicco del Sozialdemokratische Partei, la SPD.

Quello sul palco, giubbotto di pelle aperto, jeans casual e camicia sbottonata sul davanti, è un colosso sulla quarantina che non riesce a trattenere le lacrime. È un allenatore. Anche se, a giudicare dalle reazioni, appare più come un profeta, una sorta di figura pagana da tardo Medioevo bavarese. Eppure qui siamo a Magonza, nel cuore della Renania, dove gioca una squadra che mai ha lasciato il segno nella storia della Bundesliga. Ma quella figura all’apparenza così ordinaria, è in realtà il più grande uomo di calcio che sia mai apparso da queste parti.

Intanto, dalla folla riecheggia un boato che acquista sempre più forza:

«Jür-gen! Jür-gen! Jür-gen!»

I ventimila di Magonza conoscono quell’uomo e sanno che, dopo 19 anni insieme, non lo vedranno più. Jürgen è sul palco e parla, ma – per una volta – appare in imbarazzo. Sopraffatto dall’emozione. Riesce, però, a recuperare la voce per qualche istante e a sussurrare una frase che racchiude l’essenza del suo modo di essere: “Niemals geht man so ganz“; ovvero: “Nessuno se ne va mai completamente”. È l’addio di Jürgen Klopp alla città che l’ha accolto, cresciuto e protetto, prima come calciatore e poi come allenatore.

Istrionico, matto, visionario. Pare che ogni aggettivo che si discosti da una visione comune della realtà venga ossessivamente appiccicato a quell’uomo dal sorriso largo originario del Baden-Wurttemberg. Perché a 48 anni Jürgen Klopp si consegna già alla storia come un allenatore anticonformista: una delle ultime personalità di spicco del calcio contemporaneo.

Un cult per le espressioni teatrali, le reazioni incontrollabili, le battute sornione e, infine, per il suo personalissimo modo d’intendere il gioco in campo: un concentrato di ossessione tattica, intensità fisica e preparazione scientifica. Senza tralasciare una dose di libertà individuale. Da Magonza a Dortmund, fino alla recente chiamata in un club nobile come il Liverpool.

Se la Kop in queste settimane s’infiamma sulle note di Rock Around the Klopp, per comprendere al meglio il pensiero del Normal One del calcio continentale, è operazione doverosa scandagliare una carriera che nelle umide lande tedesche – fra acciaierie fumanti e una laboriosità senza pari – ha trovato l’humus ideale per le idee di un rivoluzionario per caso. Un dinamitardo del gioco: come il Rod Steiger di Giù la Testa.

Educazione Renana

Avvicinarsi a Jürgen Klopp significa entrare in punta di piedi in un mondo periferico, una comfort zone che stride con i grandi palcoscenici che chiunque è portato a visualizzare quando si parla di un allenatore che dapprima ha rifondato e poi consacrato quel modello unico che risponde al nome di Borussia Dortmund. Perché Klopp fa rima con una parabola visceralmente legata al cuore della provincia tedesca, quella di Magonza e della sua squadra silenziosamente adagiata nell’eremo del professionismo delle serie minori. Un piccolo laboratorio di fondamentale importanza nella formazione di un allenatore sui generis.

A Magonza, Jürgen è anzitutto un mestierante di categoria: uno di quei difensori centrali ruvidi e solidi che compongono l’intelaiatura di ogni squadra di provincia che si rispetti. Uno che deve metterla sul fisico per riuscire nel suo compito e apportare così un contributo di spessore al collettivo. Il Mainz 05 è una squadra di seconda divisione, una bottega artigiana che pare accontentarsi di campionati senza reali slanci, in un limbo sospeso a metà fra professionismo e approccio “dopolavoristico” all’ambiente del pallone.

Klopp dopo un gol con il Mainz 05

Il Nostro dal canto suo è fin dagli esordi (1990) un giocatore strano, poliforme: nasce come centravanti, portandosi dietro un fisico massiccio e pesante distribuito su 193 centimetri; è, insomma, una di quelle “boe” dal sapore vintage che oggi rimarrebbero confinate ab aeterno nei campionati minori del professionismo. Ma Klopp è anche un leader carismatico e – a differenza di molti centravanti – ha una visione globale dei concetti di collettivo e gioco. Sostanzialmente, è un centravanti per sbaglio.

