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“It’s all about timing”. (Claude Makelele)

Claude Makelele nasce nel 1973 a Kinshasa, capitale dello stato allora noto col nome di Zaire. Al tempo, a governare il paese è il sanguinario Maresciallo-Presidente Mobutu, alleato della Francia e degli Stati Uniti nonché responsabile della scomparsa di migliaia di civili durante 25 anni di soprusi e tirannie del suo governo.

Claude ha appena un anno quando il dittatore organizza nella sua città il monumentale “Rumble in the Jungle”, l’evento in cui si sfidano davanti a tutto il mondo i pesi massimi Muhammad Alì e George Foreman. Mentre non era neanche nato nel 1969, quando Mobutu decide d’imporre agli zairesi un cognome tradizionale: per questo motivo Claude Sinda il 18 febbraio del 1973 viene registrato nell’afoso ospedale di Kinshasa come Claude Sinda Makelele, che in dialetto singala significa “il rumoroso”.

Mobutu con George Bush alla Casa Bianca, 1989

In effetti, silenzioso non lo è mai stato. Ma neanche troppo loquace, se passate l’apparente contraddizione. Perché le sue esternazioni sono da sempre molto dirette e taglienti (ed espresse in un impeccabile francese privo d’accento) benché sporadiche. Ma procediamo con ordine: nel 1978 il clima politico-sociale in Zaire si fa sempre più ingestibile. La Guerra fredda continua a dominare lo scacchiere internazionale, col sempre più povero stato africano che recita un falso ruolo di potere come alleato degli Stati Uniti.

Quando un manipolo di studenti, reo d’aver protestato contro la disoccupazione giovanile e contro il governo filo-americano che affama il Paese, viene brutalmente crivellato dalle armi (per lo più d’importazione sovietica) della milizia governativa a poche miglia di distanza dalla casa di famiglia, il padre André-Joseph decide che ha visto abbastanza.

È proprio lui, ex difensore che grazie al calcio aveva toccato con mano gli agi offerti dalla vita europea militando in Belgio per qualche stagione, che convince il resto della famiglia a migrare nel Vecchio Continente, più precisamente a Savigny-le-Temple, comune de l’Ile-de-France non propriamente celebre per la qualità della vita, ma poco distante dalla capitale.

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Banlieue di Savigny, 1980

Qui il piccolo Claude s’integra, pur facilitato dal conoscere già la lingua, con qualche difficoltà; anche a causa della tendenza dei compagni africani a vivere in comunità  solidali ma troppo chiuse e ripiegate su se stesse:

“Facevamo fatica ad integrarci, un po’ per la scarsa propensione dei francesi all’aprirsi con noi, un po’ per il fatto che anche noi ci sentivamo più sicuri tra i nostri conterranei e quindi a nostra volta eravamo piuttosto chiusi verso i francesi”.

Come sempre succede, però, è il calcio che unisce persone e popoli provenienti da estrazioni e background culturali lontani. Calcio cui Claude gioca costantemente, anche se non in un club bensì per strada. Qui impara a giocare con lealtà e spirito di sacrificio, ed affina pure una buonissima tecnica di base; elemento del Makelele giocatore troppo spesso passato in secondo piano.

Ma la vita a Savigny non è facile per i profughi dello Zaire: Andrew-Joseph non trova un lavoro fisso, e più volte la famiglia è costretta a chiedere aiuto alla comunità e agli amici per sopravvivere. Quando la situazione diventa insostenibile, i Makelele si vedono costretti a spostarsi nuovamente. Questa volta si parte per Brest, città portuale affacciata sull’Atlantico nonché detentrice del record di “città sita più ad occidente di Francia”.

Claude Makelele al Nantes

Nella tranquillità della brezza offerta dall’Oceano, dove la comunità africana è meno numerosa e più integrata che nei mega-sobborghi parigini, Claude ha la possibilità di pagarsi e frequentare una scuola calcio. Tanto umile quanto timido, Makelele si mostra da subito deciso, tenace e soprattutto – piuttosto inspiegabilmente, guardando alla poca scolarizzazione avuta in precedenza – perfetto da un punto di vista tattico: non sbaglia un passaggio, ma soprattutto non è mai posizionato male in campo.

È piccolo (non arriva a 170cm.) rispetto a molti compagni, ma instancabile. È sempre in movimento ed è estremamente intelligente. Sia dentro che fuori dal campo, visto che i risultati scolastici tanto cari alla mamma sono più che soddisfacenti. È durante un torneo interregionale che viene notato da alcuni emissari del Nantes, che non esitano a portarlo nella académie del club.

