“Sono pentito di quello che ho fatto. Anche perché sono finito in carcere. E il carcere aiuta molto a capire i propri errori. Mi piacerebbe davvero se finisse l’omertà nel calcio, e che quello che è successo a me fosse un punto di svolta per tutti”. (C. Doni, 2014)

Quando ho comunicato alla redazione – in un raptus di puro masochismo – l’intenzione di prendermi cura della patata bollente Cristiano Doni (dopo Paolo Di Canio sembra tutto più facile), la prima cosa che ho pensato è stata: “Cristo, non avrebbe dovuto essere così difficile scrivere di Doni”. Già, perché Cristiano Doni, prima del Fattaccio, aveva tutto.cca20bd943ea55797676947f8af202dc-1287301939Una carriera ricca di successi e di guadagni, una rispettabilità accettata da tutti e l’idolatria di una città intera – Bergamo – che nel 2008 gli ha pure affidato le chiavi della città. Prima volta per un calciatore in attività. Insomma, Cristiano era un semi-Dio, un self-made man destinato alla gloria eterna. In parole povere: in altre circostanze in redazione avremmo fatto a gara per poter scrivere di una delle ultime bandiere italiane del calcio contemporaneo.

Di uno che è stato idolo di tre diverse generazioni di tifosi atalantini, e che era talmente identificato dalla e nella tifoseria bergamasca che per alcuni ultras è tuttora un’icona. Perché chi ama veramente, in fin dei conti, alla fine perdona. Perdona ogni errore, anche se reiterato e francamente ingiustificato. Ma d’altra parte c’è chi lo considera un reietto o più semplicemente il Giuda di Bergamo.

Doni nasce a Roma nel 1973 da genitori genovesi. Ad appena 3 anni d’età si sposta seguendo il padre a Verona, dove rimane per circa 12 anni. Nel 1988 arriva la chiamata del Modena, che lo aggrega alle giovanili: a 15 anni, Cristiano è quello che si chiama un predestinato: è alto quasi un metro e novanta, veloce coi piedi e dà del tu al pallone in modo naturale. In pratica, nel 1992 è fisicamente e mentalmente pronto per il salto tra i professionisti.36830_heroaSpinto dal suo mentore e coach delle giovanili Sergio Buso, Doni opta per giocare in prestito due stagioni tra Romagna e Toscana, rispettivamente al Rimini (C2) e alla Pistoiese (C1). In entrambi i casi, Doni s’impone come titolare inamovibile, mettendo in evidenza una delle maggiori qualità: quella di essere un centrocampista offensivo col vizio del gol. Non ha ancora il giusto dinamismo per giocare da trequartista, anche se viene costantemente schierato lì.

Sarà anche per questo motivo che, nonostante le ottime prestazioni, nell’estate del 1994 nessuna squadra di A punti con decisione su di lui ad eccezione dell’ambizioso Bologna di Lele Oriali, sprofondato all’epoca nell’eremo della serie C. Anche qui, Doni diventa titolare insostituibile sotto Renzo Ulivieri, col quale non lega mai veramente e che lo schiera spesso come punta centrale. Le due promozioni in due anni significano serie A. Siamo nel 1996, Doni non è più un giovane ingenuo: è pronto per il grande calcio.

Ma il suo sogno viene interrotto quasi subito: Ulivieri non lo ritiene idoneo al nuovo livello tecnico, e decide di cederlo. È Corioni che ci vede ancora lungo, mettendolo al centro del progetto Brescia. Ancora una volta, si parla di serie B. Ancora una volta, Doni è costretto dalla sorte a fare le cose con calma. Nonostante la voglia d’emergere sia tanta, viene ancora visto come un ottimo giocatore per la serie Cadetta, difficile da collocare in una serie A ricca di talenti e abbonata al rigido 4-4-2 che non gli è troppo congeniale. Dirà qualche anno più tardi:

“Meno male scelsi Brescia: non ero pronto per la Serie A. Dal punto di vista fisico, soprattutto. Poi, caratterialmente sono uno che deve credere molto in se stesso, devo essere convinto di quello che faccio, devo sentire la fiducia dell’ambiente, altrimenti non riesco a dare il meglio. Credo che si tratti di un processo naturale: ci sono giocatori che irrompono subito, altri come me, che hanno un processo di crescita più lento”.

Col Brescia gioca due stagioni, esordendo in finalmente in serie A durante la seconda (31 Agosto 1997, sconfitta per 2 a 1). La seconda stagione è particolarmente nefasta: Doni perde i galloni da titolare a seguito di un pesante infortunio e la squadra è troppo acerba per la massima serie, tantoché retrocede in B a fine anno. Il tanto agognato crack sembra non arrivare mai: a 25 anni, Doni pare oramai rassegnato a una carriera soddisfacente ma mediocre, tantoché accetta di passare alla meno ambiziosa Atalanta.

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È proprio coi nerazzurri che nel 1998 arriva la svolta: il nuovo allenatore Vavassori lo schiera esterno nel suo 4-4-2, anziché nel mezzo. Giocando così, libero di spaziare attorno più che dietro agli attaccanti, Doni ricambia la fiducia con 8 reti e – nonostante cominci ad avere davvero mercato anche in A – rifiuta il trasferimento nella speranza di venir promosso con l’Atalanta. Il che puntualmente avviene nella seconda stagione, quando Doni esplode segnando 14 reti in circa 30 partite. Finalmente, Cristiano si guadagna una seconda chance nella massima serie.

