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“I miei modelli culturali? Gesualdo Bufalino, Tomasi di Lampedusa, Marcuse, Ignazio Buttitta e Seneca che diceva che la filosofia non serve a dire, né a pensare, ma a fare. O anche: la verità non è né semplice, né logica, ma paradossale”.

Fabio Rustico fu uno storico latino vissuto intorno all’anno 108; scrisse sotto Claudio, Nerone, Tito e Vespasiano e fu amico di Seneca.

Fabio Rustico è stato anche, qualche secolo dopo, attorno alla fine degli anni ’90 per essere più precisi, un calciatore da 106 presenze nell’Atalanta; giocò sotto Mondonico, Mutti, Vavassori e Mandorlini e nelle interviste citava Seneca. Fabio Rustico da Bergamo ma di origini siciliane ha rappresentato un unicum nel panorama calcistico nazionale. Spietato e rude in campo quanto gentile ed impegnato fuori fu costretto ad abbandonare il calcio giocato per potersi dedicare alla politica prima e all’agricoltura poi. Sì, avete capito bene: politica e agricoltura.

D’altra parte l’anagrafe deve aver inciso e non poco sul suo modo di essere, e se fin dalla nascita ti porti dietro quel cognome non puoi certo sperare di ambire al ruolo di primo ballerino della Scala. Non puoi lamentarti se il talento è andato a baciare qualcun’altro. Un nome, un destino. Nomen omen, avrebbe detto il suo omonimo latino.

Puoi al contrario fare affidamento sulla tempra e sulla forza d’animo, rimboccarti le maniche, sudare, sgomitare per sopperire alle lacune tecniche ed arrivare in Serie A a vent’anni, venendo lanciato nella mischia nei minuti finali di un Fiorentina-Atalanta cercando di limitare Lulù Oliveira.

Ma puoi tener fede al tuo nome anche presentandoti in campo con una barba che non si vedeva dagli anni ’70, dai tempi del maoista Paul Breitner e che verrà definitivamente sdoganata solo nell’era dei social network e della cultura hipster, che di certo non contribuisce a mitigare la nomea di difensore arcigno ai limiti del cattivo che Rustico iniziò a portarsi dietro.

Se a questo aggiungi il fatto che ti presenti agli allenamenti con una Panda rossa demodé, in campo sfoggi la bandiera della pace, non guardi la televisione e di lì a breve sacrificherai la tua carriera per un posto da assessore al Comune di Bergamo, ecco che gli stereotipi sul calciatore ricco, viveur e superficiale vengono minati in un sol colpo, senza diritto di appello.

Pur non garantendosi mai un posto da titolare fisso se non con Mondonico in panchina, otto anni di carriera tra Serie A e Serie B, sempre con la maglia nerazzurra, ne fecero una bandiera dell’Atalanta. Certo, fare lo stopper o il terzino di contenimento in quegli anni non era certo una passeggiata. Francobollarsi ai vari Ronaldo, Weah, Del Piero, Crespo, Boksic, Batistuta poteva nuocere gravemente alle coronarie, farti passare pomeriggi d’inferno ed intaccare seriamente la tua autostima.

Ma Rustico non si è mai scomposto, ha vissuto di alti e bassi, come è normale per chi gioca in un ruolo tanto delicato, oltretutto in una squadra che lotta per la salvezza, ed è riuscito a non sfigurare contro quei satanassi, sempre con quella barba incolta e il tackle deciso. Talvolta li ha annichiliti, annullati. Altre volte è uscito sconfitto, ma fa parte del gioco. In uno scontro durante uno Juventus-Atalanta 0-0, ruppe una caviglia ad Alen Boksic, costringendo il croato a quattro mesi di stop.

“Lo scontro con Boksic è stato fortuito, l’ho già ritrovato due volte dopo l’infortunio, in ogni occasione vado a chiedergli scusa e lui mi tranquillizza. In quell’occasione cercò di anticiparmi arrivando con la punta del piede, purtroppo ci riuscì per un nonnulla.”