E infatti, dopo qualche stagione passata a sgomitare, svettare di testa e fare da sponda per gli inserimenti dei compagni, arretra di 60 metri il suo raggio d’azione. Si trasforma in quel difensore centrale ruvido ed essenziale di cui sopra. Da cigno ad anatroccolo. O forse no, è semplicemente un passaggio razionale. Quel ragazzone con i baffi biondi in stile DDR che pare fuoriuscito dal set de Le Vite degli Altri, ha appena intuito che quella mossa può allungargli la carriera e, al tempo stesso, fargli gestire al meglio i compagni tramite la sua guida carismatica.

Klopp al Mainz nel 1991, gli manca solo una Trabant

Insomma, siamo davanti alla prima intuizione di un calciatore che sta già pensando oltre. Disegnando, più o meno inconsciamente, un tragitto che troverà il suo naturale prosieguo a bordo campo. Dopo 11 stagioni con indosso la maglia rossa degli 05, il Nostro compie il grande balzo in avanti: è il 28 febbraio 2001 e Jürgen viene nominato allenatore, anche se sarebbe più consono parlare di acclamazione. Il titano biondo ha chiuso il cerchio: centravanti, difensore centrale, capitano, infine allenatore. Quattro sfumature di carisma.

«Non sono mai riuscito a mettere in campo quello che mi passava per la testa. Ero un talento da quinta divisione con una testa da Bundesliga. Il risultato? Sono arrivato in seconda divisione.»

Perché Klopp sta per dare inizio ad un percorso probabilmente irripetibile, quello che riuscirà in buona parte a placare quella sete atavica di herzoghiana memoria. In una silente cittadina sperduta sulle rive del Reno, un rude stopper di scarso talento sta plasmando idee ed ossessioni tattiche che, in pochi anni, si eleveranno a modello affannosamente imitato, a nuovo paradigma tattico. Un percorso che sfocia inevitabilmente nell’ascesa vertiginosa del Mainz 05: la nuova Cenerentola teutonica che corre spedita come il Trans-Europe Express.

Il “Gegenpressing” e l’ascesa

Magonza è l’epicentro di un nuovo calcio, anche nella sua dimensione-bonsai di officina di provincia: la città della Renania torna improvvisamente il centro della scena tedesca, come non le accadeva da un paio di secoli. L’educazione renana segna la fase dell’adolescenza di quello strampalato allenatore che vive in tuta, si lascia andare a gesti istintivi e fa girare una modesta squadra come una macchina futurista. Quella squadra è animata da qualcosa d’impaziente, una miscela ad alto tasso di combustione. E, come spesso accade con gli innovatori, quell’anima prende un nome: gegenpressing.

«Non puoi avere la migliore atmosfera del mondo e giocare in orizzontale.»

È un concetto di base che non è nuovo ma, come tutti i veri anticonformisti, Jürgen lo rende suo lavorando sulle nozioni di aggressività, intensità e copertura degli spazi. È il paziente lavoro di uno stregone tattico, un dinamitardo solitario pronto a spargere terrore fra i giganti della Bundesliga.

Come i veri rivoluzionari di un genere, Klopp fa tesoro delle convinzioni-base, si potrebbe perfino dire dei “classici” che rispondono al nome di Rinus Michels e della scuola olandese di Cruijff, per poi elaborare una visione personale. Insomma, Klopp sta al rinnovamento tattico europeo come i Devo allo sviluppo della new-wave.

È su questo canovaccio che il Nostro conquista una storica promozione in Bundesliga nel 2004. Un traguardo impossibile, se rapportato alla cifra tecnica, alla dimensione e alla tradizione calcistica di Magonza. Un trionfo che arriva dopo due stagioni dove l’obiettivo era sfumato proprio all’ultima giornata.

Ma adesso la Germania si accorge di lui: in Renania c’è una squadra cortissima, che corre a rotta di collo, imponendo un pressing offensivo immediato sulla perdita del pallone, con una difesa alta e delle distanze quasi robotiche fra giocatori, tali da sembrare disegnate a tavolino con squadra e compasso, per poi puntare con foga e in verticale verso la porta. Immediatamente. Tutto è finalizzato alla ricerca ossessiva del gol e del dominio delle fasi di gioco.