Da una città di mare a un’altra, da una città bretone a un’altra. Neanche lo spartito calcistico cambia: sempre schierato nel mezzo, Makelele è una dinamo d’energia inesauribile che dà del tu al pallone e guida più con l’esempio che con la voce i compagni. Tanto da passare direttamente in prima squadra e diventarne appena 19enne una colonna portante. Rimarrà coi gialloverdi per 5 stagioni, risultando sempre in campo in occasione dell’incredibile cavalcata scudetto del 1994/95.article-1025436-018B096500000578-446_468x347Nella stessa stagione arriva pure il sofferto esordio con la Nazionale maggiore francese, di cui dopo qualche tentennamento accetta la chiamata a discapito di quella del neo-nato stato de la Repubblica del Congo.

“Sono stato sempre indeciso. Ogni scelta comporta una rinuncia, è vero. Ma è anche crudele scegliere tra il paese che t’ha dato i natali e di cui senti forte la cultura anche vivendone lontano, e il paese che t’ha accolto e di cui ti senti sempre e inevitabilmente più parte. State però sicuri che non ho scelto per il blasone o la visibilità internazionale. Ho scelto col cuore, anche se non rinnego le mie origini”.

Arriva dunque l’alba della stagione 1997/98: Claude ha 24 anni, ha partecipato con orgoglio alle Olimpiadi ed è una delle colonne dei maggiori club di Francia. Eppure, anche a livello nazionale è perennemente sottovalutato. A smuovere l’entusiasmo dell’opinione pubblica sono infatti altri i nomi: tutti parlano del 23enne talento del Bordeaux Zinedine Zidane, del funambolo doriano Karembue o dell’emergente duo del Monaco Fabien Barthez e Liliam Thuram. Nessuno, in pratica, dà credito a quel piccolo e determinato ragazzetto sottopeso che tiene mirabilmente unito il centrocampo.

celta-vigo-claude-makelele-97-mundicromo-sport-liga-98-99-football-trading-card-26814-pTanto che, dopo una non troppo folgorante stagione nel caos dell’Olympique Marsiglia di Fabrizio Ravanelli e Laurent Blanc, l’unica chiamata che arriva è dal Celta di Vigo, Spagna, squadra famosa per l’aver schierato nel 1998/99 una formazione titolare fatta di giocatori provenienti da 10 differenti nazioni (tra cui un estone ed un lettone).

Anche qui, il fulcro del gioco offensivo e soprattutto difensivo è sempre il Nostro, che guida a due ottimi piazzamenti una formazione obiettivamente quasi imbarazzante (in cui l’unico a svettare è Jordi Cruijff), e che infatti ad inizio millennio sprofonderà nell’anonimato delle minors spagnole.

Rapido flashforward: 18 luglio 2000, nello sgomento del calcio mondiale, Luis Figo passa dal Barcellona al Real Madrid per circa 100 miliardi delle vecchie lire. Sempre in quei giorni, il Real mette a segno un colpo molto meno ad effetto, ma che avrà ripercussioni non certamente minori nella storia prossima del club: per la bellezza di 4,5 miliardi di lire, il Real completa un centrocampo faraonico con l’innesto di Claude Makelele dalla modesta compagine del Celta de Vigo.makelele-1393658273Tra lo stupore di molti, quel ragazzo che se non fosse stato per un governo sanguinario forse starebbe studiando medicina a Kinshasa o in qualche rinomato college europeo, passa in un anno da un modesto club della regione del Pontevedra al club più blasonato e ambito del mondo. In realtà, viene visto come un acquisto di tamponamento: per i dirigenti Claude avrebbe dovuto far riposare in Coppa nazionale o per una decina di partite di campionato i mediani titolari Flávio Conceição e José Maria Guti.

In pratica, dal primo allenamento Claude si dimostra insostituibile in quello scacchiere tattico decisamente folle e troppo sbilanciato in avanti allestito da Perez: è lui, infatti, che (re)inventa il ruolo di filtro davanti alla difesa agendo da diga e – contestualmente – dando il là all’azione offensiva (nella maggior parte dei casi chiusa da un invenzione del Figo, Zidane o Ronaldo di turno).

In pratica, risorge a nuova vita e torna di moda in Europa il “mediano davanti alla difesa”, passato poi alla storia con l’espressione Makelele role. Ruolo che poi sarebbe ulteriormente evoluto negli anni e con diverse sfumature, grazie alle diverse interpretazioni degli Xabi Alonso, Mascherano, De Rossi o Toni Kroos.04283D2A0000044D-0-image-a-24_1444211359295

“Ho imparato il ruolo nel Real. Dopo l’1 a 0 decidevamo di chiudere tutto, io e i quattro che mi giocavano dietro. Quelli davanti avevano a quel punto il solo compito d’attaccare, attaccare e attaccare negli spazi che inevitabilmente si riaprivano. Al resto pensavamo noi.”

In quattro anni madrileni, Claude vince più o meno tutto quel che c’è da vincere, compresa una Champions e due Liga. Nel mezzo, la delusione per la mancata convocazione a Corea 2002 (già aveva mancato per poco la vittoria di Francia ’98) e qualche polemica per i cori razzisti che puntualmente gli piovono addosso in alcuni stadi di Spagna.

