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In tutte le epopee della storia si arriva ad un punto in cui viene ricordato il momento che segna l’ascesa definitiva, il raggiungimento del culmine di potere e grandezza.

Le conquiste belliche di Augusto e Traiano che consentirono la massima espansione dell’Impero Romano, la battaglia di Austerlitz vinta da Napoleone, la presa di Parigi da parte dei nazisti che sembrò definitivamente ammantare di onnipotenza Hitler e la Germania nazionalsocialista. Una cima raggiunta dopo una serie quasi irresistibile di vittorie che piano piano hanno portato i protagonisti in vetta al mondo.

Spostando la questione al calcio la stagione 2008/09 del Barcellona è l’inizio della scalata verso ciò che stiamo apprezzando (o detestando, dipende da che parte state) ancora adesso: un’identità di gioco, ma prima ancora di gruppo, un segno distintivo che porta inevitabilmente alla vittoria se consideriamo che da quella stagione il Barça ha sempre vinto almeno un trofeo all’anno, uno stile che affascina o irrita, in ogni caso non passa inosservato.

Un concetto che inizia con una persona, un ex-giocatore diventato allenatore e che ha iniziato dal basso, seppur in una grande società, la sua. È l’inizio del “guardiolismo”, qualsiasi cosa sia, qualsiasi cosa voglia dire. Forse è una cosa come il Sarchiapone o lo Scarpantibus e non esiste oppure c’è, basta solo vederlo e cercare di capirlo, oppure ancora non si sa cosa sia ma appena si vede una squadra che si mette in campo in una certa maniera si dice che “gioca alla Guardiola”.

Insomma, è colpa di Pep e di quella finale di Champions vinta contro il Manchester United di Sir Alex Ferguson.

Quel Barça l’ho visto dal vivo all’inizio della stagione, nella sua fase gestazionale: vittoria 3-1 in amichevole estiva contro la Fiorentina. Entrambe le squadre si preparavano per i preliminari di Champions League, un grande risultato per la Fiorentina, un disastro per il Barcellona arrivato terzo nella precedente Liga dietro di diciotto(!) punti dal Real campione e superato anche dal Villarreal delle meraviglie di fine anni zero. Fine della gestione Rijkaard, Ronaldinho il 15 luglio passa al Milan insieme a Zambrotta, viene ceduto Deco al Chelsea, si ritira Thuram e sulla panchina viene promosso dalla squadra B Pep Guardiola.

Arrivano dal Siviglia per la modica cifra di 43 milioni totali più 6 di bonus – briciole rispetto ad affari orribili visti negli ultimi anni – Dani Alves e Keita, dal Barça B Pep si porta dietro un mediano su cui conta molto, ha 20 anni e si chiama Sergio Busquets.

Ricordo una cosa di quella amichevole: l’atteggiamento di grande aggressività del Barça nel primo tempo, pur essendo calcio d’estate, un pressing feroce ed esasperato che fece passare una pessima serata a Felipe Melo, alla sua prima apparizione in viola, schierato misteriosamente da Prandelli come regista e asfaltato sistematicamente dalla coppia Keita-Yaya Touré ogni volta che riceveva palla.

Si pressa cattivi, si recupera palla, si gestisce anche a ritmi bassi, spesso oltre la noia, fino al taglio buono per andare in porta, letteralmente. E tanta libertà, lo spiega bene Henry in questa sua analisi a Sky Sports Uk qualche mese fa.

Questo sarà il Barcellona di quell’anno e delle stagioni a venire.

L’ingranaggio gira perfettamente su tutti i fronti. Il discorso Liga si chiude il 2 maggio 2009, con il 2-6 al Bernabeu nel Clásico con il Real, la partita in cui Guardiola inventa il falso nueve, pare su intuizione di Charly Rexach e Tito Vilanova: Messi abbandona la sua posizione da esterno di attacco e si piazza a fare sfracelli tra il centrocampo ed i centrali dei Blancos. L’immagine di Cannavaro disperato al quinto gol subìto rende l’idea di che mostro calcistico sia stato creato.