Eppure quest’intelaiatura dal respiro assillante prende forma dall’assioma opposto: è l’arma per difendere al meglio. Su questo principio si basa il segreto del gegenpressing di matrice kloppiana. Perché a Magonza si avvertono chiari e limpidi i primi segnali di una mutazione tattica che coinvolge un intero collettivo, portando alla ribalta un modello che coniuga spettacolarità, intensità ed equilibrio.

Paradossalmente, appare più semplice per un guru con idee avanguardistiche lavorare in un ambiente familiare come quello del Mainz: è la sua officina di quartiere, e qui i giocatori rispondono ad ogni sollecitazione nervosa o fisica richiesta da Klopp. Per capire al meglio è doveroso riportare una delle trovate più bizzarre del tecnico:

«Nell’estate del 2004 portai per 5 giorni la squadra su un lago in Svezia, dove non c’era energia elettrica, dormimmo in tenda e senza cibo. Dovevamo pescarcelo. Era la prima Bundes del club in 100 anni di storia, sognavamo di salvarci. Volevo costruire un gruppo d’acciaio. Di notte in tenda era scomodo: pietre e radici ovunque. Ma così costruii un team unito e alla fine arrivammo undicesimi. Se vuoi risultati eccezionali devi vivere emozioni speciali insieme. Puoi parlare di spirito di gruppo, oppure puoi viverlo.»

È il trampolino per il grande salto verso scenari di respiro internazionale, sia per tradizione che per dimensione. Ma quella macchina lanciata sulle autobahn tedesche senza limiti di velocità potrà reggere traguardi ben più impegnativi di una salvezza o una storica qualificazione Uefa? A questo punto della storia, nel 2008, la risposta è una sola e fa rima con un catino impressionante per capacità, tifo e identità: il Westfalenstadion, a Dortmund.

Metallo, gabbie e trionfi: il modello-Borussia

Si può affermare – a ragione – che la fama e la considerazione internazionale nei confronti di Klopp passino dal lungo percorso a tinte giallonere intrapreso nella Ruhr. È il 1° luglio del 2008, già dalla conferenza stampa di presentazione s’intuisce che qualcosa cambierà dalle parti del Westfalen.

Il Nostro s’impone subito come personaggio fuori dagli schemi: è disponibile con tutti i media; condivide con entusiasmo sincero l’essenza del Borussia, ovvero quella viscerale identità che permea il quadrilatero industria-classe operaia-Muro Giallo-squadra&società; infine il suo atteggiamento è spesso ironico, talvolta sopra le righe ma sempre naturale.

Un classico di Klopp: la sobrissima esultanza

Una personalità così è difficilmente reperibile sul mercato dei tecnici, specialmente in un campionato come la Bundesliga. È evidente che quel gigante nordico sbucato dalla valle del Reno ha qualcosa di speciale; per usare un termine odioso ma piuttosto efficace: ha l’X-Factor. Quest’armamentario pop di carisma, affabilità ed imprevedibilità, però, si deve abbinare ad un’altrettanto sorprendente creatura plasmata sul campo. A Dortmund è concesso tempo, ma ogni distrazione dall’obiettivo finale – modellare dalle fondamenta un nuovo paradigma-Borussia – può portare a una rovinosa caduta.

Ma Jürgen fa di più, va oltre. Perché ciò che s’instaura e poi si consolida a Dortmund è forse il più sorprendente modello di calcio dell’ultimo decennio continentale. Il suo Borussia muta repentinamente in uno schiacciasassi, un team asfissiante eppure armonico, con le sue distanze perfette, la sua intensità al limite del parossismo e una padronanza tecnico-tattica degna dell’élite mondiale. Il tutto, giocando a ritmi vertiginosi.

Muovendosi su e giù con la foga di un tagliente riff di Tony Iommi o con la furia hard-rock di un assolo di Ritchie Blackmore. Che siano i Black Sabbath o i Deep Purple, la morale è quella: il Borussia adesso è una creatura heavy metal. A immagine e somiglianza di quell’allenatore anticonvenzionale.

