Blue moon, you saw me standing alone, without a dream in my heart, without a love of my own…

Mettete da parte il Manchester City moderno, quello degli emiri che hanno rivoluzionato per sempre il calciomercato e hanno contribuito a rendere il pallone un’industria finanziaria. Mettete da parte il modern football. Mettete da parte lo sceicco, il ciuffo di Roberto Mancini e i gol del Kun Agüero. Mettete da parte il vincente City di oggi, costruito su fondi d’investimento e giocatori che spesso sembrano figurine.

Prendete, invece, il Manchester City del passato: perdente, odiato, povero e reietto. Chiudete gli occhi e provate ad immaginare il quartiere più malfamato di una metropoli industriale. Immaginate una disoccupazione dilagante, ragazzini che spacciano droga, rapinano persone e non si fanno troppi problemi a sparare. A questo punto immaginate un grande stadio di calcio, uno di quelli da 40mila posti.

Avrete il Maine Road, la casa dei Citizens dal 1923 al 2003. 80 anni di onorato servizio. 1753 partite. Alzate gli occhi, vedrete un cielo più azzurro in una Manchester che di solito presenta una grigiastra coltre di fumo e nuvole. Già, il cielo è sempre più azzurro se parlate del City. Loro, gli eterni sconfitti, i vicini perdenti di uno United forte, bello e con la bacheca ricolma di trofei.

Il Maine Road in uno scatto aereo

Prendiamo la macchina del tempo e torniamo indietro agli anni ’60. Nel 1968, in particolare. Immagina di essere vestito come i giovani controcorrente dell’epoca: camicia colorata, eskimo verde militare e scarpe stringate. In quel periodo, per le strade di Manchester, poteva capitare d’incontrare anche George Best vestito come un sessantottino in versione glam, con le sue giacche sgargianti, le basette e un dolcevita color pastello, e magari bere qualcosa insieme a lui in uno dei suoi infiniti giri tra pub e bar.

Anche se probabilmente il crest di quell’azzurro scintillante, l’aria da eterni sconfitti, la voglia di riscatto e un odio mai sopito per i cugini avrebbero spinto, quasi come una calamita, a tifare per il City: perché c’è sempre qualcosa di tremendamente romantico nel supportare i più deboli.

Il Manchester City del 1968/69

Se all’Old Trafford era di casa il Dream Team allenato da Matt Busby, che sarebbe diventato Sir pochi mesi dopo, e guidato in campo dalla leggendaria Trinity Best-Charlton-Law, al Maine Road la squadra di Joe Mercer, uno Scouse cioè originario di Liverpool, stava sorprendendo tutti: alla fine del girone d’andata gli Sky Blues erano a soli 6 punti dai cugini. Se lo United aveva quei tre fenomeni lì davanti, il City faceva il possibile con il suo trio formato da Francis Lee al centro e Colin Bell e Mike Summerbee, che partecipò anche al film Fuga per la Vittoria, ai lati.

Nella seconda parte di stagione i Citizens recuperarono i punti di svantaggio arrivando all’ultimo match ad una sola lunghezza dallo United. Il merito di un percorso così fruttuoso era sicuramente dell’allenatore Joe Mercer: aveva preso in mano il City quando navigava nei bassifondi della Second Division e lo aveva riportato in prima divisione nel giro di due stagioni prima di iscrivere il proprio nome tra i grandi Skyblues di ogni tempo.

Già, Mercer, quell’inglesotto col sorriso sornione amato a Liverpool ma anche a Londra, sponda Arsenal, e a Manchester. Uno che conosceva l’Inghilterra come le proprie tasche e aveva lasciato un ottimo ricordo praticamente ovunque era andato. Al Maine Road, in particolare, aveva mostrato un calcio offensivo, fatto di rapidi scambi rasoterra col pallone, in un 4-3-3 che si era visto pochissime volte in un paese così legato alla propria cultura del Kick&Run. La versione british del nostro palla lunga e pedalare.

