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Quando calcio e guerra si incontrano, c’è sempre qualche incredibile storia da raccontare: nella Prima Guerra Mondiale il calcio fu uno dei simboli della Tregua di Natale, e poi, nella seconda, l’elenco delle storie da raccontare potrebbe non finire mai: dalla mitica sfida tra Flakelf e Start in Ucraina (alla quale John Houston si ispirerà per Fuga per la Vittoria) all’incontro tra partigiani e militari della Wehrmacht a Sarnano, nelle Marche, per poi arrivare nel 1969 allo scoppio della “Guerra del calcio” combattuta tra Honduras ed El Salvador, e narrata da Kapusciński.

Un’altra storia significativa è quella dell’Obilić, squadra serba che, nel giugno 1996, venne acquistata da Zeljko Raznatović, conosciuto da tutti come Arkan.

Di Arkan giova ricordarne la storia: figlio di un colonnello dell’esercito jugoslavo, si dà fin da giovanissimo alla delinquenza, commettendo furti e rapine, un reato punibile, nella Jugoslavia titina, anche con l’ergastolo; forse è questo a spingerlo a fuggire all’estero per riprendere la sua attività malavitosa fra Italia (dove uccide per la prima volta), Germania Ovest, Belgio, Olanda e Svezia, in cui si rende complice di una celebre fuga dell’amico Carlo Fabiani dal tribunale di Stoccolma, dove si stava per svolgere il processo contro di lui per una rapina in banca compiuta tre giorni prima.

Pur imbattendosi più volte nelle sbarre di un carcere – incluse quelle di San Vittore -, riesce sempre a cavarsela con poco, complici anche le sue numerose evasioni, per poi trovare la sistemazione perfetta: nella sua lunga tournée europea di furti e rapine inizia infatti a lavorare in cambio di passaporti falsi e tanti, molti soldi, per l’UDBA, il servizio segreto jugoslavo, il quale lo incarica di freddare i rifugiati anticomunisti all’estero ritenuti pericolosi per il regime, tra cui gli ustascia croati e gli irredentisti kosovari.

Negli anni ’80 ritorna in patria, ed il caos in cui versa la Jugoslavia post-titina è per lui una manna dal cielo: la sua ricchezza aumenta a dismisura, e nell’inverno del 1989 diventa il leader delle frange più estreme degli ultras della Stella Rossa Belgrado, da lui rinominati Delije, un termine simil-turco riconducibile ad “eroi”.

Grazie ad Arkan gli “eroi” passano dall’essere un frammentato gruppo di ultras ubriaconi ad una falange paramilitare che rifiuta gli alcolici e si presenta con la barba sempre perfettamente in ordine, dimostrando poi la propria preparazione bellica sul campo negli scontri del Maksimir del maggio 1990.

Saranno proprio i Delije a fornire l’ossatura della vera formazione paramilitare guidata da Arkan, ovvero le sue Tigri che tra il 1991 ed il 1995 sconvolgeranno i Balcani con i loro crimini di guerra verso croati e musulmani bosniaci, commessi spesso e volentieri con la connivenza dell’ONU (leggi alla voce Srebrenica).

E fu sempre Arkan a regalare ad ognuno dei giocatori della Stella Rossa, tornati da Tokyo nel dicembre del 1991 con l’Intercontinentale strappata al Colo Colo, una zolla di terra della Slavonia, con la promessa di riconquistarla il prima possibile.

Dopo il conflitto, Arkan smette i panni di signore della guerra per indossare quelli di ricco imprenditore che si arricchisce legalmente grazie a casinò, petrolio, trasporti, panifici, imprese edili e night club – i belgradesi giunsero a chiamare scherzosamente il distretto dello shopping della capitale “Arkansas” – ma anche di filantropo con una propria fondazione (la Terzo Figlio, dedicata al supporto alle famiglie numerose).

Manca soltanto una cosa per rendere la sua immagine ancora più appetibile, cioè una squadra di calcio: il sogno era chiaramente la Stella Rossa, che potè permettersi di rifiutare l’offerta per via del peso politico di Dragan Dzajić, monumento del calcio jugoslavo degli anni ’60; dunque la scelta di Arkan si sposta sul Priština, squadra del Kosovo che viene immediatamente epurata da tutti i giocatori di etnia albanese.

