«Il bisonte ha una struttura fisica particolare […] presenta una gobba piuttosto pronunciata. La testa è grossa e tondeggiante ed è avvolta da una fitta peluria scura.» (“Bisonte americano”, Wikipedia)

Gli anni Novanta sono stati l’El Dorado del calcio italiano: ricordarli scatena un’incredibile tempesta emotiva – spesso fin troppo spinta – in tutta la mia generazione. Ed è inevitabile che, in mezzo a Ronaldo, Batistuta e Shevchenko, si finisca per rievocare pure Dario Hübner. Se già allora si percepiva la sua unicità, è semplicemente improponibile accostarlo ad alcuni patinati top player di oggi, sempre più distanti dal pubblico che va ad applaudirli.

Il giorno dell’esame di terza media dissi ai professori: mi diate o no il diploma, domani andrò a lavorare. Me lo diedero e il mattino dopo alle 7 ero al forno, assunto come garzone”.

La storia di Dario Hübner inizia così: le scuole finite a fatica, la voglia di giocare a pallone e la certezza di dover faticare per vivere. Ma Hübner, nato a Trieste nel 1967, non è uno che si fa problemi quando c’è da rimboccarsi le maniche: neanche a fine turno, quando raggiunge i compagni per allenarsi con la Muggesana. Dario è tifosissimo dell’Inter e in allenamento prova a emulare le gesta del suo idolo Altobelli.

Il Tatanka con la maglia del Brescia (credits: imago/Buzzi)

A diciotto anni Dario inizia a lavorare in un’azienda di serramenti. Di giorno costruisce porte, di sera le sfonda: è goffo, Hübner, ma dannatamente efficace e svelto, con i piedi e con la lingua. Quando gli fanno notare la scarsa eleganza nei movimenti, risponde:

Certo che sono grezzo, vorrei vedere voi dopo dieci ore di lavoro”.

I trevigiani della Pievigina decidono di puntare su quel ruvido ventenne e lo fanno debuttare nel campionato interregionale. Hübner non è più giovanissimo, è sgraziato e fuma troppe sigarette: anche durante l’intervallo, mentre il mister sbotta e i compagni riprendono fiato. Non sarà il prototipo dell’atleta perfetto, ma ha una dote particolare: ogni anno diventa più forte, adattandosi a qualsiasi categoria.

Dieci gol con la Pievigina, prima di diventare professionista con il Pergocrema in C2. Nel suo unico anno con i lombardi segna sei gol: non tanti, ma abbastanza per conquistare il pubblico.

Spacca il palo, la traversa, Hubner gol Hubner gol.
Forza vecchio mulo, forza vecchio mulo, facci un gol, facci un gol!

A 21 anni, Hübner è già un “vecchio mulo”: domina l’area come un veterano, e suda come un asino. Nei venti anni successivi lo spartito non cambierà mai. Dopo l’anno al Pergocrema Hübner passa al Fano, dove esplode definitivamente. Viene soprannominato Tatanka, il nome che i nativi americani danno al bisonte: per quell’andatura agile ma al tempo stesso pesante; per quel pizzetto nero come la notte; per la solennità con cui riempie l’area di rigore, quasi fosse una prateria dove pascolare, libero di fare quel che vuole.

Venticinque gol in tre anni e il titolo di capocannoniere in Serie C1: dal campionato cadetto lo chiama il Cesena, e Hübner dimostra ancora una volta di non soffrire i salti di categoria. Dario non rinuncia a niente: né alle Marlboro rosse, né al bicchiere di grappa dopo i pasti, ma si allena con l’entusiasmo di un bambino, e tanto basta.

È fedele alla sua filosofia, Hübner: testa bassa e lavorare. Verrà pure la gobba, ma vengono anche i gol. Con i bianconeri Tatanka va in doppia cifra per cinque anni consecutivi, laureandosi capocannoniere della Serie B nel campionato 1995/96.

L’Inter propone ai romagnoli uno scambio con Del Vecchio, che però rifiuta di scendere nel campionato cadetto: Del Vecchio finisce alla Roma in cambio di Branca. Il Bisonte resta un altro anno in B con il Cesena, finché non arriva la chiamata dal Brescia: a trent’anni Hübner approda finalmente in Serie A. Il suo debutto è in programma il 31 agosto 1997 a San Siro, proprio contro i suoi amati nerazzurri. Quella sera la Scala del calcio è gremita per un altro esordio: quello di Ronaldo, appena acquistato dal Barcellona.

Tutti aspettano il Fenomeno, ma è il Bisonte a segnare e a gelare un intero stadio. Hübner riceve il lancio in verticale di un giovanissimo centrocampista, Andrea Pirlo, stoppa con la coscia destra e si gira verso la porta scagliando un controbalzo mancino all’incrocio. Pagliuca non può far nulla e le rondinelle si portano in vantaggio.

Portai in vantaggio il Brescia e c’erano 70mila persone in silenzio”.