Colin Bell contro l’Arsenal in un Maine Road gremito

All’ultimo incontro del campionato lo United era impegnato in casa contro il Sunderland, ampiamente salvo, mentre il City faceva visita ad un Newcastle che stazionava da inizio stagione a centro classifica. L’incredibile vittoria dei Black Cats per 2-1 regalò il titolo al City, che riuscì a vincere per 4-3 con parecchie difficoltà. Cosa fu, quindi, a consegnare il titolo agli eterni sconfitti? Probabilmente la squadra di Busby era già focalizzata sulla finale di Coppa dei Campioni, che si sarebbe giocata due settimane dopo al Wembley Stadium di Londra, contro il Benfica del grande Eusebio.

Alla fine il City si pose sul trono d’Inghilterra, per la seconda volta nella propria storia, a distanza di trent’anni, e lo United su quello d’Europa. Per una volta erano rimasti contenti entrambi i Signori di Manchester, seduti ognuno nel proprio angolo di paradiso. Il City avrebbe vinto la FA Cup l’anno dopo e la Coppa delle Coppe nel 1970, portando così a termine un triennio vincente con Mercer in panchina.

Poi sarebbe arrivato l’ennesimo periodo buio fatto di sofferenze, sconfitte e retrocessioni a cui erano stati abituati i Citizens praticamente dalla notte dei tempi. Fino al 2003, l’anno in cui si illuminò per l’ultima volta il Maine Road; c’era una luce ancora più chiara e potente del solito: quella dei riflettori dello storico impianto di Manchester che aveva visto soffrire e gioire i propri calciatori. Cantare, disperarsi e festeggiare i propri tifosi e perfino esibirsi live gli Oasis dei fratelli Gallagher, storici supporter del City, negli anni Novanta dominati dal brit-pop.

1996: Oasis live al Maine Road

E allora, cos’ha di speciale il Maine Road?

Il Maine Road ha rappresentato la forza d’animo, la voglia di rivincita di un quartiere difficile e abbandonato, ad alto tasso di criminalità e disoccupazione. È stato l’unica valvola di sfogo, ogni maledetto sabato, per coloro che vivevano in anguste case di mattoni e in condizioni economiche precarie.

L’unico modo per fuggire, almeno per 90 minuti a settimana, dalla dura realtà quotidiana del Moss Side, il quartiere popolare magistralmente messo in note e cantato anche dalla suadente voce di Morrissey degli Smiths. Quello del “What do we get for our trouble and pain? Just rent a room in Whalley Range”.

Il quartiere, con la sua prolungata decadenza industriale, ha rappresentato la voglia di riscatto di coloro che sapevano di essere gli eterni secondi in città ma che non si sono arresi comunque: combattendo fino alla fine per vincere anche una sola volta il titolo, togliendolo all’odiato e ben più ricco United.

Adesso provate a girarvi, guardatevi attorno: c’è solo un enorme complesso abitativo e nulla più. Una speculazione edilizia da 474 appartamenti. È sparito il vecchio Maine Road, distrutto da persone senza rispetto per chi aveva scritto la storia: gente armata di ruspe e soprattutto priva di memoria. Ovviamente non ci sono più le porte dove segnavano i giocatori in maglia azzurra, non ci sono più i seggiolini dove si accomodavano i tifosi ogni sabato, né il tabellone. Non esiste più nulla, neanche una piccola testimonianza di quello che il Times definì come “One of English football’s legendary grounds“.

11 Maggio 2003, la chiusura del Maine Road

Nulla, tranne un amaro ricordo. Una rimozione sfrontata, nonostante le numerose proposte di recupero di parte della struttura per celebrare altre attività sportive come il rugby. In futuro esisteranno altri Joe Mercer o altri Francis Lee, ma non ci sarà più un altro Maine Road. Però esistono luoghi che vivono nel cuore di chi ci è stato, anche se non ci sono più materialmente, rendendo l’uomo più ricco di quanto possano fare oggi i petroldollari dell’emiro di turno.

Forse questo succede solo a Manchester, nel quartiere malfamato dove nacque il City. Lì dove il cielo è sempre più blu, come avrebbe apostrofato uno che di antieroi se ne intendeva. Perché, alla fine, rimane questa strana sensazione: forse il Manchester City lo apprezzavamo di più quando era piccolo, sfigato e perdente.

Cosa può esserci di meglio del Manchester United?” “Semplice, il Manchester City!” (Jimmy Grimble)