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Appartengo alla Generazione Ryanair, quella che se ha voglia il mercoledì può decidere di organizzarsi un fine settimana a costi relativamente contenuti a Londra. Se si è anche maledettamente appassionati di football, l’assunto precedente si integra con …a Londra a vedersi una partita di calcio.

Basta sapersi barcamenare su internet per i voli, per un b&b che non ti spolpi ma che non sia neanche Guantanamo, per i locali dove mangiare e bere a qualsiasi ora e per i biglietti dello stadio. Qualche volta mi sono tolto lo sfizio, ero in vacanza lì e sono andato a vedere un po’ di football. Improvvisando o pianificando, non fa differenza.

Prima di raccontare, c’è una mistica da svelare sul calcio inglese. Credo che tutti i tifosi del mondo abbiano anche una loro squadra in Premier League (ma a volte anche in Championship o più giù) per cui tifano e di cui guardano il risultato ogni weekend. Fateci caso, per la Liga non è così – al 99% o tifi Barça o tifi Real – e anche per la Bundes è lo stesso discorso – se hai una squadra, a meno di aver vissuto in Germania, difficile uscire dal dualismo degli ultimi anni Bayern-Borussia.

In Inghilterra no: conosco persone che tifano Crystal Palace o Southampton da tempi non sospetti, prima degli exploit degli ultimi anni, che magari non hanno niente a che vedere a livello personale con la zona di Londra sud o con il principale porto britannico. Se sei malato di calcio in Inghilterra ti appassioni anche per un Wimbledon-Plymouth Argyle di League 2, ti viene voglia di andare a vedere anche la squadra rivale della tua, anche il più scrauso degli stadi ti suscita qualcosa.

9 aprile 2007, Fulham-Manchester City 1-3

Vacanze di Pasqua a Londra con la mia ragazza, oggi moglie. Per Pasquetta c’è un turno di Premier, già opportunamente studiato a casa prima di partire. L’obiettivo è Craven Cottage: il Fulham sfida il Manchester City ancora privo di sceicchi, fenomeni e centinaia di milioni di sterline.

Partita di medio bassa classifica, i Citizens finiranno la stagione quattordicesimi, i Cottagers a un punto dalla retrocessione. In serie A fatta la proporzione non farebbe più di 10/15 mila spettatori, lassù non c’è bisogno di dire che lo stadio è quasi pieno – 22.435 spettatori su una capienza massima di 24.600.

La consorte opta per lo shopping a Oxford Street, vado da solo. Arrivo a Craven Cottage – affascinante ancora oggi con la sua tribuna addossata al Tamigi ed il cottage subito alle spalle del tunnel degli spogliatoi – in fantozziano anticipo, anche perché Stevenage Road è un po’ distante dalla fermata della District Line di Putney Bridge e non riesco a tarare bene le distanze sulla cartina; a Londra tutto è molto più lontano di quello che sembra sulla mappa.

In compenso ho il tempo di prendere il biglietto per la Putney End, curva mista tra le due tifoserie, comprare il matchday programme dai venditori fuori dallo stadio (“Three-pounds-a-programme! Three-pounds-a-programme!”), ovvero la rivista ufficiale del club che viene tradizionalmente distribuita in Gran Bretagna ad ogni partita e che in quel numero dedica l’intervista di copertina al nuovo attaccante da poco arrivato in prestito dalla Roma, Vincenzo Montella.

Passo dal tornello, birra e sausage rolls al chiosco sotto la tribuna e un particolare che ritroverò in altre situazioni: si va al proprio posto a 5 minuti dal calcio di inizio, non prima. Proprio perché ci sono birra, patatine e sausage rolls al chiosco sotto la tribuna oltre ai televisori che trasmettono l’anticipo delle 12.45: a Vicarage Road il Watford fanalino di coda distrugge a sorpresa il Portsmouth 4-2. Ignorando l’usanza mi siedo, rigorosamente al seggiolino indicato sul biglietto – guai a sgarrare! – quando ancora non c’è praticamente nessuno.

Particolare del Craven Cottage

In compenso riesco a fare due chiacchiere con Bernardo Corradi, convocato ma neanche in panca per il City, che sta facendo una sorta di sopralluogo prepartita sul campo; imparo il coro “I’m City ‘till I die!” che due ragazzini mancuniani cantano per ore intere dietro di me; capisco nel corso della gara da alcuni improperi del mio vicino di posto, tifoso Cottager, che il semi-sconosciuto difensore del Fulham Liam Rosenior non riscuote le sue simpatie.

