“Papá, ¿Por qué somos del Atleti?”

Madrid, un giorno qualsiasi di un anno qualsiasi, tanto per il grande Real ogni anno è quello buono per arricchire la propria bacheca di scudetti e coppe varie.

Mentre migliaia di tifosi merengues stanno festeggiando l’ennesimo trofeo, un bambino dall’aria triste chiede al proprio padre, intento a guidare nel traffico della capitale spagnola, “Perché siamo dell’Atleti?”. Segue un attimo di smarrimento nel padre, come a voler trovare un senso nella risposta che tra poco cercherà di dare al proprio figlio.

La risposta non c’è, o meglio, lo spot lascia intuire che essere dell’Atleti (il modo con cui i tifosi biancorossi chiamano l’Atlético Madrid) è qualcosa di speciale, che non si può spiegare in uno spot pubblicitario di venti secondi o poco più. Questa è la storia di un gruppo di giocatori e di un allenatore che insieme hanno dato la risposta più soddisfacente al piccolo tifoso.

La gloria si ottiene lottando: uno striscione che incarna perfettamente lo spirito dell'Atletico

“La gloria si ottiene lottando” Questo striscione incarna al meglio lo spirito rojiblanco

Il ritorno di Diego Simeone

Dobbiamo tornare indietro al mese di dicembre del 2011.

I Colchoneros (nomignolo che sta per ‘materassai’, dal colore del tessuto che rivestiva i materassi) sono appena stati eliminati dall’Albacete in Coppa del Re, in campionato le cose non vanno per niente bene, la squadra all’epoca allenata da Gregorio Manzano galleggia, sarebbe meglio dire boccheggia, intorno alla decima posizione, in un poco glorioso anonimato.

Nella rosa c’è già qualcuno di quel gruppo che scriverà un pezzo importante della storia biancorossa: il portiere Courtois, i difensori Godín e Miranda, il capitano Gabi, il giovane canterano Koke, il fantasista Arda Turan, un turco dai piedi sopraffini che da quando inizierà a farsi crescere la barba non sbaglierà più un passaggio.

Simeone e Arda Turan

Simeone e Arda Turan

Per dare un senso ad una stagione nata male c’è bisogno di una sterzata, e chi meglio di Diego Pablo Simeone, bandiera rojiblanca, può darla? Arriva El Cholo nelle vesti di allenatore, ed è come mettere il cacio sui maccheroni, da quel freddo giorno di dicembre nulla sarà più lo stesso, sulle rive del Manzanarre.

Simeone vanta già buoni risultati da quando siede in panchina; ad esempio ha riportato l’Estudiantes in cima al campionato argentino, vincendo il titolo dopo svariati anni di magra, poi è arrivato a Catania, a fari spenti, e ha contribuito in modo determinante alla salvezza della squadra etnea, ma ha soprattutto una dote: conosce come pochi la mistica, l’orgoglio, il senso di appartenenza che pervadono “la metà più uno” della capitale spagnola.

Perché essere dell’Atlético non è roba per tutti. Essere dell’Atlético significa sapere fin dall’infanzia che la vita da tifoso sarà una sofferenza, che quasi tutti gli anni arriverai dietro agli odiati cugini, che i tuoi giocatori più forti verranno venduti l’anno dopo al miglior offerente in nome del bilancio, che prima o poi se qualcosa dovrà andar male, andrà male. In qualche modo essere dell’Atlético vuol dire essere ribelli, se nell’altra metà di Madrid ci sono loro, quelli del Real, la squadra più popolare del pianeta.

I ribelli hanno bisogno di un capopopolo per fare la rivoluzione, e non c’è nessuno che può coprire questo ruolo meglio di Simeone. Lui che nel 1996 aveva guidato l’Atlético, da giocatore, leader tecnico e spirituale, nella vittoria della Liga. Anche quella volta vinse da outsider, perché così è più bello, vuoi mettere.

Il cuore di Simeone. Biancorosso da sempre

Questi però sono tempi diversi, tempi in cui le squadre da battere sono il Barcellona di Messi e il Real di Cristiano Ronaldo, hai detto niente. Pensare di poter arrivare a maggio davanti a queste corazzate, imbottite di fuoriclasse, è un qualcosa che si avvicina all’utopia, un pensiero da pazzi o da rivoluzionari, o magari entrambe le cose.

A volte però le rivoluzioni si compiono davvero, non è mica vero che finiscono sempre con cocenti delusioni. Certo, “c’è del lavoro da fare”, come diceva il filosofo francese Jean Paul Sartre.

Lavoro, dedizione, orgoglio, costanza, aiuto del compagno in difficoltà: queste sono le parti fondamentali dell’impasto creato da Simeone, senza queste componenti non puoi pensare di lasciarti indietro squadroni come Barça e Real.

“Affrontiamo ogni partita come se fosse l’ultima”.

Il Cholo mette in campo i suoi gladiatori nel più classico dei 4-4-2: lineare, basico, senza troppi fronzoli. Il seme della rivoluzione sta però nella testa dei suoi ragazzi, ai quali inculca un concetto altrettanto semplice:  “Partido a partido”, cioè giocatevela una alla volta, senza troppi pensieri, partita dopo partita. Quindi con la mente, il cuore e i muscoli sempre rivolti al campo, a dare tutto nei novanta minuti, senza risparmiarsi una goccia di sudore.

Insomma, se non hai Messi qualcosa ti devi inventare. Sì, perché bisogna anche essere fantasiosi, per essere dei veri rivoluzionari.

Partita dopo partita i colchoneros si rendono conto che si possono portare a casa tanti punti anche senza avere fuoriclasse in squadra, perché si crea nella testa quel meccanismo che ti fa gettare il cuore oltre all’ostacolo, che prima sembrava insormontabile.

