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In tempi recenti uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro del centravanti. Prendendo in prestito l’incipit del Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels, potremmo piegarlo senza troppe difficoltà alle nostre esigenze. Perché, come recita il celebre scritto, tutte le potenze della vecchia Europa si sono coalizzate in una caccia alle streghe: dal papa agli zar, fino ai radicali francesi e tedeschi.

La stessa ipotesi si potrebbe applicare oggi, molto più prosaicamente, al centravanti. O meglio, al vecchio numero 9 col fisico da corazziere. Perché soprattutto in palcoscenici internazionali come la Champions League è ormai caso rarissimo avvistare un centravanti puro, di quelli che hanno contribuito nei decenni a plasmare l’immaginario collettivo del numero 9 d’area di rigore. Quello “di lotta e di governo”, per rimanere in area politica comunista.

Eppure, fra attaccanti di manovra, esterni offensivi che si scambiano posizioni attaccando lo spazio, falsi nueve e fuoriclasse a cui la natura ha donato un talento fuori dalla norma, c’è ancora un piccolo spazio per uno di quei freak che sembra uscire da un calcio già sorpassato.

Laurent Depoitre con la maglia del Gent

È il caso di Laurent Depoitre. E della sua parabola fuori sincro in tempi di agonismo ultra-veloce legato al risultato immediato. Depoitre è infatti un centravanti, e a vederlo in campo ricorda un condensato degli anni ’90 pallonari aggiornato su criteri estetici odierni. Diverso fra uguali. Quando lo vidi in azione per la prima volta in Champions League pensai a una sorta di sbaglio, al tipico elemento della piccola squadra di provincia che si affaccia su un palcoscenico troppo grande e abbagliante. Mai sensazione fu più miope.

Perché il Gent e il suo bomber sono una realtà per certi aspetti unica. Che oggi è arrivata a giocarsi gli ottavi di finale di quella coppa pensata su misura per fenomeni, sponsor e proprietà multimiliardarie: tra la tecnica letale di Suárez, la completezza granitica di Lewandowski, l’atletismo ad alta intensità di Mandzukic e le sterzate in velocità di Benzema, sbuca un 27enne con l’aria da antieroe. Una sorta di bug di sistema.

Depoitre, come il ben più celebre e celebrato Jamie Vardy, è uno che per anni ha sgomitato nelle serie minori, in un eremo sospeso tra speranze semi-irrazionali e mediocrità come destino. Espressione diretta dell’estrema provincia dimenticata del calcio europeo. Da Tournai, piccolo agglomerato urbano adagiato al confine tra Hainaut e Brabante Vallone, a un’eterna quanto incostante trafila nei club di terza divisione. Senza mai lasciare il segno o mettere in mostra colpi e doti di altra categoria.

Poi, come successo a Vardy, Riganò o Zampagna, si materializza un salto impronosticabile. Si potrebbe azzardare un miracolo. Perché questo attaccante col 9 cucito sulle spalle, un granatiere di 192 centimetri che sfiora i 90 kili, si trova improvvisamente dall’essere scartato dal Mouscron in terza divisione a giocare titolare in Jupiler League II nelle fila dell’Oostende, avamposto portuale belga sulle sponde del Mare del Nord. Con un minimo comun denominatore che segnerà la sua carriera: ogni volta che cambia casacca, lo fa a parametro zero. Tratto distintivo del superfluo.

E pensare che nell’affannoso girovagare tra le realtà minori del calcio belga, Laurent era pure arrivato a una situazione paradossale: smettere o continuare? Perché a 22 anni, quando il treno per il grande calcio era passato dritto come un TGV che non fa fermate, il Nostro stava vivendo un’annata kafkiana. Sbarcato ad Aalst, in terza divisione, inizia col piede giusto mettendo a referto una buona annata con 8 gol in una manciata di presenze da subentrante. Fa valere il fisico e quella garra che tuttora lo contraddistingue.