Undici giorni dopo sul neutro di Valencia 4-1 all’Athletic Bilbao nella finale di Cópa del Rey, trofeo che mancava dall’annata 1997/98 (in panchina Van Gaal, Guardiola capitano, in ordine sparso in squadra Stoichkov, Rivaldo, Figo, Luis Enrique, terzo portiere Busquets padre e con due giovani di belle speranze provenienti dalla cantera, tali Carles Puyol e Xavi Hernandez).

Il vero obiettivo però è tornare grandi in Europa, dopo la Champions vinta nel 2006 contro l’Arsenal sono arrivate due delusioni inglesi, nel 2007 con il Liverpool agli ottavi, nel 2008 in semifinale con lo United che poi vincerà ai rigori a Mosca contro il Chelsea.

Girone semplice con Shakhtar, Basilea e Sporting Lisbona; Lione eliminato agli ottavi, Bayern tritato ai quarti: 4-0 all’andata con doppietta di Messi, Henry ed Eto’o tutto nel primo tempo. A cavallo tra aprile e maggio, a far da corona al 2-6 nel Clásico, le semifinali: il Chelsea ha l’occasione per tornare in finale e rifarsi della sconfitta dell’anno prima con i Red Devils.

0-0 a Barcellona, 1-1 a Londra con gol qualificazione di Iniesta al 90°, in una partita che viene definita dagli inglesi ancora oggi “a disgrace for football”. Protagonista l’arbitro norvegese Ovrebo, che scontenta tutti: non concede un rigore netto per parte, espelle per un fallo da ultimo uomo inesistente Abidal e fa infuriare a fine gara Drogba, che gliene dice di tutti i colori a favore di telecamera.

Le lamentele dei Blues e della FA evidentemente non convincono la Uefa a riconsiderare la posizione del norvegese, che continuerà ancora per un anno a fare danni in Europa – per informazioni chiedere ai tifosi della Fiorentina alla voce “furto di Monaco di Baviera”.

Il Barça arriva quindi alla finale di Roma senza Abidal, anche Dani Alves è squalificato e oltre a questo si è infortunato Rafa Márquez: la difesa titolare è da reinventare, tre su quattro sono out. Davanti c’è lo United di Ferguson, che è tornato in finale da campione in carica dopo aver vinto il derby inglese in semifinale contro l’Arsenal.

Ha già conquistato in stagione il Community Shield, la Carling Cup e dieci giorni prima della finale di Roma ha matematicamente blindato la Premier League dall’assalto del Liverpool, senza contare che è anche campione del mondo dopo aver sconfitto la LDU di Quito nel Mondiale per Club.

È la squadra di Tévez, Rooney e soprattutto Cristiano Ronaldo, un po’ in ombra in quell’anno con all’attivo “solo” 26 gol segnati. All’Olimpico è 4-3-3 sia per per Pep che per Sir Alex.

Barcellona: Victor Valdés in porta; Puyol adattato a destra, Yaya Touré arretrato centrale in difesa insieme all’ex Piqué, Sylvinho a sinistra; il centrocampo che passerà alla storia Iniesta-Busquets-Xavi; Messi inzia a destra con Henry a sinistra ai lati di Eto’o.

Manchester United: Van der Sar in porta; difesa titolare da destra a sinistra O’Shea-Ferdinand-Vidic-Evra; Carrick mediano con Anderson e Giggs incursori di centrocampo; Rooney largo a sinistra, Ronaldo padrone della zona centrale d’attacco e Park Ji-Sung a destra, primo asiatico a giocare una finale di una competizione europea.

Fischio d’inizio dello svizzero Busacca. Dopo 8 secondi il Barça ha già sbagliato il primo passaggio: Victor Valdés va corto per Piqué, allunga la gittata e palla fuori, regalato il possesso allo United che non lo molla più praticamente per gli 8 minuti successivi. Nei quali Messi non vede palla, CR7 ha tre occasioni – una su punizione da 30 metri, non trattenuta da Valdés; una bomba dalla lunghissima distanza e un’incursione in area di rigore con tiro a incrociare, entrambi finiscono a fil di palo – e il computo dei tentativi a rete dice 0-5 per lo United.

Sir Alex li ha imbrigliati, il Barça non esce, non tiene palla e i quattro passaggi in fila che riesce a fare sono lanci lunghi o diretti nel nulla, Touré e Puyol non hanno i movimenti sincronizzati per intendersi in due ruoli che non sono i loro, soprattutto l’ivoriano, Ronaldo si fa trovare dovunque al centro e la catena di sinistra del Manchester, quella che attacca sul lato di Puyol-Touré, fa decisamente paura con Evra, Anderson (a cui si alterna Giggs) e Rooney.

