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“Perché non qui? Perché non ora? Quale posto migliore di Parigi per sognare?”

Rino lo sapeva, sapeva a cosa sarebbe andato incontro ma lo faceva comunque. Per difendere il proprio popolo, la sua terra, la sua famiglia da quei terribili invasori che conoscevano solo la violenza per esprimere le proprie ragioni. Fino a qualche mese prima Rino era un calciatore, promettente quanto basta per giocare in una squadra di prima divisione con una stella rossa cucita sul petto. La zona dove operava in campo era il centrocampo: fisicamente minuto, schizzava da tutte le parti alla riconquista del pallone.

Rino era un partigiano, di origine italiana, che combatteva insieme ai francesi per la liberazione di Parigi all’epoca occupata dai nazisti. Prese parte alla brigata cittadina organizzata dal Partito Comunista Francese e leggenda vuole che nascondesse le armi dei suoi compagni proprio all’interno del campo da gioco, sotterrate sotto alcune zolle.

Lo stadio Bauer dalla tribuna

Si parlava di Parigi, ma non la Parigi che tutti conoscono: la Tour Eiffel è lontana oltre dieci chilometri, il Louvre e Notre-Dame ancora di più. Le guide Lonely Planet hanno poco a che fare con questa zona, anzi, possono annoverare una sola attrazione degna di nota: Marché aux Puces de Saint-Ouen. Il mercato delle pulci più famoso di tutta la Francia. E la nostra storia prende inizio proprio dal quartiere di Saint-Ouen, nella periferia settentrionale della capitale francese, a pochi chilometri dall’imponente Saint-Denis.

Un distretto che un tempo brulicava di fabbriche ed industrie e dove la gente non viveva proprio nel lusso. Fuliggine nell’aria e miseria diffusa per le strade: un’istantanea più vicina al periodo della Grande Depressione che a quello del grande sviluppo e dei salotti intellettuali del secolo breve parigino. Siamo dalle parti di Hugo Cabret più che da quelle di Midnight in Paris, per citare due grandi registi e il loro sguardo su quella stagione parigina.

Perché, suonerà bizzarro, ma il Red Star FC è la seconda squadra francese per anzianità e fu fondato nel lontano 1897, come mostrato con orgoglio sulle maglie. Caratteristico e singolare è il logo di questa squadra: una stella rossa al centro di un riquadro verde. Sembra quasi il simbolo della Heineken, la birra più esportata nel mondo, ma non è così, anche se la somiglianza è netta e indiscutibile.

Il logo storico del Red Star FC

Alcuni credono che il logo derivi dal tour europeo che fece Buffalo Bill proprio in quell’anno; altri ipotizzano l’esistenza della madrina inglese del club, la signora Jenny, che faceva l’insegnante, e la sua dedica alla compagnia navale Red Star che da Anversa in Belgio trasportava gli emigranti a Coney Island, New York.

Anche oggi, nonostante tutti abbiano accettato di farsi sponsorizzare per aumentare gli introiti, il Red Star continua ad indossare la sua tradizionale maglia verde bottiglia con quella semplice stella rossa sul petto. Senza alcuno sponsor centrale ad intaccare quella piccola meraviglia minimale. Una scelta controcorrente, ma in perfetto stile RSFC.

Il Red Star 2015/16

Come già succedeva alla fine del XIX secolo, quando il club fu fondato in un caffè della capitale. Furono due le figure fondamentali per la nascita di questa società: il primo è Ernst Weber che ai più, com’è giusto che sia, è un nome che non dice praticamente niente; il secondo è un 23enne che studia giurisprudenza a Parigi, Jules Rimet. Qualche anno dopo sarà lui l’ideatore della Coppa del Mondo per nazioni che prenderà il suo nome dalla prima edizione del 1930 fino al 1966.