L’etichetta di violento non tardò ad arrivare, ma Rustico si dimostrò tanto duro in campo quanto puro fuori.

“Sono un calciatore, per stare a questi livelli so che devo sfruttare le mie doti fisiche, non ho i piedi di Maradona. Quindi gioco di potenza. Ma con grande lealtà. Io non faccio falli scientifici, tutte le domeniche vedo in tv difensori in odor di nazionale che commettono falli volontari tremendi. Io posso arrivare in ritardo, questo succede. Ma di far male a qualcuno volontariamente non succederà mai.”

Mentre i Jalisse vincono Sanremo con la canzone più dimenticabile della storia del Festival,“Fiumi di parole” – quelli che Rustico non dispenserà mai -, il numero 2 è ormai un punto fermo nell’ottima stagione atalantina, impreziosita dal titolo di capocannoniere di Filippo Inzaghi e dalle giocate funamboliche di Morfeo e Lentini.

La stagione successiva non lesinò complimenti neanche a Ronaldo, il Fenomeno. Due falli nel primo tempo e doccia anticipata. Un centinaio di presenze – 63 in Serie A – molti cartellini, uno zero impietoso alla voce gol fatti, ma quello non era il suo mestiere. L’epopea calcistica di Fabio Rustico può definirsi conclusa così, circoscritta a questi due episodi; gocce di notorietà involontaria in un acquitrino di semi-anonimato. Ma fuori dal campo è un’altra storia.

Rustico non concede interviste – semplicemente per evitare di dire banalità – ma comincia a far parlare di sé per alcune prese di posizione che non possono passare inosservate in un mondo gattopardiano, ipocrita e qualunquista come quello del calcio.

E se non avere il cellulare, non guardare la televisione e girare per Bergamo con una 4×4 da classe operaia può essere etichettato semplicemente sotto la voce: eccentrico, frequentare i centri sociali, i circoli e le cooperative, dilungarsi in lunghi giri di campo sventolando la bandiera arcobaleno per manifestare il proprio dissenso verso la guerra in Iraq è un qualcosa che va oltre.

È un qualcosa che esula dall’immagine classica del calciatore. Prima dell’inizio di Atalanta-Chievo, Rustico passò da essere una comparsa sui trafiletti riguardo le sanzioni disciplinari a personaggio da copertina. Anziché sistemarsi in panchina, infatti, corse sotto le curve e le tribune con il vessillo arcobaleno al vento, scatenando subito un certo disappunto tra i presenti e gli addetti ai lavori.

“Un calciatore può anche pensare, no? La prima volta nessuno aveva idea di cosa stessi per fare, né i compagni, né gli avversari. Le settimane successive, dopo il casino che era scoppiato a Bergamo, nascondevo la bandiera prima sotto al giubbotto e poi ai pantaloncini e la tiravo fuori quando eravamo già in campo e ormai nessuno se lo aspettava più”.

Non parliamo ovviamente del pugno chiuso, aggressivo, profondo e destabilizzante di Tommy Smith alle Olimpiadi di Città del Messico 1968, ma è comunque un gesto – quasi infantile – per difendere, con genuina semplicità, i propri ideali anche a costo di passare per stonato e fuori luogo.

“Quando durante la guerra in Iraq entravo in campo con la bandiera della pace, molti tra dirigenti e giocatori avevano da ridire e mi beccavano, più per ignoranza che per altro, però c’erano anche quelli che mi dicevano di continuare, che li avevo emozionati. E questa cosa mi ha dato una carica pazzesca, mi ha fatto capire che stavo facendo qualcosa di giusto. Anche se per esempio in quel periodo i giornalisti, perché anche loro fanno parte del mondo calcistico, facevano finta di non vedere la bandiera e non parlavano della cosa.”