Avete letto tutto? Bene, accartocciate idealmente il foglio e ripartite da qui. Minuto 10: Xavi recupera, Messi tocca il suo primo pallone della partita nel cerchio di centrocampo all’indietro per Iniesta, difesa United schierata, Eto’o e Henry larghi; Iniesta porta palla, accelera, va via ad Anderson, supera Carrick che lo aspettava a trequarti, Evra inizia a coprire e fa il primo passo verso il centro quando don Andrés dà a Eto’o, che è partito alle spalle dell’esterno francese.

Davanti a sé ha un uno-contro-uno in velocità contro Vidic; Ferdinand non chiude, è preoccupato dell’inserimento di Messi, che però è ancora lontano dall’area; Eto’o si beve Vidic e tira di punta sul primo palo di Van der Sar, mentre Carrick recupera di gran carriera e si lancia in una scivolata disperata e potenzialmente assassina sul 9 blaugrana.

Niente rigore e rosso diretto, tanto la palla è già dentro. 1-0. Alla prima azione manovrata: un-tiro-un-gol. Il segreto? Stessa mossa del Clásico, Guardiola dopo 5 minuti ha invertito le posizioni di Eto’o e Messi, rimettendo Leo da falso nueve ed Eto’o da esterno destro – su questa posizione del camerunense Mourinho prenderà appunti per l’anno dopo.

L’idea funziona di nuovo, anche davanti a un veterano come Ferguson: Messi riceve al centro, lontano, lontanissimo dalla porta, e innesca l’azione, Eto’o la finalizza partendo largo. La partita si ribalta, lo United batte da centrocampo e nel tempo di quattro passaggi regala un angolo con un appoggio sbagliato di Vidic per Van der Sar: come gli otto secondi iniziali del Barça.

Rivendendola oggi (a proposito, se avete voglia: https://vimeo.com/123506981) si capisce che il modello-Guardiola è ancora un cantiere aperto: il Barça che non alza mai il pallone, quello del 75% di possesso palla a partita, quello del tiki-taka duro e puro ancora non c’è. Xavi, Iniesta, Busquets, Piqué giocano tutti a due tocchi, ma per esempio giocatori come Yaya Touré o Sylvinho provano il lancio lungo o la sortita personale; non a caso entrambi verranno “sacrificati” di lì a poco (Sylvinho svincolato, Touré via un anno più tardi, tutti e due in direzione Citizens) in luogo di giocatori più funzionali al progetto.

CR7 ovviamente non ci sta, perché la partita è Barcellona-Manchester Utd. ma è anche Messi-Cristiano Ronaldo. I due si sono incrociati per la prima volta nella semifinale dell’edizione precedente, ma questa sfida ha un altro valore: sono i due Prescelti del Calcio, non a caso sono arrivati sul podio del Pallone d’Oro nel 2007 (primo Kakà, Ronaldo secondo, la Pulga terzo) e nel 2008 quando Cristiano vince superando Leo e ci arriveranno anche in quell’anno: Messi a mani basse sul rivale e su Xavi.

Ronaldo deve dominare la scena, così come il fronte d’attacco dello United. Su un lancio lungo di Evra, con la difesa blaugrana troppo alta e fuori tempo, con un solo movimento del destro aggancia e prova ad andare via all’ex compagno di squadra Piqué. Che avrà pure 22 anni ma è scafato come pochi: fallo di esperienza quasi al limite dell’area mentre Touré rimonta da dietro e gli è quasi in linea. Ferguson scatta dalla panchina chiedendo il rosso, per lui era una chiara occasione da gol. Busacca non lo accontenta e tira fuori il giallo.

Punizione ai venti metri leggermente spostata sulla destra. Solita ricorsa di CR7, cinque passi indietro, uno laterale, come Jonny Wilkinson, apertura dell’Inghilterra campione del mondo di rugby nel 2003, infallibile dalla piazzola e anche lui come Ferguson nominato Sir per meriti sportivi. Valdés si aspetta “the rocket”, “il razzo”, la punizione potente e precisa in cui Ronaldo si è specializzato; invece parte Giggs, mancino, più adatto per quella posizione, forse ha fatto valere la sua esperienza e i suoi gradi di capitano confabulando col portoghese prima del tiro. Alto sopra la traversa.