Ci pensa un altro debuttante, Alvaro Recoba, a ribaltare il risultato con due gol; la giornata successiva Hübner segna una tripletta alla Sampdoria che diventa il suo manifesto tecnico: una fuga ingobbita e caparbia tra i centrali, una botta secca al volo su un taglio in profondità e infine un pallonetto mancino a beffare il portiere, ma neanche questo serve a ottenere i tre punti. Due partite che diventano l’allegoria di un’intera stagione: i gol del Bisonte non bastano a salvare un Brescia zeppo di talenti ancora troppo acerbi.

Servono altri due anni e 42 gol di Hübner per tornare in Serie A: ma stavolta Corioni ha imparato la lezione, e decide di puntare tutto sull’esperienza di due grandi vecchi. Carlo Mazzone in panchina e Roberto Baggio in campo.

Il Brescia di Serie B era una squadra di ‘ignoranti’ che remavano tutti dalla stessa parte. L’anno dopo arrivò Baggio, ma la grinta l’avevamo già. Arrivammo settimi”.

Grazie alle magie di Baggio e ai diciassette gol di Hübner, la stagione 2000/01 diventa la migliore nella storia del Brescia. A chi gli chiede cosa si prova a giocare accanto a Baggio, Hübner risponde così:

«A me non cambia niente. Io ho sempre segnato anche senza di lui».

Corioni arriva perfino a dire: «Senza sigarette e grappa, Dario Hübner sarebbe il più forte di tutti». Forse è vero, ma il Bisonte continua a fumare 30 Marlboro al giorno e a sorseggiare le sue grappe. Così il Brescia, forse immaginandolo già al tramonto, decide di metterlo in vendita e puntare su Luca Toni. Arrivano offerte anche dalla Premier League ma la volontà di Hübner è decisiva per il suo trasferimento a Piacenza.

Ma perché, a 34 anni e all’ultimo contratto importante della sua carriera, il Bisonte sceglie proprio Piacenza?

«Io abito vicino a Crema: da casa mia a Brescia ci sono 40 chilometri, da Piacenza invece soltanto 30. Così, finito l’allenamento, faccio prima a tornare».

Le frontiere a volte si possono scegliere: per Hübner la qualità della vita vale più di tutto. Meglio finire la carriera a due passi da casa e dal bar, che intanto ha aperto insieme alla moglie. Toro Seduto, chiamato anche Tatanka, si unì al Circo Barnum di Buffalo Bill: per il Tatanka di Trieste non ci sarà nessun circo, nessun Far West dove recitare il proprio viale del tramonto. Al bisonte di Trieste non servono pianure più lontane di quella padana, così a 34 anni si riparte dal Piacenza.

Hübner non mostra alcun problema ad ambientarsi, ma il Piacenza stenta comunque: all’ultima giornata gli emiliani sono obbligati a vincere contro il Verona per rimanere in Serie A. È il 5 maggio 2002: mentre all’Olimpico si consuma lo psicodramma interista, al Garilli di Piacenza si scrive un’altra pagina di storia.

Una doppietta di Hübner affonda l’Hellas: il Piacenza è salvo e il Bisonte, a 35 anni, raggiunge David Trezeguet in testa alla classifica cannonieri.

Nonostante i 24 gol in campionato, Trapattoni decide di non portarlo in Corea del Sud: così, Hübner si guarda i Mondiali da casa. O lavorando al bar Tatanka: mentre Byron Moreno ridicolizza la FIFA in mondovisione, probabilmente Dario è a imprecare, con il bicchiere di grappa in mano e la sigaretta in bocca.

Ad agosto torna ad indossare la maglia del Piacenza: non è bastata una tournée estiva a convincere il Milan a tesserarlo. La storia non si fa con i “se”, ma l’idea di Hübner assistito da Pirlo, Rui Costa e Seedorf manderebbe in estasi chiunque. Nessun vero rimpianto per il Bisonte, che con la maglia biancorossa segna altri 14 gol che non bastano a salvare il Piacenza.

Hübner, diventato il bomber più prolifico della storia degli emiliani in serie A, finisce all’Ancona di Jardel, Ganz e Luiso: un cimitero degli elefanti, non una prateria per i bisonti. Dopo sei mesi Hübner passa al Perugia, dove segna tre gol prima di tornare in C1, a Mantova.

Il vecchio bisonte ha il pizzetto ingrigito ma continua a segnare: non vuole saperne di diventare barista a tempo pieno e continua a giocare fino ai 44 anni. C’è un episodio che spiega meglio di mille parole e di qualsiasi elenco statistico il carattere di Hübner: tesserato per l’Orsa Franca (Eccellenza), viene squalificato sei mesi dalla FIGC perché recepisce un contratto da professionista. Potrebbe smettere, Dario, o quantomeno scontare la squalifica: invece, a 42 anni, per continuare a giocare si fa addirittura tesserare da una squadra del Campionato Amatori AIC, il Passarera.

A 44 anni anche Hübner, finalmente, appende le scarpette al chiodo. In ogni caso, nessun rimorso: il calcio per Dario è e rimane un divertimento; quasi un vizio, che dà più assuefazione della nicotina. Quelli come Dario Hübner, quando se ne vanno, lasciano un vuoto incolmabile. Perché i bisonti, nel calcio di oggi, sono una specie in estinzione.