«Il mio calcio è heavy metal. C’è chi dirige la squadra come un’orchestra. Fanno possesso palla, passaggi giusti, ma è come una canzone silenziosa. A me piace vedere il pallone di qua, di là, i tuffi dei portieri, pali, traverse, noi che voliamo dall’altra parte».

Insomma, quel lavoro pluriennale portato avanti con pazienza a Magonza muta – come in un romanzo kafkiano – in una creatura nuova, un organismo avanzato. Se il Mainz rappresenta l’ascesa e la forma larvale di un modello avanguardistico, il Borussia ne è l’ultimo stadio evolutivo: da bruco a farfalla. Un’affascinante falena dai colori giallo-nero, che non smette mai di sbattere le ali.

Dal 2008 al 2010, il Nostro riesce nella titanica impresa di plasmare una squadra, affinare i suoi maniacali concetti tattici poggiati su un dinamico 4-2-3-1 e apportare numerose migliorìe in un contesto sepolto dalle macerie di un glorioso passato prossimo.

Klopp capisce che per attuare la sua idea di calcio – quel gegenpressing 2.0 che toglie molte energie fisiche e nervose – è imprescindibile una visione comune, un totem a cui aggrapparsi. Tradotto: l’ambiente è parte decisiva nello sviluppo di una nuova era che vede Dortmund e la sua pittoresca curva tornare al centro dell’Europa.

Magari da queste parti non ha bisogno d’inventarsi l’escursione à-la Un tranquillo week-end di Paura, come ai tempi di Magonza, perché tutti remano nella stessa direzione, tutti si sentono parte di un percorso: unità, sia in campo che fuori. È la granitica base su cui si fondano le fortune di una squadra scintillante per gioco e risultati.

Perché descrivere l’anima di quel Borussia è operazione complicata e, come spesso accade con le opere d’arte, la rivelazione consiste nella visione delle stesse. Quella squadra infarcita di giovani cresciuti nel vivaio giallonero – tra esercizi a metà fra gabbie da videogame e una tecnologia applicata espressione dell’avanguardia cittadina – è un martello pneumatico che vola verso traguardi impensabili.

Gli uomini a disposizione di Jürgen sono la perfetta miscela di fisicità, resistenza allo sforzo, rapidità e tecnica richiesta dal tecnico: Götze, Lewandowski, Blaszczykowski, Hummels e Gündogan su tutti. Sono gli esponenti della new-wave tedesca. Quella che sotterra gli avversari grazie a un mirabile mix di pressing offensivo imposto, fase offensiva che si trasforma subitaneamente in difensiva con l’aggressione scientifica sui portatori di palla e la chiusura delle linee di passaggio in uscita, creando densità intorno al pallone: spesso gli avversari sono costretti all’errore o alla giocata forzata, favorendo così i fulminei tagli del Borussia che, in tre tocchi, arriva al gol.

Adesso, dentro il profilo austero e industriale del Westfalen si muove una macchina fiammeggiante che sembra appena uscita da una delle tante fucine che caratterizzano il tessuto urbano della Ruhr. È il momento apicale di un’identità, costruita ex-novo dalla visionaria mente di Klopp. E dei suoi interpreti, che schizzano alla ribalta internazionale nel giro di un paio d’anni nonostante un’età media molto bassa.

La Sudtribune ringrazia Klopp

A tutto questo, va aggiunto il folklore. Quel velo di istinto e passionalità che muove il Nostro a bordo campo. Sostanzialmente, un allenatore così non si era mai visto da queste parti. Perché Jürgen vive la partita come fosse posseduto, mosso da una forza esterna. Ingestibile. È la versione in tuta acetata di uno sciamano voodoo: attraversato da scariche elettriche, richiami ossessivi, esultanze furibonde, eppure mai davvero fuori luogo. Sopra le righe, ma corretto e pronto al sorriso o alla battuta per sdrammatizzare appena arriva il triplice fischio.

Recita lo stesso copione con i media, in sala stampa o nelle temutissime interviste a caldo nel post-partita. Non dà adito a veleni, dietrologie, mai si sofferma su errori o sviste esterne, mai si nega a microfoni e telecamere, qualsiasi fosse stato l’esito finale delle partite. Davanti a trionfi e tonfi mantiene il suo fare sornione, la sua parlata coinvolgente, il suo carisma naturale da Normal One. È una popstar per difetto.