“Il calcio, inteso come l’insieme delle sue componenti, non ama le voci fuori dal coro. Il calcio preferisce impegnarsi in battaglie più comode, come quando ci chiedono di entrare in campo con la maglietta per l’Unicef o per la ricerca contro il cancro. Io lo faccio sempre con piacere, ma non mi sfugge il fatto che si tratti di marketing, il cui scopo è quello di ripulire l’immagine. Quando ci sono battaglie vere da affrontare, il mondo del pallone si gira dall’altra parte”.

Fabio Rustico non è come gli altri e la cosa inizia a far storcere il naso ai più. Rustico è un tono netto in un mondo che apprezza le sfumature di grigio. Non è omologato al contesto che lo circonda. In altre parole, Fabio Rustico è un comunista. O quasi.

“Non sono comunista, ma Ds. Ammiro Veltroni, Bersani, Cacciari, Cofferati. Non ho la tv a casa, leggo Il Riformista”.

In un’ipotetica classifica delle sfide più impegnative che un uomo possa affrontare, palesare simpatie sinistrorse a Bergamo verrebbe subito dopo il dover marcare Ronaldo. Sarà per questo che il Nostro non ha più nulla da temere. Il peggio lo aveva già passato.

(credits: bergamopost.it)

All’ex Sindaco di Venezia Massimo Cacciari fece recapitare una sua maglia da gioco, lui che non era molto avvezzo a scambiarla a fine partita. Né Baggio, né Maldini: Cacciari. L’ennesimo colpo basso alle convenzioni del calciatore medio, quello che al massimo va a far visita al Papa, non di certo ad un professore di Estetica, filosofo, con trascorsi in Potere Operaio. Non ama il paragone con Lucarelli però, altro ospite poco gradito nei salotti buoni del calcio.

“Lucarelli viene da Livorno, è espressione del sentire di una città. Io ho cercato di costruirmi una consapevolezza, il mio è un percorso individuale”.

Alla discoteca e alla mondanità Rustico preferisce le letture. Socrate e Buddha ma soprattutto Camilleri, Sciascia, Pirandello e quella Sicilia lontana che si porta dentro, nel sangue e nel destino. Le proprie radici da riscoprire ed un futuro da modellare, ma in cui Pantelleria rappresenterà la meta finale.

“Leggo molto. Nei ritiri, dopo gli allenamenti. In effetti, pensandoci, un calciatore ha molto tempo libero”.

Inizia a frequentare la Cooperativa Città Alta, nell’ex monastero ed ex carcere di Sant’Agata, che presta servizi sociali e ricreativi a giovani e anziani. Sul campo, intanto, le cose non vanno benissimo. Sono ormai tre stagioni che Fabio non gioca più. Da quando cioè sulla panchina nerazzurra siede Giovanni Vavassori, che ha deciso di puntare su Siviglia e i giovani provenienti dal vivaio.

Nel 2004 proprio su suggerimento degli amici della Cooperativa, Rustico si candida nella lista di centrosinistra guidata dal penalista Bruni alle comunali di Bergamo. Vuoi per le idee, il programma e tutto il resto, vuoi per la notorietà che inevitabilmente ti porti appresso, per il terzino dell’Atalanta il risultato elettorale è un successo. Un plebiscito. Riceve il maggior numero di preferenze e con l’insediamento del nuovo sindaco viene nominato assessore allo sport e alle politiche giovanili.

Da questo momento in poi cominciano i problemi. In campo e non solo. L’attività politica gli ruba tempo prezioso, l’Atalanta non gradisce le sue assenze istituzionali e inizia una querelle per la rescissione del contratto.

“Rustico deve scegliere cosa vuol fare da grande, se il politico o il calciatore.” (Ivan Ruggeri, Presidente Atalanta)

Rustico rifiuta la buonuscita, resta in squadra, ma la sua carriera a 28 anni può dirsi conclusa. Non toccherà più il campo. Con i compagni non ci sono problemi, anche se la sua nuova avventura non desta particolare curiosità nello spogliatoio.

