«Peggio di un’incomprensione c’è solo un’incomprensione che forse non verrà mai chiarita.» (Marguerite Duras)

“Gioca facile”. Quante volte – se praticanti sport di squadra – vi è stato ripetuto questo mantra all’ossessione? È capitato a tutti sentirselo gracchiare dietro, almeno una volta, dal turbolento allenatore di categoria. Ecco, devono averlo ripetuto parecchie volte, forse troppe, pure a Riccardo Montolivo da Caravaggio, paese di 16.000 anime situato nel Bergamasco che ha dato i natali a Michelangelo Merisi.

Entriamo nello strano mondo ovattato del talentino lombardo, attualmente il giocatore più sbeffeggiato d’Italia. Tenendo ben in mente il basilare concetto del giocare facile.

Già, perché non sono bastate a 31 anni circa 400 gare da professionista, 60 partite in Nazionale, due fasce da Capitano (3 con quella dell’Under 21) e 30 gol a convincere una nazione –  oltreché i tifosi dei club – delle sue seppur eccelse qualità. Fischiato a Firenze e pure dalla Milano rossonera, Riccardo vivacchia da anni in un limbo, un’aurea mediocritas, giocando un calcio con tempi e ritmi tutti suoi, ritenuti lenti(?) per il calcio moderno. O per quella che è l’idea comune del calcio moderno.caa11f01e1742d036c0f6a706700c18a-177-kKYH-U1006157117300ZD-620x349@Gazzetta-Web_articoloL’impressione di alcuni è che non abbia personalità, di altri che il suo talento sia quasi un’invenzione – un bluff – ingigantito ad arte dai media. L’impressione generale è che tutti gli addetti ai lavori si siano presi un abbaglio, incantati dai piedi di quel ragazzo longilineo e rimandendo ciechi davanti a un palese deficit di personalità. Pure i tifosi, da sempre impazienti con lui, percepiscono le sue semplici giocate come inni alla banalità o perdite di tempo allo sviluppo del gioco, mentre quelle complesse come atti dovuti o incidenti di percorso.

Perché il tifoso medio non sopporta Riccardo Montolivo. Solo i pazzi, quelli innamorati delle cause perse, si schierano quasi per bastiancontrarietà col capitano del Milan. Ma anche loro stanno mollando, abbattuti giorno dopo giorno dal cliché del “eh, gioca perché il Mister non ha alternative in mezzo”.

Frase che potevate sentire al Franchi – che lo fischia un po’ troppo e dopo troppi anni per dimostrarsi indifferente al suo abbandono nel 2012 – all’inizio dell’era Della Valle e che sentirete mormorare due giorni al mese alla Scala del calcio. È soltanto scarso? Gioca per diritto divino? Forse la sua storia può aiutarci.

n_ac_milan_giocatori-6521828

Riccardo Montolivo con Gianpaolo Pazzini all’Atalanta

Riccardo Montolivo nasce a Caravaggio nel 1985; il padre Marcello, medico, conosce la signora Antje Dippel durante un soggiorno estivo al Kent College, in Inghilterra, dove entrambi si erano recati a perfezionare la lingua. La relazione estiva ben presto diventa seria, tanto che la signora di Kiel decide di sposare quel ragazzone milanese e di seguirlo nel Bergamasco, dove quest’ultimo aveva trovato lavoro.

La derivazione tedesca Riccardo non l’ha mai persa, tanto da avere il doppio passaporto, parlare un eccellente tedesco e raggiungere i nonni materni ogni estate, soggiornando per due mesi in Germania.

«Paradossalmente, giocavo più volentieri contro i ragazzi tedeschi: erano meno gioiosi e più spietati, ma l’approccio al gioco era meno esasperato. Ecco: lo vivevano come un gioco, non come fosse una guerra».

Estremamente intelligente, ma pure molto schivo ed introverso, Riccardo da subito si dimostra portato per quel gioco cui lo ha avvicinato il fratello maggiore Luca. Emotivo lo è sempre stato; si racconta che durante la visita della Nazionale all’ex campo di concentramento di Auschwitz, in occasione degli Europei del 2012, il più commosso e incredulo fosse proprio lui, che non la smetteva di domandare alla guida dettagli sulla vita dei prigionieri e degli aguzzini.

93q12edzRituffandoci nel passato, Riccardo ha solo 8 anni quando viene notato in un torneo estivo e portato tempestivamente nelle giovanili dell’Atalanta, dove viene inizialmente schierato in un ruolo insolito:

«Io ho iniziato libero, vecchia maniera. A 12-13 anni ho iniziato a fare il centrocampista. Dieci metri più avanti o dieci più indietro, non cambia nulla.»

Con la Dea giocherà ben 10 anni, esordendo 18enne in serie cadetta e contribuendo da subito alla promozione della squadra nella massima serie. Sotto Mandorlini, Riccardo scende in campo 42 volte, di cui 21 da titolare. Titolarità che manterrà pure nella prima stagione in serie A, 2004/05, quando segna 3 gol in 32 partite, imponendosi gradualmente all’attenzione come trequartista.

