A guardare John Hartson per la prima volta, con addosso la maglia del Celtic, si ha l’impressione che sia il tipico difensore-taglialegna scozzese. L’apparenza inganna, ma solo in parte: Hartson è in realtà un gallese di Swansea, ed è un attaccante.

La stoffa del taglialegna invece ce l’ha tutta. In seguito ad uno scontro in allenamento con Eyal Berkovic, suo compagno al West Ham, alla stizza del centrocampista israeliano rispose con un calcione in testa. Un collo sinistro in pieno volto dopo un ruvido contrasto nella partitella di allenamento. Una scena che ricorda da vicino la partita iniziale di Trainspotting più che la seduta di rifinitura di un club professionista.

Ma per quanto sull’erba si muova come un panzer, fuori dal campo è un bravo ragazzo e pochi giorni dopo l’incidente fu già chiarito. A consacrare la pace anche un incontro fra i due a Tel Aviv, lo scorso marzo. In cui lo stesso Berkovic, sdrammatizzando, disse:

“Se la mia testa fosse stata un pallone quella volta l’avrebbe messa nel sette”.

Perché attaccabrighe Hartson lo è fin da ragazzino, ma sempre con conseguenti pentimenti. A 16 anni, in prova al Luton Town, il suo primo team professionistico, ruba la carta di credito al figlio della coppia che lo ospitava in casa e ritira 50 sterline da buttare in una scommessa, ovviamente persa. Viene subito cacciato dagli Hatters, che però a loro volta si pentono e lo richiamano per una seconda chance.

Nel Bedfordshire esordisce a 17 anni, poi a 20 arriva il grande salto, passa all’Arsenal, con cui segna 14 gol in 54 partite. Siamo nel bel mezzo degli anni ’90, a Londra – tra un ritornello pop degli Oasis e una crescente febbre da boy-band – arriva un certo Arsène Wenger, che per il suo modo d’intendere il calcio pretende talenti francesi di una precisa abilità tecnica e che sappiano giocare in velocità sui tagli. L’arrivo di Nicolas Anelka spinge così Hartson sull’altra sponda di Londra, quella ben più sanguigna degli Hammers.

Ma nemmeno con loro segna molto, lo score è discreto ma non riesce a convincere a pieno: 60 partite in due anni e 24 gol. Si allontana da Londra, alla ricerca di una provincia silenziosa che accolga la fisicità tipicamente british di quel corazziere calvo. Sceglie il nord, direzione Wimbledon. Con i Dons vive stagioni travagliate, fatte di pochi gol, un paio di retrocessioni, numerosi infortuni e una maledizione che si sposta insieme a lui, anche a Coventry, tappa successiva di un girovagare senza sosta e senza soddisfazione.

Hartson con la maglia del Galles

Ma è oltre il Vallo di Adriano che accade la magia. Nell’estate del 2001 Hartson si sposta oltre confine e si trasferisce a Glasgow, sponda Celtic. Sarà quel faccione pelato incorniciato da un’ispida barba rossa da highlander, sarà il campionato ancor più fisico della Premier League o una particolare affinità con la squadra e l’ambiente, ma in Scozia il gigante gallese inizia a segnare. Continuamente.

109 gol in 171 presenze con la maglia biancoverde, che gli permettono di vincere anche il premio di Miglior Giocatore dell’Anno, a parimerito con Fernando Ricksen dei Rangers, nel 2005. Un’altra cosa da condividere per i due, dopo il cartellino rosso che, insieme a Johan Mjällby, si beccarono in seguito a una rissa durante un derby di Glasgow.

Una cosa è certa: ci vuole carattere per indossare quella maglia e questo, unito a un’ottima potenza di tiro, prestanza fisica e abilità nel proteggere palla, permette al gigante gallese di segnare un sacco di gol. Con gli Hoops arrivano anche le prime apparizioni internazionali in una squadra di club. La nazionale invece era già una realtà per Hartson, anche quando giocava in prima divisione con il Wimbledon.

La prima rete europea la segna in un trionfale 8-1 in Coppa UEFA contro i lituani del FK Suduva. Il gol più importante nella stessa competizione arriva però il 30 marzo del 2003, quando una vittoria per 2-0 permette ai Bhoys di passare il turno contro il blasonato Liverpool.

In quella rete c’è tutto il concentrato di potenza e scompostezza che è Hartson. Riesce ad un infilare un tomahawk nel “sette” proprio nel tempio del calcio di Anfield: lui, così grezzo, pesante, un rugbysta di mischia prestato al gioco del pallone. È il manifesto tecnico di un operaio del calcio, che stupisce tutti proprio nel pantheon degli eletti.

L’anno successivo arriva anche il primo gol in Champions League, nella sconfitta per 3-2 contro il Lione di Juninho. Nel 2004, il gigante gallese provvede alla marcatura in uno storico pareggio contro il Barcellona. In quel girone c’erano anche lo Shaktar Donetsk e il Milan della traumatica finale di Istanbul. Insomma, il gigante di Swansea si è aperto la strada come un orco a colpi di ascia nei romanzi fantasy.

Il finale di carriera rimane quello tipico di tanti calciatori che non hanno la minima voglia di lasciare il campo: il passaggio in una squadra minore, il West Bromwich Albion, un breve prestito al Norwich, un fisico sempre più imbolsito, anche a causa del fatto che, in quanto gigante che tocca i 92 kili, non è propriamente un étoile dal fisico asciutto e longilineo e rimanere in forma ottimale diventa impresa sempre più ardua.

Infine, alcune panchine di squadre minori rifiutate di getto, senza pensarci troppo; poi delle ospitate sparse come commentatore tecnico in televisione. Sembra la classica parabola post-agonistica di un manovale di successo dell’area di rigore. Fino ad una drammatica notizia: è il 2009 e gli viene diagnosticato un tumore ai testicoli, dilagato già al cervello e ai polmoni.

Inizia un pesantissimo ciclo di chemioterapia, la situazione è grave e richiede anche un’operazione immediata. E alla fine di questo calvario, contro ogni pronostico, si salva. “Ero un uomo morto. Sconfiggere il cancro è stata la mia più grande vittoria”, ha confessato in un’intervista all’Irish Post. Beh, forse di un highlander non aveva soltanto le sembianze.

 

A cura di Stefano Basilico