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Cosa ha accomunato, oltre alla classe, Baggio e Maradona, Zico e Platini, Pelè e Rivera, Suarez e Gren, Schiaffino e Zizinho (idolo di un certo Pelè), Puskas e Valentino Mazzola? Ok, stop al brainstorming: tutti hanno giocato con il 10 sulle spalle. Il numero degli eletti, di quelli nati per disegnare e dispensare calcio e vittorie, gol ed emozioni.

Ma chi è stato il primo grande numero 10 della Storia del Calcio?

Cominciamo con il dire che la “visionaria” idea di appiccare dei numeri sulle magliette venne a un burbero ingegnere. Ingegner Herbert sir Chapman, allenatore dell’Arsenal. La squadra londinese fu infatti la prima squadra, il 25 agosto del 1928, a giocare con i numeri sulle maglie, e in maniera fuorilegge, in un match contro lo Sheffield Wednesday.

Ed è proprio da quelle parti, ossia all’Arsenal, che comparve il primo grande numero 10 del Calcio. Veniva dal nord, dalla gelida Scozia, soleva vestire in maniera pesante perché aveva sempre freddo e per limitare gli effetti dei reumatismi; e a vederlo così, con abiti di taglie più grandi e mutandoni rigonfi risultava difficile vedere in quel tracagnotto di 165 centimetri un mago del pallone, uno capace di imprimere alla sfera ogni direzione che volesse.

Aveva ereditato il fisico tozzo dal padre, operaio metallurgico, ma nessuno sa con certezza da chi avesse ereditato quella capacità, quasi sciamanica, di vedere l’azione in anticipo. Di sicuro dagli scozzesi ereditò l’attenzione ai soldi.

Nato in Scozia, a Mossend nel Lanarkshire, il 14 settembre 1901, cresciuto insieme a Hughie Gallacher, uno capace di sfornare 133 gol per il Newcastle e altri 72 per il Chelsea, Alex James iniziò a dispensare calcio nei Brandon Amateurs, passò poi agli Orbiston Celtic e al Glasgow Ashfield. Dopo qualche altra apparizione arrivò a giocare con il Preston North End, che, per averne i servigi e per salire di categoria, arrivò a sborsare 3.000 sterline, non poche per l’epoca.

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Con il Preston, James continuò a segnare, il primo anno vinse la classifica dei cannonieri, ma nonostante le sue reti i Lilywhites (gigli bianchi) mancarono per alcune stagioni la promozione in First Division. Pur di riuscire nell’impresa, i gigli bianchi arrivarono a  negare allo scozzese di rispondere alle convocazioni della propria nazionale.

Ma la storia di Alex James stava per cambiare.

Chapman, lo stesso ingegnere di prima, vide in quell’attaccante dal baricentro basso l’interprete ideale per avviare la rivoluzione tattica che il mondo imparerà a conoscere come The Chapman System. Facciamo un passo indietro, per contestualizzare meglio.

L’International Board decise, nel giugno del 1925, e con lo specifico scopo di far lievitare il numero di gol e conseguentemente lo spettacolo, di modificare la regola del fuorigioco. La nuova norma imponeva che all’attaccante fosse sufficiente avere due avversari, e non più tre, tra sé e la porta nel momento del passaggio.

Le cose andarono come sperato, le marcature lievitarono, e fu dopo un rovescio di proporzioni epiche, con l’Arsenal sconfitto per 7-0 dal Newcastle, che Chapman, in accordo con il capitano Charlie Buchan, decise di arretrare il centromediano Butler sulla linea dei terzini.

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Era l’alba dello stopper. Ma anche il tramonto della Piramide di Cambridge, numericamente esprimibile con un 2-3-5, mentre quello, innovatore, dell’Arsenal fu qualcosa del tipo 3-2-2-3. O più comunemente, WM.

E Chapman intravide in quello scozzese dai piedi fatati e dall’elevato QI calcistico il tassello giusto per far decollare la sua idea di gioco. Per convincerlo, nel 1929 usò la forza della persuasione e 9.000 sterline di ingaggio. L’ho già detto che da buon scozzese aveva un certo interesse per i soldi?

Sia come sia, Chapman ottenne la stella più splendente da inserire in un contesto già fortissimo, avendo in organico il fortissimo terzino sinistro Eddie Hapgood (il primo terzino fluidificante della storia del calcio), arrivato nel 1927, e il giovanissimo, ma pieno di talento, attaccante Cliff “Boy” Bastin, comprato nel 1928.

Ma soprattutto, all’Arsenal, Alex James trovò David Jack. Due cognomi strani se volete, che sembrano nomi. Alex James e David Jack, più ancora di Bastin e del formidabile cannoniere Ted Drake, fecero e furono la fortuna dell’Arsenal. I due interni di centrocampo cucivano, rifinivano e all’occorrenza concludevano in rete.

Non s’era mai vista una coppia del genere. E probabilmente non s’è più vista dopo.

Perché c’è stato un calcio prima di Alex James e un altro, radicalmente diverso, dopo, che si è incarnato per classe e poliedricità in Valentino Mazzola e in Johan Cruijff, passando per la Saeta Rubia Alfredo Di Stéfano.

Il fisico di Maradona, la poliedricità, come detto, di Cruijff e Di Stéfano, ma in lui c’era anche qualcosa che si sarebbe poi rivisto in Juán Alberto Schiaffino e in Luisito Suárez. I tre avevano le capacità tecniche per fare stragi di reti, ma scelsero, scientemente, di sublimare queste loro debordanti capacità tecniche mettendole al servizio della squadra.

L’attaccante divenne il primo regista con i piedi buoni della storia, un giocatore che incantò anche il grande allenatore Hugo Meisl, l’uomo al volante del Wunderteam austriaco, che osservando questo calciatore, così diverso dalle classiche mezzali del calcio mitteleuropeo lo definì “versatile e proteiforme”. Versatile lo era eccome, visto che giostrava a tutto campo, si faceva dare la palla come Pirlo e poi, ricordando di tanto in tanto gli inizi da attaccante, qualche volta segnava.

Con i Gunners, invero, le reti non furono tantissime, solo 26. Gli assist furono molto di più. Ma c’è una storiella di quegli anni che merita di essere raccontata.

Si racconta che il figlio lo rimproverasse di segnare poco. Alex James lo guardò con quello sguardo da impiegato furbetto, gli disse di stare tranquillo che la domenica successiva avrebbe fatto gol. Ne fece tre.

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Abbiamo detto che il Preston non lo lasciava andare in nazionale. Bene, quello della nazionale è un capitolo a parte nella storia calcistica di Alex James. Le presenze sono poche in maglia scozzese, vuoi perché non lo mandavano, vuoi perché spesso si preferiva non convocare chi giocava in Inghilterra, e vuoi perché il nostro aveva sì classe cristallina come single malt scozzese, ma aveva anche una lingua tagliente, e non le mandava a dire.

In nazionale giocò solo 8 partite. Ma una di queste vale una vita intera.

Il 31 marzo del 1928, a Wembley, nel Tempio del Calcio, si disputò Inghilterra-Scozia. Dopo 3 minuti gli scozzesi erano già avanti. Poi ne fecero altri. Alla fine fu 5-1 per gli scozzesi, il più pesante rovescio mai subito dall’Inghilterra per mano degli scozzesi, nonché la prima sconfitta interna per la nazionale dei figli d’Albione.

E Alex James ne fece due. Furono chiamati i Wembley Wizards, i Maghi di Wembley. Ma forse il mago era uno solo: Alex James. Il primo grande numero 10.

 

A cura di Massimo Bencivenga