A neanche 20 anni, Montolivo pare un predestinato: è in grado di giocare a destra come a sinistra da interno di centrocampo, così come da regista basso o da trequartista – ruolo che ha sempre dichiarato di odiare -, ha un tiro secco e preciso, una propensione all’assist e una facilità di lancio notevoli. I piedi, insomma, ci sono. E pure il carattere: definito negli anni come il suo vero tallone d’Achille, inizialmente era apprezzato per la modestia e l’umiltà nell’apprendere da compagni e allenatore.mhiial4yIl ragazzo infatti ha una mente fina, tanto da ammettere che a 18 anni ha avuto la tentazione di mollare definitivamente il calcio per Economia e Commercio, data la passione per la matematica che è soppiantata soltanto da quelle per la musica di Robbie Williams e i film ad alto contenuto d’effetti speciali. Il primo contratto da professionista, però, gli ha cambiato i piani in corsa.

A casa, Montolivo, resterà poco: i Della Valle infatti scelgono di puntare sui giovani per rilanciare la Fiorentina appena riemersa sui grandi palcoscenici. Arrivano Gamberini, Frey e Manuel Pasqual, ma i veri colpi di Corvino – che placano una tifoseria orfana di Miccoli e Chiellini – sono Luca Toni e il Nostro, strappato alla Dea a suon di milioni (Corvino spese per entrambi circa 12 milioni di euro). La scelta si dimostrerà ottima, anche perché il tecnico Prandelli, da sempre sponsor numero 1 di Riccardo, lo adora.

Riccardo è un giocatore importante per qualsiasi allenatore grazie alla sua duttilità. È un punto di riferimento del centrocampo oltre ad essere un «leader silenzioso» dello spogliatoio”.

Il primo Montolivo in viola è un ottimo – e completo – centrocampista: i tifosi hanno poco da rimproverargli e le giocate di livello non mancano. Se c’è da trovare un pelo nell’uovo, questo è certamente il rischiare poco, sia in fase di costruzione che in fase offensiva.

Riccardo dà l’impressione di rallentare la manovra in fase di sviluppo e di non prendersi responsabilità negli ultimi 25 metri, nonostante i mezzi tecnici glielo possano permettere. La curva viola ben presto si rende conto dei limiti del giovane rampollo del calcio italiano. Che però non viene ostracizzato, semmai incitato e sostenuto.vjopsgepNella Fiorentina Montolivo viene proposto spesso come regista, anche se in fase offensiva il suo ruolo ideale sarebbe quello di mezzala, che gli permette di fornire assist, andare al tiro e liberare la lunga falcata. Però, a Firenze lo vedono lì, dove è troppo lento per giocare di prima o intuire il gioco prima degli avversari.

Inspiegabilmente, Riccardo chiede di giocare lì in mezzo, dove è vietato portare palla e provare la percussione centrale, tanto da opporsi all’acquisto – poi portato a termine – del regista Gaetano D’Agostino, considerato un suo alter-ego. Mentre precedentemente riesce a condividere spazio e tempi di gioco con un intelligentissimo regista d’antan come Fabio Liverani, agendo in una posizione che ne accresce le qualità, quella di interno sinistro in un centrocampo a 3.

Ma senza una chiara collocazione in campo, diviso fra equivoci tattici e continui cambiamenti, Riccardo ben presto si auto-esilia in un eremo di “potrei ma non voglio e vorrei ma non posso”. Atteggiamento subconscio che gli viene facilmente perdonato, vista la giovane età e la prematura ma meritata convocazione in Nazionale. Perché per tutti vige una parola d’ordine: aspettare. Dato che, in fin dei conti, Riccardo non è che giochi male. È che da uno come lui ci si aspetta che vada oltre il canonico 6 in pagella.

Con la Fiorentina tutto sommato fa la sua parte, diventando pure capitano nel 2010 dopo la partenza di Jorgensen e Dainelli verso altri lidi. Ormai Montolivo ha 25 anni, ha giocato 40 partite tra Nazionale, Champions ed Europa League, e sembra integrarsi benissimo con i compagni di reparto Behrami e Cristiano Zanetti; Montolivo è il collante fra i muscoli e l’agonismo dei sopracitati e lo spiccato talento di Jovetic e Adrian Mutu in attacco.

E invece, proprio qui cominciano i guai: complice un accordo sul rinnovo che non arriva mai e l’addio di Prandelli, gli ultimi due anni di Montolivo in viola sono costellati d’incomprensioni, giochi di forza con la dirigenza e un brusco incattivimento dei rapporti con i tifosi.

Gli rimproverano la troppa pacatezza – e paraculaggine – nei rapporti con la stampa e soprattutto l’incapacità di alzare il livello collettivo. In pratica, sembra essere un giocatore che si livella ai compagni: se giocano male, lui gioca peggio; se la squadra invece gira, il suo contributo risulta prezioso. Nel gergo cestistico lo si chiama “non sporcare il foglio”: senza infamia e senza lode.