Per la cronaca dopo mezzora il City è avanti di due, protagonista il bad-boy per eccellenza Joey Barton che prima la butta dentro dal limite dell’area, poi serve l’assist a DaMarcus Beasley per lo 0-2. Quanto è cambiato il City in nemmeno dieci anni.

Umore pessimo per i tifosi di casa, il settore ospiti alla mia sinistra invece è un coro continuo. E dopo nemmeno un quarto d’ora del secondo tempo arriva il terzo del Manchester: contropiede City, Mpenza lancia per lo scatto di Vassell, comunque in svantaggio sul laterale sinistro del Fulham. Che è il buon Liam Rosenior, schierato in emergenza sulla fascia opposta, lui che è destro: piazza una buca clamorosa ciccando il passaggio, provocando altri improperi del mio vicino (e non solo suoi) e lasciando strada libera a Vassell per lo 0-3 sotto la curva Citizen. “Blue Moon” risuona alta a Londra.

L’ingresso di Montella non sposta granchè, così come non cambia la partita il gol della bandiera dell’americano Bocanegra per i padroni di casa a un quarto d’ora dalla fine. Ah, Rosenior verrà ceduto pochi mesi dopo al Reading…

11 aprile 2009, Tottenham-West Ham 1-0

Come può un tifoso dell’Arsenal andare a vedere una partita del Tottenham, gli acerrimi rivali del north-London derby, scegliendo coscientemente proprio quella squadra, senza alcuna volontà di gufare? Misteri e magie del football di Sua Maestà: si va a vedere gli Spurs contro il West Ham.

L’idea di andare a un derby londinese stavolta piace anche alla dolce metà, comunque tifosa di calcio e presenza fissa al Franchi. I biglietti acquistati online qualche settimana prima della gara mi arrivano a casa per posta in una elegante busta griffata “Tottenham Hotspur F.C.”, impensabile in un’Italia che stava scoprendo in quegli anni le gioie dei biglietti nominali.

A White Hart Lane si arriva bene con il treno, la stazione è poco distante lo stadio ed è sulla linea ferroviaria che parte da Liverpool Street Station. Il convoglio porta noi insieme ad un buon numero di tifosi degli Hammers: venti minuti di cori, di “Forever Blowing Bubbles” e a un certo punto salta fuori anche un’invocazione a un personaggio che a Londra est ha lasciato buoni ricordi. Sulle note de “La donna è mobile” del Rigoletto parte il coro “Paolo Di Canio! Paolo Di Canio!”.

White Hart Lane, se si esclude la tribuna principale che ha l’aspetto moderno da stadio inglese di nuova generazione, è una specie di enorme fabbricone in mezzo alle case. Siamo nel parterre della East Stand, in mezzo ai tifosi di casa, un settorino talmente caldo che anche i severissimi steward tollerano che si guardi buona parte della gara in piedi. Soprattutto quando tutto lo stadio che tifa Spurs intona “Stand uuuuuup/if you’re not West Ham!” cantando la melodia di “Go West”. Il reverbero che arriva con la copertura delle tribune se non sei preparato ti stordisce al primo coro.

In campo due squadre a metà del guado: ancora con la paura di essere risucchiate in basso in classifica ma con lo sguardo ottimista verso le posizioni che contano. Il Tottenham aveva iniziato la stagione inglese con due punti in otto partite, aveva cacciato l’allenatore Juande Ramos ingaggiando Harry Redknapp dal Portsmouth, pagando una penale ai Pompeys da 5 milioni di sterline. Sulla panchina del West Ham Gianfranco Magic Box Zola, idolo di una zona di Londra opposta per tanti fattori a quella degli Hammers, subentrato ad Alan Curbishley.

Il terzetto Spurs a sostegno della punta fa impressione: Aaron Lennon a destra, un giovanissimo Luka Modric (fenomeno già all’epoca, garantisco) che parte da sinistra e si accentra, il navigato Robbie Keane come attaccante di movimento – l’irlandese era stato venduto al Liverpool in estate, ma il Tottenham se l’era ripreso dopo sei mesi: “Il 99,9% della gente lo rivoleva indietro” disse Redknapp.

Il problema è la punta. Avendolo visto giocare dal vivo quel pomeriggio, e in qualche altra occasione in tv, non mi spiego come Darren Bent (preso dagli Spurs due anni prima per 16,5 milioni di sterline dal Charlton. Sedici-milioni-e-mezzo, non so se ho reso l’idea…) possa aver fatto in quella stagione 12 gol in Premier. Più i tre dietro di lui si sbattevano e più non riusciva a combinare nulla.