Il giocattolo tuttavia si rompe abbastanza presto, vista la mancanza di risultati: ecco quindi che Arkan si sposta sull’Obilić, squadra di Belgrado nata nel 1924 il cui nome veniva direttamente da Miloš Obilić, colui che dopo la Battaglia per antonomasia della cultura serba, ovvero quella di Kosovo del 1389, uccise il sultano ottomano Murad I nella sua tenda.

Miloš Obilić in un dipinto ottocentesco

L’Obilić non aveva mai fatto parte dell’élite del calcio jugoslavo, militando anzi solamente nelle serie inferiori. Nel primo dopoguerra – dal 1945 al 1953 – alla squadra viene imposto un nome meno sciovinista: Čuburac, dal nome del quasi ononimo quartiere belgradese (Čubura) dove il futuro team di Arkan aveva sede.

A parte per il cambio di nome, nella storia dell’Obilić, l’unico evento degno di nota è la finale di coppa nazionale del 1995 persa contro la Stella Rossa Belgrado: si tratta dunque di una squadra della capitale senza troppi sogni di gloria, un po’ come potrebbe essere a Roma la defunta Lodigiani; fatto sta che i Vitezovi (“cavalieri” in serbo) si trovano da un giorno all’altro come propietario l’uomo più ricco ed, allo stesso tempo, fra i più amati e temuti del Paese.

Arkan apporta subito i primi cambiamenti al club, rendendo la sua rosa la più pagata del Paese, mentre i suoi giocatori vengono sottoposti ad una ferrea disciplina, così come era capitato ai Delije pochi anni prima: il bere prima delle partite è punito con la fustigazione, mentre i tesserati raccontano di quando, dopo una sconfitta, furono costretti per punizione a tornare a casa a piedi a Belgrado, che distava 30 kilometri.

A tutto questo contribuisce anche un italiano, tale Giuseppe di Stefano, molisano trapiantato in Inghilterra e vicino di casa di Milošević il quale, tramite oscuri passaggi, arriva a possedere un prestigioso studio legale in centro a Roma, che annovera tra i suoi clienti gli alti papaveri del governo iracheno dell’epoca, Saddam Hussein incluso.

L’influenza di avere Arkan come padrone è immediata: alla prima stagione i gialloblù ottengono la promozione nella serie A locale con 15 punti di vantaggio sui cugini dello Zeleznik; per dare un’idea della progressione, l’anno precedente conquistarono – pur giocando 3 partite in più – ben 26 punti in meno. Certo, ma come? In che modo una squadra abituata a vagare nelle serie inferiori passa da un giorno all’altro nella massima divisione dopo aver dominato il campionato?

La risposta, conoscendo Arkan, è fin troppo ovvia: così come i croati ed i musulmani fuggivano spesso terrorizzati dai centri abitati alla notizia dell’arrivo delle Tigri, allo stesso modo il terrore si impadronisce di chi si trova davanti i Vitezovi, i quali passano di vittoria in vittoria grazie all’atteggiamento accondiscendente di arbitri e giocatori avversari, in preda al panico per le minacce ricevute nel pre-partita o tra un tempo e l’altro.

I racconti dei metodi di coercizione praticati da Arkan e soci si sprecano: si passa dalle aperte minacce degli ultras dell’Obilić (molti dei quali veterani delle Tigri) ai calciatori avversari di rompergli le rotule in caso di gol, oppure alle convincenti scorte agli arbitri da parte degli onnipresenti uomini vestiti di nero, i quali “suggerivano” su quale binario andasse diretta la gara.

L’anno dopo, la farsa continuò in maniera ancor più clamorosa: era ormai chiaro ormai che in Serbia governo e mafia fossero una specie di istituzione congiunta, e proprio il risultato del campionato lo dimostrò: l’Obilić venne sconfitto solamente una volta e, precedendo di 2 punti la Stella Rossa, vinse fra la sorpresa generale il campionato; nulla era cambiato rispetto all’anno prima, dato il solito corollario di minacce di morte a giocatori, allenatori ed arbitri e le voci di corridoio che parlavano della diffusione di un gas sedativo negli spogliatoi delle squadre ospiti, senza contare le innumerevoli squadre che schieravano le proprie riserve, oppure che si vedevano abbandonate dai loro top-player proprio alla vigilia dell’incontro.