Poi, inspiegabilmente, il Real sceglie di rinunciare a lui. Nonostante la totale mobilitazione dello spogliatoio, che si schiera unilateralmente con lui. E nonostante avesse giocato da titolare tutta la stagione precedente e non avesse neanche 30 anni. Il più sbigottito per la decisione societaria è proprio il connazionale Zinedine Zidane, che commenta:

“Che senso ha riverniciare una Bentley, se hai venduto il motore?”

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La presentazione di Makelele al Chelsea

Nonostante si muova per lui pure il capitano Fernando Hierro, Florentino decide di non concedere il rinnovo con ritocco che Claude ritiene di meritare, cedendo per pochi euro le sue prestazioni al nascente Chelsea di Roman Abramovich. È probabile che quella scelta abbia contribuito ai modesti risultati madrileni degli anni pre-Cristiano Ronaldo, e che sarebbe poi costata la poltrona allo stesso presidente.

Perdendo Makelele, il Real smarrisce la sua diga difensiva e il suo silenzioso riferimento emotivo in campo. Nonostante quel che sostiene Florentino, che per l’ennesima volta dimostra di capirci più di finanza che di calcio:

“Non ci mancherà Makelele. Non ha talento per il gioco ed è lento nel recuperare e gestire la palla”.

Interpellato sulla polemica, Claude si limita a bollare il tutto con un politicamente corretto “c’est la vie”,  dando il là coi blues ad un soddisfacentissimo sodalizio e chiudendo senza troppi rimpianti la parentesi blancos. Inizia così per lui una seconda parte di carriera se possibile ancor più ricca di soddisfazioni della prima. Contro ogni previsione, il fisico magrolino e minuto di Claude riuscirà a resistere senza cadute per diverse stagioni di alto livello in Premier. È un punto di riferimento per club e tifosi, che ne esaltano le doti d’interdizione e dinamismo coniando un soprannome perfetto: The Octopus.BgvtQ0cCIAAya5TClaude gioca per altri 8 anni, di cui 5 nel Chelsea di Ranieri prima e di Mourinho poi. Rapporto, quello col tecnico di Setubal, di reciproco rispetto ma non privo di frizioni, tanto che l’addio di Makelele nel 2008 spinge quest’ultimo a rivelare alla stampa che “Mourinho ha distrutto tutto, mettendo ai margini gli elementi chiave di quel gruppo e trattando altri giocatori come stelle”.

Dichiarazioni taglienti e mirate, perfettamente normali per Claude, che è da sempre corretto e silenzioso, ma che non esita mai quando c’è da lanciare un segnale forte. Anche a quel tecnico che lo ha sempre incensato agli occhi del mondo, definendolo fondamentale per il suo gioco in entrambe le fasi. Perché, polemiche a parte, per il Chelsea di Mou il suo è un lavoro al solito oscuro, poco appariscente ma imprescindibile.

“Sono molto piccolo, quindi per vincere un tackle devo aspettare il momento giusto. Do per scontato che non segnerò quasi mai, quindi devo trovare il modo di divertirmi recuperando palla e poi cedendola quasi subito a Frankie o Michael (Ballack, ndr)”.

Gli ultimi tre anni segnano il ritorno a casa, nel Paris-Saint-Germain. Di cui diviene titolarissimo prima (oramai 36enne) e capitano poi. Infine il ritiro nel 2011, dopo il quale diviene assistente allenatore di Carlo Ancelotti. Dopo una sfortunata esperienza come capo allenatore al Bastia, si è legato al Monaco col ruolo di Direttore Tecnico.

Di poche parole e di rara intelligenza, sta ammodernando il club seguendo il modello strutturale del Chelsea di Mourinho, puntando notevolemente sul settore giovanile. Anche qui, ancora una volta, il suo lavoro avviene pricipalmente nell’ombra.

Come gli accadeva da calciatore, quando tutti avevano negli occhi le giocate di Figo, Zidane, Lampard o Drogba ma in pochi scrutavano nelle piccole pieghe della partita il lavoro sporco del profugo dello Zaire, Re degli intangibles e delle piccole cose. Tuttora segue un modello comportamentale di basso profilo e poca esposizione mediatica.

Makelele con la compagna.

Makelele con la compagna

Adorato dai compagni per quel suo modo di giocare votato al sacrificio e al nascondere le pecche o i limiti altrui più che ad esaltare i propri, adesso pare apprezzato nel suo ruolo dirigenziale per le medesime caratteristiche. Claude, instancabile dinamo capace di far innamorare gli appassionati con quel suo calcio lineare, più da analizzare e studiare come una scienza che da ammirare e riverire.

“La discrezione è l’equilibrio tra eleganza e rispetto”. (Anonimo)