Dall’altra parte un tandem d’attacco che oggi potremmo guardare con ammirata nostalgia, ma che in quella situazione non era certo all’altezza: Diego Tristán-David Di Michele. Dato il valore degli attaccanti in campo, il primo tempo esce fuori con poche emozioni.

Tristan-Di Michele al West Ham

Redknapp dopo dieci minuti della ripresa non ne può della sterilità di Bent e fa alzare dalla panchina – dove tra l’altro siede anche un ventenne gallese che farà strada, tale Gareth Bale – Roman Pavlyuchenko, prima punta russa protagonista all’Europeo dell’anno prima.

Basta poco, altri dieci minuti: azione croata da destra, Corluka per Modric, finezza in area di rigore di Modric in mezzo a due uomini per il russo che spalle alla porta fa perno sullo zainetto in maglia West Ham che si ritrova attaccato alla schiena, diagonale di destro a incrociare sul secondo palo. Semplice no? 1-0.
Chim-chimney, chim-chimney, chim-chimney oooo/who are those bastards in claret and blue? canta White Hart Lane.

Bert in Mary Poppins diceva altro, non insultava così i tifosi Hammers. Ma vanno bene anche le canzoni Disney se sfotti chi sta perdendo un derby.

Ps: Zola si gioca inutilmente il tutto per tutto a nove dalla fine togliendo un difensore e mandando in campo Savio Nsereko…

21 agosto 2010, Crystal Palace-Ipswich Town 1-2 (Championship)

Va bene tutto, ma della serie B faccio anche a meno”. Difficile far capire a una ragazza, seppur calciofila, il fascino della Championship: stadi in vero stile inglese, medio-piccoli, accoglienti, un casino ininterrotto dal primo al novantesimo sia dei tifosi di casa, sia dei sempre numerosi tifosi ospiti, tanta corsa, tante sportellate, non tantissimo spazio per la tecnica e per la tattica, ma difficilmente ci si annoia.

Vado quindi da solo a Selhurst Park perché non ho trovato il biglietto per l’Emirates: l’Arsenal gioca la prima in casa della stagione con il neopromosso Blackpool e nessun Gunner che si rispetti vuole perdersi l’esordio casalingo in campionato. Ergo per i comuni mortali che non hanno la membership card del club c’è poco da fare, se non aspettare l’ora di cena e rivedersi la sintesi a “Match of the Day” della Bbc.

Non resta che “ripiegare” sulla Championship. Il menu londinese prevede per quel sabato Crystal Palace-Ipswich Town, valida per la terza giornata di campionato: perché provare senza successo a trovare un biglietto a (minimo) 55 sterline per l’ultimo seggiolino per una partita di Premier quando puoi serenamente andare in tribuna principale a 30 sterline a vedere la Championship?

“Gioco in casa” ma la trasferta è lunga lo stesso perché ho l’appartamento ad Enfield, Londra nord, e lo stadio del Palace è a Croydon, Londra sud: minimo un’ora e venti tra metro e treno. Due i personaggi del pomeriggio, tutti e due cattivi, tutti e due centrocampisti, tutti e due leggendari: Edgar Davids e Roy Keane.

davids

L’olandese si presenta quel pomeriggio ai tifosi degli Eagles come nuovo acquisto, preso da svincolato perché non gioca da due anni. Segue la partita dalla tribuna e all’intervallo gli viene concessa la passerella sul campo con tanto di ostensione della maglia numero 20. La sua avventura in maglia rosso-blu dura tre mesi e sette spezzoni di gara prima di rescindere il contratto.

Keane invece siede sulla panchina dell’Ipswich dall’aprile dell’anno prima, ha iniziato bene la stagione vincendo in trasferta contro il quotatissimo Middlesbrough 3-1 e pareggiando in casa con il Burnley. A metà settembre è secondo in classifica, poi l’incantesimo si spezza: da metà ottobre ad inizio gennaio 2011 il suo record è 3 vittorie, un pareggio e 10 sconfitte e viene esonerato.

La sua squadra che vedo quel pomeriggio di inizio stagione però dà l’impressione di poter stare tranquillamente al tavolo della Championship: due esterni di centrocampo molto tecnici, gli altri corrono e roncolano come il loro allenatore gli ha certamente insegnato a dovere.

Del primo tempo non ricordo più di due tiri verso la porta complessivi, non ricordo più di quattro/cinque falli fischiati dall’arbitro, non ricordo di essermi annoiato: si corre tanto, si entra duro a centrocampo, non si tira mai il fiato. Se siete dei puristi del bel calcio, dell’azione manovrata, del credo sacchiano dell’ordine tattico non è una partita che vi suggerirei; se avete voglia di vedere gente che si impegna anche se i piedi non saranno mai adatti al Camp Nou e che di fronte a 15mila persone (di cui 2mila ospiti, numeri normali per la B inglese) ci mette tutto fino a che i polmoni non scoppiano, allora sono le vostre due ore ideali.