Poi, il cambio di allenatore e una stagione da separato in casa. Passa addirittura un paio di mesi “spalmato” sul divano del suo appartamento: CouchSurfing in piena stagione. Ufficialmente per infortunio, in buona sostanza per divergenze con l’allenatore che lo considera tatticamente e tecnicamente un peso.

Supera i 90 kili, passa interi pomeriggi ad osservare le gesta dei calciatori della Jupiler Pro League davanti alla tv e la sua dieta prevede le immancabili pommes frites tipiche del Benelux. Insomma, siamo di fronte ad un operaio che convive tra sussidi, stress e lavoro part-time, più che ad un calciatore professionista. Ma la svolta è vicina.

Viene re-integrato in squadra, si allena duramente e riparte più motivato di prima. È in questo periodo di rinascita che attrae le attenzioni di vari club di Jupiler League II. È il bomber d’area che incorna con forza ogni cross, la punta centrale che si mette a disposizione della squadra e riesce a far giocare meglio chi gli gravita attorno, siano esse seconde punte o esterni d’attacco. È umile, selvaggio, spesso ruvido nei contrasti ma costantemente lucido e al servizio del collettivo. Qualità sensibilmente affinata negli anni.

La festa in città per il Gent campione

Dopo un anno e mezzo dove guadagna i galloni da titolare infilando 18 gol, arriva l’Oostende e lo fa suo senza problemi: zero euro di cartellino e un contratto biennale intorno ai 75mila euro annui. Sono cifre ridicole se proiettate sui palcoscenici internazionali dove oggi Depoitre si muove, ma sono il salto decisivo di una carriera anomala.

È il 2012/13, sul Mare del Nord Laurent si riscopre attaccante di categoria: l’Oostende è in seconda divisione ma, grazie all’apporto del Nostro, riesce a conquistare il primo posto e la promozione in Jupiler Pro League, la massima serie.

Il palcoscenico d’eccellenza di una nazione calcistica in fortissima ascesa. La fucina belga sta letteralmente invadendo l’Europa delle big con infornate di giovani prospetti che scatenano aste milioniarie: da De Bruyne a Mertens e Benteke passando per Hazard, Witsel e Vertonghen fino a Courtois, Nainggolan e Dembélé. Il modello-Belgio, dopo anni di cupo anonimato e crisi di un sistema, si sta progressivamente imponendo su vasta scala come industria fordiana di raffinati talenti.

Il Belgio ai Mondiali in Brasile

Ma Depoitre non risponde certo a questo identikit: non ha mai giocato in massima serie, non ha mai segnato più di 12 gol in una stagione e non ha il physique du rôle del calciatore moderno. L’espressione sofferente, l’allure da carpentiere navale e lo sguardo di chi ha calcato tutte le categorie conosciute senza sfiorare un club di alto livello, ne fanno un alieno del gioco. Un’attrazione circense relegata in piccole realtà. La trasposizione in carne e ossa di un personaggio degno di Riff Raff, caustica black-comedy proletaria a firma Ken Loach.

In massima serie mette in fila 28 presenze, condite da 5 gol e 6 assist: numeri normali, un bottino da quasi-anonimato. Ma il Gent ci vede lungo, spinto anche da una bassissima propensione al rischio: Depoitre, manco a dirlo, è in scadenza e così arriva la chiamata insperata.

È l’estate del 2014 e il club di Gand scommette sul Nostro. La stagione che è alle porte meriterebbe un racconto a sé perché si trasforma in una delle più folgoranti sorprese del calcio continentale: il Gent, da club di scarsa tradizione e blasone, domina la Jupiler League e vince il torneo per la prima volta nella sua storia ultracentenaria.

Buona parte del merito va ad un uomo senza fronzoli, un cinquantenne in carne che sembra un inno a una dieta ipercalorica a base di pommes, birra trappista e dragée, le celebri praline al cioccolato; è un allenatore sui generis, uno che ha ereditato una squadra finita sesta – a 23 punti dallo Standard Liegi campione – e in qualche mese l’ha scaraventata sul trono delle Fiandre rivoluzionando ambiente, parco giocatori e convinzioni tattiche. Arrivando perfino a mutuare schemi su palla inattiva direttamente dal basket, curando ogni dettaglio tattico in modo ossessivo.