Tutto questo era stato confermato da altre “imprese” del clan dell’Obilić, come quella di aver rinchiuso in un baule, nel 1999, il centrocampista del Vojvodina Nikola Lazetić (il quale giocherà anche in Italia) per costringerlo a firmare con i gialloblu; la stessa Stella Rossa Belgrado disputò in modo inconsueto la sua trasferta del 1998 con i cavalieri, cambiandosi nel pullman della società e passando il primo tempo in campo, per non rientrare negli spogliatoi.

Non sorprende neanche troppo, quindi, che all’ultima giornata proprio la Stella Rossa, impegnata in casa contro lo Zeleznik penultimo in graduatoria, perdesse l’incontro per 2-1, regalando così all’Obilić – con un punto di vantaggio sui rivali – la certezza matematica del titolo. Scudetto che, se la Zvezda avesse vinto, sarebbe svanito: i gialloblu non erano infatti andati oltre il pari in casa del Proleter, mettendo a serio rischio il proprio campionato-farsa.

La formazione dell’Obilić vincitrice del campionato 1997/98

Venne pure sfiorato il double, avendo raggiunto anche l’ultimo atto di coppa, persa poi nella doppia sfida contro il Partizan con uno 0-0 interno e lo 0-2 fuori casa.

Se diamo un’occhiata alla rosa della squadra che vinse quel suo unico, e ad ogni modo storico, scudetto, ci possiamo rendere conto che solo con la prepotenza tipica di una persona come Arkan era possibile cavarne fuori qualcosa di buono in termini di risultati: di tutti i giocatori scesi in campo nel 1997/98, soltanto Nenad Grozdić riuscì ad ottenere qualche risultato incoraggiante in carriera, disputando 15 gare con la nazionale jugoslava più una trentina di incontri in Ligue 1 con il Lens nel 2000/01, per poi chiudere la carriera nelle serie minori austriache; oltre a lui, solamente Ivan Vukomanović militò in uno dei campionati maggiori, scendendo tuttavia in campo per la miseria di 9 volte con il Bordeaux e solamente 2 con il Colonia.

Nessuno, ovviamente, prese parte ai mondiali di Francia ’98, mentre i rivali della Stella Rossa portarono alla rassegna iridata Perica Ognjenović ed un giovanissimo Dejan Stanković.

Il 20enne Dejan Stanković con la maglia della Stella Rossa

La stagione successiva l’Obilić affronta la sfida più grande e più mediatica della sua storia, ovvero la Champions League: il primo turno, disputato con gli islandesi dell’ÍBV, è superato senza alcun patema, e senza dover puntare una pistola alla testa dell’arbitro nel prepartita; per il secondo preliminare il sorteggio riserva alla formazione belgradese il Bayern Monaco.

La sfida con la squadra di Kahn, Matthäus e compagnia è ovviamente senza speranze, anche perché la UEFA ha fatto capire di non avere la minima intenzione di vedere un criminale di guerra pavoneggiarsi in eurovisione: considerando inoltre che in Germania Arkan è ricercato sin dagli anni ’70, la stessa UEFA avverte l’Obilić che verrà estromesso da ogni competizione europea se lui avesse mantenuto la carica di presidente.

Arkan non fa una piega, nominando sua moglie Ceca, regina indiscussa del turbo-folk, nuova presidentessa del club, di cui rimane proprietario; soltanto dieci anni dopo si verrà a sapere che la mossa del massimo organismo calcistico continentale stava per causare la morte del suo presidente, lo svedese Lennart Johansson: sembra infatti che una squadra di killer fosse giunta appositamente a Vienna per assassinarlo, rinunciandovi solamente per la mancanza di un’opportunità abbastanza ghiotta per portare a termine l’esecuzione.

La sfida di andata è prevedibilmente vinta in scioltezza dai bavaresi, che liquidano i Vitezovi per 4-0 (e chissà se i gialloblu hanno per un attimo sognato l’impresa, visto lo 0-0 del primo tempo), per poi chiudere la pratica al ritorno pareggiando l’incontro per 1-1; li attendeva ora il primo turno di Coppa UEFA, dove furono sorteggiati con un’altra grande del calcio europeo, ovvero l’Atletico Madrid di Sacchi.