Montolivo finisce nelle mire dei tifosi per quel calcio fin troppo semplice fatto di scolastici passaggi orizzontali, poco dinamismo e garra pressoché inesistente. Improvvisamente, dopo l’annuncio dell’addio a fine anno, il figlio coccolato che sembra non ricambiare l’affetto muta in Tontolivo, Dormovivo, Mortolivo e chi più ne ha più ne metta. In viola il suo talento lentamente si offusca, tantoché la sua giocata tipica diventa il “tiro basso a fil di palo, fuori”.

Neanche il matrimonio con la storica compagna Cristina De Pin riesce ad invertire un loop di negatività che ne anestetizza ulteriormente il gioco, calato in un contesto tecnico caotico sotto la guida di Sinisa Mihajlovic. Infine, ci si mettono pure le sue evitabilissime quanto spocchiose dichiarazioni di congedo:

«Me ne vado per vincere qualcosa. Non posso vedere Nocerino che gioca al Camp Nou mentre io sto qui».

Con Firenze, è guerra aperta. E la nuova situazione che lo aspetta non sembra particolarmente rosea, anzi: i tifosi rossoneri sono di palato fino e si dimostrano subito scettici verso l’acquisto (seppur a parametro zero) di quel Peter Pan perennemente a metà del valico tra il divenire un campione e stagnare nell’anonimato.

Nonostante un buon Europeo – decisivo il suo assist per il gol di Balotelli contro la Germania – Riccardo, fin da subito, non incide. Si muove in una comfort-zone di carezze al pallone ed espressioni indifferenti, appoggi prevedibili e tiri spesso telefonati. Trasmette una costante sensazione di incompiutezza.

MILAN, ITALY - NOVEMBER 25: Riccardo Montolivo of AC Milan during the Serie A match between AC Milan and Juventus FC at San Siro Stadium on November 25, 2012 in Milan, Italy. (Photo by Claudio Villa/Getty Images)

Anche se a Milano alza il tono delle dichiarazioni e si crea un immagine più aggressiva, Monto rimane un giocatore da compitino. Il fatto di essere il capitano del peggior Milan della storia recente certamente non lo aiuta. Anzi, lui ed Abate diventano i capri espiatori per tutti: emblemi di una dirigenza capace di non far altro che prendere in giro i tifosi. E nonostante una tecnica di base considerevole, che comunque lo rende l’unico milanista in grado di far girare la squadra, non riesce ad essere davvero decisivo dal giorno dell’approdo a Milanello.

Chi s’intende minimamente di calcio non si ferma al concetto della scarsa personalità, né dà la colpa alla presunta lentezza: colui che l’ha sostituito in viola, il Pek Pizarro, è infatti esemplificativo di come la lentezza di per sé non impedisca di impattare positivamente sulla manovra collettiva di una squadra. Non aiuta alla sua immagine il fatto di non essere un “personaggio”, né quel gioco a tratti lezioso, elegante, ma privo di carica agonistica ed efficacia. In una parola: inconsistente.

Infine, la mazzata finale: all’alba del Mondiale 2014, Riccardo s’infortuna gravemente saltando la manifestazione. Insomma, il Monto sprofonda insieme ad una squadra modesta ed assemblata in modo piuttosto casuale. Al solito, le critiche che gli piovono addosso sono esagerate: ci si scaglia contro di lui e si perdonano altri brocchi che affollano i campi di Milanello. Si deride il Monto e si celebrano giocatori che non fanno di meglio.w9kca20iQuindi? Montolivo probabilmente fa invidia e un po’ rabbia: gli s’invidia, non gli si celebra, l’indiscusso talento di base. Questo per quel gioco oltremodo lineare e quell’incapacità atavica di essere un trascinatore dentro e fuori dal campo. Montolivo fa arrabbiare, come fanno arrabbiare quei giocatori che sprecano il loro talento, con l’aggravante (paradossale) di esserci con la testa.

Estremizzando un po’, prendiamo in prestito il giocatore forse più sregolato di sempre, George Best: la gente ama il talento del Best giocatore, la personalità guascona del Best uomo, le giocate geniali e sopra le righe che compensano i lunghi momenti di inevitabile black-out. Ecco, il Montolivo extra-campo non accende e mai sorprenderà, anzi, e questo diventa un problema ulteriore se gli spunti creativi sul campo latitano a loro volta.

Banale fuori dal campo quanto dentro. Normale, eppure ritenuto per larghi tratti di carriera eccezionale. Per qualche mese ha dato segnali incoraggianti, quantomeno nell’impegno e nella continuità di rendimento in mezzo al campo, grazie anche ad un 4-4-2 che finalmente sembrava calzargli a pennello sotto la gestione Mihajlovic. 

Peccato che l’ostracismo dei supporter rossoneri prosegua pure sotto la gestione Montella, che, come Ventura, crede parecchio in lui. Nonostante l’ascesa della stellina Manuel Locatelli, Riccardo continua a giocare da capitano e leader del centrocampo con buona pace di tutti. Speriamo che col tempo il Monto sia capace di rispondere sul campo ai leoni da tastiera e a chi lo fischia preventivamente allo stadio.

«Tutto è ignoto: un enigma, un inesplicabile mistero. Dubbio, incertezza, sospensione di giudizio appaiono l’unico risultato della nostra più accurata indagine». (David Hume).