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Marienplatz è deserta, il Viktualienmarkt riaprirà domani, il Neus Rathaus tornerà a suonare alle dieci di mattina. Mi inoltro nella città e non c’è quasi nessuno. Arrivo al numero 9 di Platzl, sulla sinistra c’è una scritta mastodontica che annuncia ai turisti che lì campeggia la birreria Hofbrauhaus, simbolo della città, dove si respira il vero clima bavarese. Non oso immaginare cosa si possa vivere al Theresienwiese, l’immenso parco dove ha luogo l’Oktoberfest.

“Ma dove diavolo sono tutti?”

Ad un certo punto sento una leggera voce alle mie spalle, mi giro d’istinto e vedo un anziano signore che sta guardando attonito la sua televisione in mezzo alla strada, la voce proviene dal canale che sta fissando. Non ha nessuna emozione esteriore ma sembra che stia bruciando dentro di un dolore che è difficile da spiegare.

Mi avvicino, provo grande soggezione, voglio sapere cosa lo fa stare così male, mi scruta da capo a piedi con uno sguardo, abbassa lo sguardo e dice “Wir werden zurückweichen in Dritte Liga”, stiamo per retrocedere in Serie C. Attacco bottone e gli dico che al solito il Bayern ha terminato da settimane il suo campionato vincendo il titolo con largo anticipo. L’anziano accenna un no col capo, mi invita a sedere e mi dice che mi racconterà una storia di delusioni, sofferenze, sconfitte.

Il volto calcistico di Monaco è soltanto uno, splendente, vincente e ovviamente biancorosso ma se giriamo la medaglia troviamo un’altra faccia, ricoperta di polvere e dalla storia drammatica fatta di fallimenti, retrocessioni ma anche di risalite dalle ceneri. Una storia iniziata nel lontano 1860. Sechzig come dicono da queste parti, per il sogno di un gruppo di universitari affascinati dal nuovo sport inventato dagli inglesi che fondarono la prima squadra di Monaco di Baviera, perché il grande Bayern arriverà solo quaranta anni dopo.

Certo, mi spiega il vecchio, il Bayern è sempre il Bayern, ha la sua storia, i suoi giocatori che sono ormai leggende, i suoi innumerevoli trofei che fanno straripare la bacheca, ha tifosi sparsi in tutto il mondo, ogni straniero che pensa alla Germania calcistica la ricollega a questa squadra; il Bayern è sempre stato l’esempio lampante del tipo di calcio meccanico, senza troppa passione, privo di colpi di follia, ma tutto calcolato nei minimi dettagli, efficiente proprio come piace ai tedeschi.

Se vuoi guardare l’altra faccia della medaglia vedrai il vecchio e perennemente sconfitto Monaco 1860. Viene da chiedersi come si fa a tifare per una squadra così deludente se paragonata alla sua concittadina. Il vecchio mi racconta una frase che ormai è diventata patrimonio della cultura popolare bavarese. Più che una frase è un dialogo, tra un padre e suo figlio.

Papà quando è stata l’ultima volta in cui il Monaco 1860 ha vinto il derby? Non so, figliolo, dovresti chiedere al nonno”

L’unica consapevolezza di questa squadra è riposta nell’arrivare sempre dopo gli odiati cugini. È successo praticamente ogni anno, tranne nel 1966 quando i biancoblu vinsero il loro unico titolo: al tempo c’era il muro di Berlino a separare la Germania e il mondo in due, Ovest contro Est, Capitalismo contro Comunismo, USA contro URSS. Gli anni passano, la situazione non cambia, a Monaco comanda sempre e solo il Bayern anche quando si tratta di costruire il nuovo stadio e i Leoni devono indebitarsi per pagare la loro metà per condividere l’impianto nelle partite casalinghe.

Per fare questo sono costretti a puntare su una filosofia di autofinanziamento: scovano i talenti, li fanno crescere, si fanno un nome disputando ottime stagioni e poi vengono venduti al miglior offerente per risanare i debiti. Così facendo, però, non potranno mai mettere su una squadra capace di impensierire le altre grandi di Germania. A questo perverso sistema di compravendita hanno partecipato in prima persona giocatori come i gemelli Lars e Sven Bender, il centravanti Kevin Volland, l’esterno Moritz Leitner e molti altri ancora.

La narrazione del vecchio si interrompe, ritorna a fissare il televisore e decido di scoprire cosa sta realmente guardando: è una partita tra il 1860 e il Kiel, altra nobile decaduta del profondo nord, secondo porto di Germania dopo Amburgo, e mi viene da pensare che la persona con cui stavo parlando fino a poco fa sia rimasta un po’ indietro nel tempo. Mi alzo, il vecchio mi ferma, mi spiega che mancano ancora pochi minuti, è questione di vita o di morte: il Monaco si sta giocando la permanenza in Serie B, deve segnare un gol per non precipitare sempre più giù e continuare a guardare dall’oblò i titolati cugini. Un solo gol.

I cori sugli spalti sovrastano la voce del telecronista, la squadra è limitata tecnicamente però il pubblico riesce a sopperire a queste defezioni, i tifosi hanno un urlo strappato in gola, tappato dalle parate del portiere avversario. Manca un minuto, le speranze ormai sono pochissime, bisogna provare a tirare da fuori: ci prova il numero 20, è una botta potentissima, sembra dentro, il pallone colpisce il palo, rimane in campo, ci si butta il centrale di difesa di nome Bülow che piazza la zampata del 2-1.

Il giocatore corre sotto la curva, attorniato dai compagni, mentre i tifosi urlano con tutta la forza che hanno in corpo, la festa può iniziare; il vecchio si alza repentinamente, avrebbe anche un bastone per appoggiarsi ma sembra ritrovare la forza nelle gambe, alza le mani, piange, il miracolo è avvenuto.

Rimango esterrefatto, mai avrei pensato che il vecchio potesse crollare davanti ad un semplice gol all’ultimo minuto. Mi sbaglio: quello non è un semplice gol, è il gol che afferma l’orgoglio del Monaco 1860. Triste, debole, sofferente, povero, perdente proprio come il vecchio. Mi lascio andare anch’io, esulto, abbraccio il mio nuovo amico che subito dopo prende la sua sedia pieghevole, si avvicina al televisore e sparisce.

Mi viene da pensare a ciò che mi ha insegnato nei dieci minuti che sono intercorsi tra i due gol: mi ha fatto capire come il blasone, i trofei e i grandi giocatori sono passeggeri perché tutto prima o poi può crollare, ma ciò che realmente conta sono i nostri ideali, le nostre emozioni che possono manifestarsi anche grazie ad una partita. Vale più una salvezza sudata e guadagnata all’ultimo secondo che un titolo vinto con cinque giornate di anticipo. C’è più gusto, la vittoria ha tutto un altro sapore specie se si parla di un club che non ha vinto praticamente nulla.

I Leoni ce l’hanno fatta ancora una volta, sono salvi. Questa volta è stata più dura del previsto ma sono abituati fin dalla nascita a lottare col mondo e contro le sue avversità, non ruggiscono più come facevano negli anni ’60, hanno perso gli artigli ma rimangono sempre Leoni.

Perché, in fin dei conti, una moneta ha sempre due facce: il Bayern è la testa e il Monaco 1860 la croce. Anche se la probabilità che esca la croce è sempre al 50%, 9 volte su 10 esce testa. Ma quando finalmente vedremo spuntare di nuovo la croce, la gioia esploderà, e proprio quella croce si trasfomerà in delizia. Per il momento, boccali in alto. Beviamoci una helles e poi si vedrà.  

  • Carlo

    Quanto mi piaci, 1860…..