La partita piano piano scivola verso i binari desiderati da Guardiola, controllo gestito dal professor Hernandez e da don Andrés, possesso (non esagerato, il dato finale sarà 51-49 per il Barça), sempre ripetendo idealmente il detto secondo cui “se la palla ce l’abbiamo noi, gli altri non fanno gol”: lo United infatti in tutta la gara tira nello specchio due volte, nonostante un attacco che nel secondo tempo può contare su Ronaldo, Rooney, Tévez e Berbatov.

A venti dalla fine un piccolo pezzo di storia: rilancio di Van der Sar verso sinistra, mia-tua tra Evra e Ronaldo che si non capiscono e lasciano a Puyol lo spazio giusto per intervenire, break del capitano che scarica a destra per Eto’o, palla in mezzo e rinvio della difesa United ancora verso sinistra. La cattura Xavi che ha spazio, tempo per alzare lo sguardo e genio per concepire che una pulce di 1.70 può far gol di testa saltando nella stessa mattonella in cui staziona un corazziere da 1.89, soprattutto se lo prendi controtempo.

Vidic è dovuto scalare sull’azione di Eto’o, O’Shea non può fare la diagonale da destra costretto dalla posizione larga di Henry, Ferdinand si trova in mezzo al guado all’altezza del dischetto ed è la vittima del cross di Xavi che lo scavalca. La fronte di Messi è lì dove arriva il pallone, il suo corpo in realtà è molto più avanti, salta totalmente fuori linea, ma la testa è lì dove deve essere; segna un gol iconico nella sua carriera, che non è costellata di realizzazioni di testa, proprio sotto la curva dei tifosi del Barça. 2-0.

Ha vinto Messi contro Ronaldo, alla sua ultima gara con lo United, lo attende il Real. Ha vinto il giovane Guardiola, 38 anni, contro l’esperto Ferguson. Centra il triplete al primo anno in panchina. È il sesto a vincere una Champions sia da giocatore che da allenatore. Si ripeterà due anni dopo, contro lo stesso avversario proponendo una squadra ancora più forte. Diventerà l’allenatore più vincente nella storia del Barcellona.

Nel momento più alto fino ad allora della sua carriera, una situazione che il 95% degli allenatori non vivrà mai, Pep però si dimostra genuinamente umano e compie due gesti, legati all’Italia, al suo passato, al suo amore per il calcio. La mattina della finale fa una telefonata dalla sua stanza di albergo a Roma. All’altro capo del telefono una voce romanesca, invecchiata, di carta vetrata sia nel tono che nei concetti.

“Mister buongiorno, verrebbe a vedere la finale di Champions all’Olimpico?”
“Ma chi parla?” chiede il vecchio romano.
“Sono Pep, Pep Guardiola!”.

E Carlo Mazzone, suo allenatore ai tempi di Brescia, si commuove.

(credits: Glyn Kirk/AFP/Getty Images)

Al termine della partita, invece, nel pieno della festa viene avvicinato dal bordocampista della Rai, che gli ricorda che non erano i favoriti, che è la terza Champions per il Barça e che ha battuto un veterano come Sir Alex. Pep non ascolta neanche cosa gli è stato detto, recepisce che è la tv italiana e manda un messaggio di homenaje ad un calciatore che ha deciso di ritirarsi e che qualche giorno prima è stato fischiato da alcuni suoi tifosi quando ha giocato per l’ultima volta nel suo stadio.

Pep è in cima al mondo, ma pensa a chi è andato più in alto di lui. Anche questo conta.

“Vorrei fare una dedica al calcio italiano e soprattutto a Paolo Maldini, che è stato un esempio per tutti per tanti anni, so che nell’ultima giornata non gli è andata troppo bene. Che non si preoccupi perché ha l’ammirazione di tutta Europa, è il giocatore più importante degli ultimi 20-25 anni. Gli vogliamo fare una dedica come società e come squadra. E se ci ripensa gli facciamo posto volentieri nella nostra squadra…”.

A cura di Giovanni Ciappelli