Selhurst Park, la casa del Palace

I ritmi sono alti, il pubblico canta 90 minuti, gli stadi sono tutti coperti. Nel secondo tempo succede di tutto: dopo cinque minuti lancio lungo dei Blues, il centrale del Palace Claude Davis si addormenta, si fa sfuggire Jon Stead, punta dell’Ipswich, e lo sdraia ingenuamente in area. Rigore e rosso. Dal dischetto Leadbitter, uno dei due “winger” di Keane, spiazza Julián Speroni.

E fa l’errore che condiziona il resto del suo pomeriggio: esulta, come normale e logico, ma lo fa girando dietro la porta, sfilando maliziosamente sotto la curva dei tifosi degli Eagles che non la prendono bene e da lì in poi lo subissano di fischi ogni volta che tocca palla fino al 95°; il numero 6 ospite non riuscirà più a combinare nulla. Altro livello rispetto alle “contestazioni organizzate” di cui si parla da noi quando per esempio si presenta un ex non amato.

ipswisch

I padroni di casa però non ci sono in campo, sono in dieci e beccano anche lo 0-2 cinque minuti dopo. Partita in ghiaccio. Beh no, da una squadra inglese allenata da Roy Keane ti puoi aspettare il cortocircuito.

Su una palla alta destinata alle mani di Speroni, l’altra ala dei Blues, Andros Townsend – in uno dei suoi mille prestiti dal Tottenham – entra immotivatamente a gamba tesa sul portiere argentino piazzandogli i tacchetti all’altezza dello sterno; il replay del fallo di De Jong su Xabi Alonso nella finale mondiale di qualche mese prima. L’arbitro non ha dubbi e lo caccia. Un rosso che rivitalizza il Palace e tutto Selhurst Park nell’ultimo quarto d’ora, che diventa una specie di tutti-contro-tutti.

Gol della bandiera al 93° di Danns e poco altro in realtà, ma un quarto d’ora più recupero con la meravigliosa impressione che possa succedere davvero di tutto. This is England.

Bonus track
22 settembre 2013, Arsenal-Stoke City 3-1

Finalmente andiamo in coppia, moglie-marito stavolta, all’Emirates; partita domenicale delle 12.45, biglietti ottenuti grazie a Emiliano Viviano, all’epoca in prestito proprio all’Arsenal – quel giorno farà la sua prima apparizione in panchina, ma il campo non lo vedrà mai.

È lo stadio che chiunque sogna, vicino di casa di ciò che rimane del leggendario Highbury, le cui tribune ora diventate parte di un complesso residenziale sono a uno sputo da Ashburton Grove. Curiosamente è incassato alla biforcazione di due linee ferroviarie ma sempre, come doveroso, a due passi dalla fermata di Arsenal della metro (stavolta la stazione corrisponde davvero alla squadra). Niente da invidiare all’Allianz Arena di Monaco, lo ricorda anche per alcune linee architettoniche.

La partita non ha molta storia, 3-1 con gol di Ramsey (e il giorno dopo non è morto nessuno di famoso; oppure milioni di persone come del resto tutti i giorni…), Mertesacker e Sagna per i Gunners – tre palle da fermo battute del neo arrivato Özil – ed il momentaneo pareggio degli ospiti con Cameron.

Qualche ricordo sparso: la signorina inglese davanti a me, Camille, decisamente avvenente, sbircio dalla sua busta che i biglietti gliel’ha riservati Sagna, che casualmente (ma credo sia davvero un caso) esulta per il 3-1 proprio sotto la nostra postazione; i megaschermi sotto le tribune ai chioschi dove ci si accalca all’intervallo per mangiare e bere che trasmettono il Gran Premio di Singapore di Formula 1; i fischi ed i “boo” di tutti i tifosi dell’Arsenal all’annuncio durante la formazione dello Stoke “number 17, Ryan Shawcross”.

Shawcross è colpevole di un’entrata da macellaio su Ramsey in una partita al Britannia Stadium di tre anni prima. Il tanto vituperato gallese era uscito in barella con tibia e perone fratturati e costretto a nove mesi di stop: l’Emirates non dimentica e ogni volta che il capitano dei Potters tocca palla viene assordato di “boo”. E la cosa si ripete ancora ad ogni Arsenal-Stoke.

A cura di Giovanni Ciappelli