“Tra i compagni sono stati più gli sfottò che gli incoraggiamenti. Dopo l’elezione e la nomina ad assessore però mi ha fatto molto piacere aver ricevuto i complimenti di compagni come Saudati, Lorenzi e Pinardi. Sono ancora molto giovani, non pensano con la testa del calciatore tipo”.

Anche in Consiglio Comunale gli esordi non sono memorabili. Viene quasi sfiduciato per aver preso parte ad una manifestazione antifascista organizzata dal centro sociale Pacì Paciana, culminata con qualche tafferuglio, frasi ingiuriose verso i caduti di Nassiriya e danni al decoro urbano.

Pur prendendo le distanze dalla deriva poco ortodossa del corteo, non riesce a nascondere la propria vicinanza verso quei giovani in fermento. D’altra parte l’attenzione ai centri sociali come luoghi di aggregazione e di sviluppo di un’identità giovanile, erano punti cardine del suo programma. Resta comunque in sella fino alla fine del mandato, non facendo mai mancare l’appoggio, l’attenzione e il dialogo verso quella componente giovanile da più parti guardata con ostilità.

Terminato l’incarico a Bergamo decide di continuare l’attività politica, spostandosi finalmente nella sua Sicilia, chiudendo di fatto il cerchio con il suo passato. A Mazara del Vallo però non viene eletto. Nel 2009 Rustico è di fatto un ex calciatore e un ex politico.

Una veduta di Pantelleria

Può finalmente dedicarsi al suo progetto a lungo termine, però, un agriturismo a Pantelleria dove produrre vino e olio. Fin dalle prime interviste non aveva mai fatto mistero di quale sarebbe stato il suo futuro. Adesso era arrivato il momento di metterlo in pratica.

Oggi Fabio Rustico è ancora lì, già sui campi dalle sei di mattina, tra Pantelleria, Selinunte e Mazara del Vallo, la terra della famiglia Rustico. Alleva lumache, produce vino e olio con metodi tradizionali, coltiva capperi.

“L’agricoltura che metto in pratica si chiama biodinamica, si tratta di un metodo di coltivazione molto naturale e attento alla sostenibilità. L’obiettivo per la produzione vinicola, ad esempio, è quello di riprendere l’antica tradizione caucasica che conservava il vino in anfore di terracotta”.

Il calcio sembra un lontano ricordo. Dai riflettori di San Siro al sole cocente della Sicilia, la parabola dell’outsider Fabio Rustico può dirsi conclusa. Una voce fuori dal coro, un lupo solitario che ha scelto la propria strada, sempre. Anche a costo di rinunce dolorose.

Fabio Rustico oggi, in versione agricoltore biodinamico

E non deve essere facile prendere coscienza che può esserci qualcosa di più nobile, bello e interessante che dare calci ad un pallone, sfidare le eccellenze di questo sport, gioire per un gol o un recupero in extremis. Perché quello è il sogno di ogni bambino, e rinunciarvi quando finalmente sei arrivato lassù non può essere semplice. Ma quello, forse, non era il sogno di Fabio Rustico e di sicuro non era il suo mondo.

Viene più naturale pensarlo con una canottiera sudata e una paglia in bocca, in effetti, piuttosto che con una cravatta di raso a snocciolare banalità davanti ai microfoni a fine partita. D’altronde il destino ce l’aveva impresso nel nome che porta. Se dovesse capitare di passare da quelle parti, fermatevi per un bicchiere di vino. Magari vi verrà incontro un quarantenne barbuto, sorridente e senza rimpianti, a bordo del suo Pandino rosso.

“Praticamente, è cambiato pochissimo: prima facevo lo zappatore in campo e adesso lo faccio sotto il sole della Sicilia”.