«Abbiamo una freccia e un arco. Se miriamo bene, possiamo centrare l’obiettivo. Il problema è che il Bayern ha un bazooka. Le probabilità che loro riescano a centrare l’obiettivo sono decisamente superiori. Detto questo, pure Robin Hood ha avuto un certo successo».

Virgolettato decisamente inusuale, soprattutto se rapportato all’occasione: la vigilia della finale di Champions League fra il suo Borussia e il Bayern Monaco nel 2013. L’ennesima testimonianza di un approccio passionale eppure spensierato col mondo del calcio e i suoi enormi interessi. Istrionico e al limite della parodia in alcuni frangenti, Klopp dimostra al mondo come anche davanti al più grande e (forse) irripetibile traguardo in carriera, il calcio rimanga comunque un gioco, il più straordinario volano ludico del mondo.

Quella finale, come noto, la perderà: un 2-1 con gol di Arjen Robben ad un solo minuto dalla fine. Una beffa atroce, l’unico vero errore in una partita giocata alla pari del super-Bayern di Heynckes. Forse l’unica volta in cui la macchina-Borussia fa confusione su un movimento a mettere in fuorigioco prima e sul posizionamento difensivo subito successivo.

Come a testimoniare una vulnerabilità che è essenza stessa di ogni creazione umana, per quanto avanguardistica o sofisticata. Dopo due Meisterschale, una Coppa di Germania e due Supercoppe nazionali, la finale di Wembley rappresenta l’apice e insieme il punto di non ritorno per Klopp.

Klopp mentre festeggia il Meisterschale in piazza a Dortmund

Anche se prima di lasciare nel luglio del 2015 con una commovente conferenza stampa il suo El Dorado tattico, il Nostro ci regala un’altra istantanea oltremodo rivelatoria del suo crepuscolo fra le nebbie della Ruhr.

Il Lungo Addio di Jürgen

È il 18 marzo 2015: si gioca l’ottavo di finale di Champions contro la Juventus di Allegri dopo il 2-1 di Torino. Al Westfalenstadion, però, il suo Borussia è incenerito da una Juve furiosa, quadratissima, elevata da una doppietta di un assatanato Carlos Tévez che fa a fette il modello-Dortmund.

Nel post-partita, fra qualche battuta, pochi rammarici e un’aleggiante sensazione da fine impero, Klopp decide di incamminarsi verso casa a piedi: inghiottito dalla cupa e gelida notte di Dortmund, zaino in spalla, in un paesaggio spettrale di coriandoli e biglietti sparsi per terra, con le sole luci di quel gigante di tubolari in acciaio che spaccano la notte tedesca.

jurgen klopp

L’uscita di scena di Klopp

Se ne va così. In silenzio, riflettendo in attesa dell’ultimo metrò che lo riporti a casa. Potrebbe benissimo essere un fotogramma de Il Lungo Addio di Robert Altman, di quelli dove il detective Philip Marlowe si allontana lentamente nella notte di Los Angeles, perdendosi fra luci al neon e sacchi di immondizia abbandonati a bordo strada.

C’è qualcosa di triste, eppure tremendamente romantico ed umano nel lungo addio di Jürgen Klopp alla sua Dortmund. È l’addio di un antidivo, del protagonista di un noir a tinte giallo-nere avvolto da una patina di nostalgia ed emozione. Perché da quel 18 marzo già sa che la sua stagione di uomo nuovo nella Ruhr è finita.

Accetterà la chiamata di un’altra società gloriosa, ricca d’identità e storia: il Liverpool, di cui oggi è allenatore. La Kop si infiammerà al ritmo di A day in the Life e l’accoglierà con entusiasmo, sapendo che i Reds andranno incontro ad una nuova era, senza dubbio affascinante, per quanto inedita per ambiente e caratteristiche tecnico-tattiche.

Ma basterà affidare le chiavi del gioco, del mercato e dello spogliatoio a quel manager così coinvolgente. E infine basterà saper aspettare: come quando si aspetta l’ultimo metrò.