Anche in questo caso l’eliminazione fu senza appello, con la vittoria dei Colchoneros per 2-0 in casa e 1-0 fuori; l’allenamento dei rojiblancos il giorno prima della partita iniziò con ritardo, visto che sul campo si aggirava indisturbato un cucciolo di tigre, mascotte degli ultras dell’Obilić e di proprietà di Arkan.

Avvenne inoltre un altro fatto, necessario a far capire fino a che livello di minacce potessero arrivare gli scagnozzi di Ražnatović: una giornalista di TVE, la rete televisiva pubblica spagnola, aveva fatto alcune battute poco gradite su Arkan e la sua celebre moglie, per poi ricevere delle sottili minacce nell’hotel dove alloggiava; le venne consegnata una busta con alcune sue foto risalenti a pochi minuti prima, con l’annessa considerazione che, invece che scattarle delle foto, avrebbero potuto spararle.

Ritornando al – poco – calcio giocato, le eliminazioni contro Bayern e Atletico non spensero la speranza di un futuro radioso: in campionato, fino a metà marzo del 1999, la squadra era ancora imbattuta, ad appena 2 punti dal Partizan, che poteva godere di una squadra sicuramente di alto livello (Mateja Kezman e Mladen Krstajić su tutti), ma che doveva comunque lottare ad ogni giornata contro i favoritismi riservati all’Obilić.

Ceca mentre assiste da presidentessa a Bayern Monaco – Obilić 4-0

Tutto questo però, alla lunga, iniziò ad irritare gli altri club: tra i primi ad alzare la voce fu Ognjenović che si lamentò dicendo: “Questo non è calcio, questa è guerra”, annunciando l’intenzione di andare all’estero; gli andò di lusso, visto che – venendo preferito ad un certo Eto’o – fu acquistato dal Real Madrid.

La guerra, poi arrivò davvero: il 24 marzo la NATO, per risolvere la questione del Kosovo, decise di inaugurare una serie di bombardamenti sulla Repubblica Federale di Jugoslavia che portarono, il 14 maggio, all’annuncio definitivo della sospensione del torneo e del congelamento delle posizioni in classifica, consegnando di fatto il titolo nazionale al Partizan.

Proprio durante i 78 giorni di raid aerei sulla Serbia per Raznatović arriva un’altra mazzata, che chiuderà la tragicommedia dei Vitezovi: il rinvio a giudizio per genocidio e crimini contro l’umanità da parte della Corte internazionale dell’Aja, oltre ad escludere l’Obilić dalla Coppa UEFA, lo renderà infatti inviso pure alle alte gerarchie politiche jugoslave – Milošević incluso – che lo avevano sempre protetto e coccolato.

Il 15 gennaio 2000 finirà tutto: Arkan verrà freddato in un caffè di Belgrado dal 23enne Dobrosav Gavrić, un ex poliziotto passato poi al servizio della mafia balcanica. L’Obilić, sconfitta solo una volta in 2 stagioni, in questo campionato perde 7 volte, uscendo poi subito all’Intertoto, peraltro contro una squadra croata, il Cibalia; nei due campionati seguenti, pur raggiungendo comunque un terzo ed un quarto posto, i punti di svantaggio rispetto a Stella Rossa e Partizan saranno 25.

Inizierà da lì un lento declino che porterà prima alla inevitabile retrocessione nel 2006, per poi sprofondare nella terza divisione l’anno seguente, con un cammino a dir poco agghiacciante: 32 sconfitte e appena 6 pareggi.

Oggi, dopo una serie di stagioni terminate puntualmente all’ultimo posto, l’Obilić milita nella Druga Beogradska Liga, l’equivalente serbo della Prima Categoria.

Due settimane dopo l’assassinio di Arkan, durante un Lazio-Bari, i tifosi biancocelesti esporranno in curva Nord uno striscione piuttosto eloquente: “Onore alla Tigre Arkan”; ne scoppierà un putiferio, anche perché con la formazione romana milita sì Siniša Mihajlović, il quale non ha mai rinnegato la sua amicizia con il leader delle Tigri, ma anche Alen Bokšić, pilastro della nazionale croata.

Forse però il modo migliore di reagire a quella frase, senza parlare di censura preventiva e amenità simili, l’hanno avuta i tifosi del Torino, che la settimana seguente al Delle Alpi accolsero gli ultras laziali con una risposta geniale: sullo striscione, infatti, c’era scritto “Onore al gatto Silvestro”.