Partido a partido: l’Atlético a testa alta

La stagione 2011/12 è già compromessa per fare sogni di gloria, ma c’è giusto il tempo di alzare la vecchia Coppa Uefa, chiamata di questi tempi Europa League, battendo in finale i baschi dell’Athletic Bilbao (altra squadra che in quanto a senso di appartenenza può insegnare parecchio) e poi la Supercoppa Europea giustiziando i campioni d’Europa del Chelsea con due gol spettacolari di Falcao, “El Tigre”, venduto l’anno dopo a peso d’oro ai francesi del Monaco.

L’anno successivo, stagione 2012/13, il Barcellona va col pilota automatico: anche se al timone non c’è più Guardiola vince la Liga con tanti punti di vantaggio sui nostri eroi, che però si rifanno alla grande battendo il Real Madrid nella finale di Coppa del Re, con un gol di João Miranda durante i tempi supplementari. Riguardando con calma questa partita, si intuisce che qualcosa è cambiato: adesso contro i cugini si gioca alla pari, e poi alla fine vediamo chi la spunta.

Insomma, l’Atlético di Simeone ha trovato un gran ritmo in campo, arricchisce finalmente la bacheca e comincia a pensare davvero in grande.

La stagione 2013/14 comincia con l’aggiunta di David Villa (probabilmente stufo di fare il gregario al Barcellona), che dà quel tocco in più in certe partite, quelle che contano. È qui che il motto “Partido a partido” diventa il motto di tutta l’annata.

Ogni singolo minuto i ragazzi dell’Atleti sono sul pezzo, sudano la maglia sotto le direttive del Cholo e del suo fidato secondo, Germán “Mono” Burgos, un argentino burbero che faceva il portiere e ora potrebbe fare tranquillamente il buttafuori di un malfamato locale della città, magari in uno di quei quartieri popolari che si affacciano sulle rive del Manzanarre e che sono la culla del tifo per l’Atlético di Madrid.

La squadra perde pochissimi colpi, sembra un carrarmato, una macchina da punti, esalta al massimo i concetti di solidità e compattezza in una squadra di calcio. Il filo conduttore, manco a dirlo, è Simeone, condottiero nell’anima, colchonero per sempre.

Tutto l’anno spalla a spalla con le due corazzate del calcio spagnolo, a illudersi che certe rivoluzioni ti possono portare lontano, se ci credi.

L’Atlético ci crede eccome. L’ultima giornata è una sorta di finale, perché bisogna almeno pareggiare al Camp Nou, se vince il Barcellona il titolo è blaugrana. Contro Iniesta e compagni non è mai una passeggiata, il match è tirato fino all’ultimo, finisce con un pareggio che vale lo scudetto. Sugli spalti, nel settore ospiti situato in piccionaia, i tifosi dell’Atleti sono quasi increduli, perché non assaporavano questa gioia da ben diciotto anni.

Il giorno dopo, i neo campioni di Spagna arringheranno una folla oceanica alla fontana di Nettuno, luogo dove si celebrano le vittorie importanti con canti e tuffi; il popolo è pazzo di gioia come può esserlo solo chi è abituato a perdere ed a ingoiare gli sfottò dei cugini ricchi, belli e sempre troppo vincenti.

La missione però non è ancora finita, ci sarebbe la ciliegina da mettere su una torta già gustosissima. Si, perché pure in Champions League l’Atleti miete vittime una dopo l’altra: dal Porto al Milan, dal Barcellona al Chelsea di Mourinho, fino a ritrovarsi in finale, quarant’anni esatti dopo la Coppa Campioni persa a Bruxelles, quando all’ultimo minuto fu raggiunto dal Bayern Monaco grazie ad un gol da quaranta metri di un terzino, Schwarzenbeck, e nella ripetizione due giorni dopo i tedeschi dominarono contro una squadra svuotata di energie, vincendo con un sonoro 4-0.

La finale del 2014, che si giocherà a Lisbona, finirà in modo tremendamente simile a quella del 1974, guarda il destino. Manca giusto un minuto al triplice fischio finale, i giocatori in maglia biancorossa sono avanti di uno, quando Modric va a battere il calcio d’angolo della disperazione, un pallone che manda in fumo i sogni dei tifosi con la maglia biancorossa, ancora una volta nel modo più crudele.

Sergio Ramos non ha pietà, e come lui anche Bale, Marcelo e Cristiano Ronaldo durante i supplementari, per un 4-1 che più beffardo non si può. Alla fine la bella della favola esce sempre con il principe azzurro, questo è il senso della sera di Lisbona, e quella volta il principe era tutto bianco, di certo non biancorosso.

LISBON, PORTUGAL - MAIl gol di Sergio Ramos che allo scadere spezza i sogni dell'Atletico Madrid

Finisce così, nel modo più atroce e bizzarro, un periodo comunque irripetibile. È un pezzo della storia di un club magnifico e spesso perdente, di un gruppo che ha pensato di fare la rivoluzione e che in qualche modo ci è riuscito.

Questo manipolo di ribelli ha la faccia proletaria di Juanfran, la durezza di Godín, la caparbietà di Raúl García, il carisma di Arda Turan, il senso del gol di Diego Costa. E davanti a tutti, con la bandiera in mano, il condottiero argentino Simeone.

“Siamo la squadra del popolo”.

Per il mondo quelli dell’Atlético saranno sempre i parenti poveri di quei prìncipi del Real, ma se chiedi a uno di loro cos’è l’Atletico, beh, forse non ti saprà rispondere in pochi secondi, ma te lo farà capire.

Quel bambino poi l’ha capito.

 

A cura di Giuseppe Volpi