La società applica i valori umanistici promossi da Rimet, tra i quali l’apertura ai giovani provenienti da famiglie povere, senza discriminare le classi sociali disagiate. È un calcio aperto a tutti, come teoricamente dovrebbe sempre essere. Il calcio come laboratorio di aggregazione ed integrazione, per evitare strade sbagliate e per cercare di costruirsi un futuro migliore. O almeno, provarci. Il calcio diventa quindi l’unica occasione di riscatto per gli abitanti del sobborgo Saint-Ouen, che si sentono dimenticati e spesso soffocati dalle logiche del capitalismo.

Anche oggi, il Red Star è sinonimo di integrazione tra culture diverse: gli stranieri presenti in squadra sono 15, tutti con doppio passaporto francese, e l’allenatore è un martinicano, classe 1974, di nome Steve Marlet. Uno cresciuto a pane e Red Star, che ha girovagato in Francia tra Auxerre, Lione, Marsiglia e Lorient ma ha fallito nel salto all’estero, al Fulham prima e al Wolfsburg poi.

Tra l’altro è stato compagno di reparto di giocatori come Zidane, Henry e Trezeguet nella nazionale transalpina, togliendo il posto da titolare proprio all’ex numero 17 della Juventus nella Confederations Cup del 2001. Nell’ultima stagione è stato proprio Marlet a guidare la squadra di Saint-Ouen alla storica promozione in Ligue 2, ottenuta ben tre decenni dopo l’ultima volta; e magari sarà lui a perseguire il sogno di confrontarsi per la prima volta con l’odiato PSG, la nemesi del Red Star.

Nel 2003 la squadra era sprofondata nella sesta divisione, in un campionato che si avvicinava più a un dopolavoro tra amici che ad un vero impegno agonistico, da quell’eremo sportivo ci sono voluti altri otto anni per tornare in serie C1 e un altro quadriennio per riassaporare i campi di Ligue 2. Una rincorsa infinita. Un continuo sali-scendi di divisioni per un club che ha vissuto l’umiliazione, ma ha trovato la forza di ripartire.

Il Red Star in settima divisione (foto del 1981)

Nonostante non sia la squadra della capitale. Nonostante non piaccia per orientamento politico manifesto e composizione sociale. Nonostante non sia il PSG. Anche se, forse, è meglio non essere il PSG.

Il PSG è il simbolo del potere e dei capitali fuori controllo; è l’emblema della mutazione che ha compiuto il calcio dopo l’arrivo dei fondi qatarioti per mano di spregiudicati manager mediorientali; è la squadra ricchissima e imbattibile, è il simbolo del lusso e del lato oscuro del capitalismo di conquista nel calcio europeo. Il PSG è la squadra dei cattivi. Il PSG compare sulle prime pagine di quotidiani e riviste – le compra, se necessario – è la squadra da battere e un club in vertiginosa ascesa negli ultimi anni.

A Parigi, il calcio più popolare, quello dei mucchi selvaggi in area di rigore o dei tifosi che conoscono i giocatori come se fossero dei loro parenti, si gioca invece allo stadio Bauer: la casa del Red Star, che ne ha viste davvero di tutti i colori.

Dalla sua fondazione ispirata dalla visionaria mente di Jules Rimet all’ultima, insperata promozione in Ligue 2 passando per la Seconda Guerra Mondiale, la Resistenza all’invasione nazista e perfino il Mago Helenio Herrera, che giocò nel club negli anni ’40 vincendo l’ultimo trofeo del Red Star: la coppa di Francia del 1941/42.

Proprio per questo oggi è ancora lì: adagiato in periferia, nella banlieu, parola mediaticamente accostata soltanto ad episodi di rivolta verso le istituzioni; invece da queste parti banlieu significa anche e soprattutto il grezzo e scalcinato quadrilatero del Bauer, con i palazzoni di cemento che lo cingono e il suo pieno di tifosi ogni domenica.

Che rinnovano i princìpi di Rimet, rimanendo fedeli a se stessi e alla loro lunghissima storia. Tutti in piedi a tifare per i verdi di Parigi, dal 1897, con orgoglio. “On marche encore”, in marcia ancora Red Star, scandisce l’inno. Il sogno della Ligue 1 non è poi così lontano.