Quell’uomo è controcorrente fin dal nome: Hein Vanhaezebrouck, detto Mister Stratego. È il burattinaio del miracolo Gent e dell’esplosione di Depoitre. Il Nostro, infatti, viene acquistato su indicazione del nuovo mister, che intuisce le potenzialità ancora inespresse del bomber di Tournai plasmando una squadra elastica che cambia tre moduli nel corso del campionato e addirittura all’interno di una partita, passando senza troppi affanni da un 3-4-3 a un 4-1-4-1 in fase di non possesso, fino all’idealtipico europeo del 4-2-3-1.

“Mister Stratego”: Hein Vanhaezebrouck

Un lavoro maniacale e profondissimo che porta in dote continuità di risultati, convinzione nei mezzi, entusiasmo e una massiccia dose di compattezza. Depoitre è il punto fermo, il terminale ultimo di una squadra spensierata e rodata che viaggia ad alta velocità concedendo pochissimo agli avversari, che difficilmente riescono a decrittare quella creatura tattica multiforme.

Un contesto disegnato a tavolino per esaltare le doti del colosso delle Fiandre che a 26 anni suonati muta in fenomeno cult: mette a referto 13 gol, è decisivo in molti scontri di alta classifica e soprattutto è un leader carismatico, un trascinatore dalle spalle larghe e dai quadricipiti possenti a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Inoltre si è completato tecnicamente, trovando reti che paiono esulare dalle sue caratteristiche: botte secche dal limite dell’area e una continua aggressione della profondità.

Senza tralasciare il vero bagaglio tecnico che porta in dote dai tempi della serie C: potenza, colpo di testa perentorio e una cattiveria agonistica feroce all’interno dei 16 metri, il suo habitat naturale. Quel recinto dove – statistiche alla mano – mette a segno oltre il 95% delle reti. Depoitre ha la faccia vissuta dell’outsider che ce l’ha fatta: il trionfo di volontà e umiltà su talento e sicurezze tecniche. Il manovale del gol ha ribaltato un finale scritto.

Ma non finisce qui. Perché nella stagione corrente il Gent si sta confermando come vera forza del campionato, dominando la classifica in uno scontro all’ultimo punto con il Bruges, con Depoitre in piena lotta per il titolo di capocannoniere a 12 gol. E seguito, pare, con pressanti attenzioni dal sorprendente Tottenham di Pochettino, con una valutazione intorno ai 10 milioni di euro.

A suggellare la stabilizzazione di una realtà lungimirante e avanguardistica, c’è l’impresa metafisica del passaggio del turno nel girone di Champions composto da Zenit, Lione e Valencia. Il ribaltamento di ogni pronostico. Ancora una volta. 10 punti totali, di cui 7 fra le mura della Ghelamco Arena, a testimonianza della magia calcistica che aleggia sul cielo della regione fiamminga e che pare destinata a persistere. Depoitre ha firmato il gol vittoria nella sfida decisiva contro lo Zenit di Villas-Boas.

Un colpo di testa da puro centravanti d’area: stacco potente sul primo palo, pure un po’ sgraziato nelle movenze delle gambe, ma semplicemente perfetto. Palla incrociata nell’angolo più lontano, esultanza con un mix di adrenalina e orgoglio, e biglietto per gli ottavi prenotato. Essenziale, esplosivo ed energico come un riff di Pete Townshend in My Generation.

Oggi il Gent ha parzialmente pagato dazio a quell’appuntamento fuori da ogni più visionaria immaginazione, perdendo l’andata casalinga degli ottavi per 2-3 contro il Wolfsburg di un incontenibile Draxler. Depoitre stavolta non ha inciso, riversando però in campo generosità in eccesso.

In attesa del ritorno il destino del Gent pare quasi deciso; anche se tutto è possibile finché là davanti – tra sponde e contrasti – svetterà minacciosa la silhouette di una star per caso. Quella dell’intruso col numero 9.