A 27 anni la sua carriera decolla definitivamente. L’Atalanta zeppa di giovani talenti sembra funzionare e Doni ripaga la fiducia del tecnico con 27 partite di qualità come titolare, segnando pure 7 reti. Nel mezzo, qualche infortunio di troppo e soprattutto una prima, spiacevole macchia: viene accusato d’aver truccato la partita di Coppa Italia Atalanta-Pistoiese. Doni e compagni (oltre a lui erano presenti alla cena della combine l’attuale allenatore della Juventus Allegri, oltre a Siviglia e Zauri) vengono puntualmente assolti, anche se colpevoli:

“Oggi lo posso ammettere: truccammo quella partita. L’accordo naque per caso durante una cena con gli avversari”. (C. Doni a La Repubblica, 2012)

Uscito pulito dall’incresciosa indagine, Doni continua nella sua ascesa e nel 2001/02 segna le bellezza di 14 reti in poco più di 30 partite, diventando ambitissimo sia nelle aste del Fantacalcio che nei maggiori club italiani. Arriva pure la chiamata della Nazionale, che pure lo aveva sempre snobbato quando era giovane:

“Sino a poche settimane fa non sognavo neanche la Nazionale. Non mi aveva mai cercato neanche l’Under 21! Uno che ha giocato in C2, C1 e B a certe cose non pensa. Poi improvvisamente sono arrivate prestazioni d’altissimo livello, la convocazione, l’esordio con gol… ma andare ai Mondiali mi pare tuttora impossibile”.

Italy's Cristiano Doni (r) argues his point to Ecuador's Augusto Poroso (l)All’alba dei Mondiali coreani, Doni è un giocatore fatto e finito: ha 29 anni, la capacità d’interpretare ad ottimo livello qualsiasi ruolo dal centrocampo in su, è un leader carismatico tanto nell’Atalanta di Comandini, Natali e degli Zenoni quanto nella Nazionale di Trapattoni. Vede benissimo la porta e il suo dinamismo lo rende perfetto per il calcio moderno in cui le due fasi si fondono, anche se quella difensiva non sarà mai all’altezza di quella offensiva.

È il giocatore ideale per integrarsi tanto coi Gattuso quanto coi Totti o Del Piero di questo mondo. In tre parole: Doni ha tutto. Al rientro, dopo la drammatica eliminazione pilotata da Byron Moreno, Doni subisce qualche infortunio ma gioca comunque su ottimi livelli. Nonostante i suoi sforzi, però, la Dea perde lo spareggio salvezza contro la Reggina e retrocede. Arriva dunque la chiamata della Sampdoria. Dopo qualche tentennamento di troppo, Cristiano risponde presente:

“È come se lasciassi la mia famiglia per la seconda volta. Cosa mi spaventa? Ho paura di perdere la tranquillità, di subire pressioni e cambiare vita. Però, se perdessi questo treno sarei un folle”.

Non saranno anni fortunati i due genovesi e quello di Maiorca (dove andò a giocare a fine contratto). Gli infortuni sembrano non finire mai e l’atletismo non è più quello dei vecchi tempi. A 33 anni, la carriera di Doni sembra naufragare verso lidi poco gloriosi o ambiti. Contro ogni previsione, però, arriva la chiamata del suo unico, vero grande amore: l’Atalanta. Che milita ancora in Serie A.2Stupendo un po’ tutti, Doni risorge come un’araba fenice: schierato spesso dietro a Zampagna o Ventola, Doni nel triennio 2006-2009 va sempre in doppia cifra di reti (spesso sfiorandola pure negli assist), dimostrandosi un fondamentale trascinatore per i compagni nonché un idolo per i tifosi ed un esempio per i colleghi; tantoché per i Mondiali del 2006 non sono in pochi gli addetti ai lavori a chiedere una sua convocazione.

Poteva essere una storia stupenda con un finale tanto romantico quanto sorprendente e, invece, nel 2011 il mondo di Cristiano Doni collassa. Lui, che esultava con la mano sotto al mento, mimando il gesto “a testa alta” anche in riferimento al sopracitato caso di combìne – in realtà il gesto è ricollegabile alla gioventù, quando lo mimava spesso all’amico Gianni Comandini ed ha il significato di “mi rimangio l’offesa che vi ho fatto”- nel 2011 ci ricasca, diventando protagonista dell’ennesimo affaire all’italiana.

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Per Doni inizia una via crucis giudiziaria che sembra tuttora non avere fine. Su Cristiano pesano due squalifiche: una di 3 anni e mezzo del 2011, alla quale s’è aggiunta una seconda nel 2012 di 2 anni e sempre inerente all’indagine della procura di Cremona sullo scandalo calcioscommesse. L’accusa ufficiale è sempre la stessa: l’aver combinato delle partite allo scopo di intervenire sui risultati dell’Atalanta. Che secondo Doni è sempre stata all’oscuro.

Anche se al processo un imputato dirà più volte che “quando parlo di Doni è come se parlassi dell’Atalanta, nel senso che questi agiva per conto della società”. E sono in molti a non riuscire a spiegarsi come mai Doni, anche dopo la confessione, continuasse a percepire lo stipendio (27.000 euro al mese) dall’Atalanta, accusata di essere mandante o quantomeno complice.

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Dopo l’arresto, si sono poi scatenati gli avvoltoi: secondo alcune fonti Doni avrebbe tanto volontariamente quanto indirettamente contribuito pure alla retrocessione della squadra, in modo da agevolare l’acquisto della stessa da parte dell’amico Percassi. Riguardo a queste voci Doni da sempre rigetta con sdegno ogni accusa, ammettendo per le altre questioni le proprie colpe. Farebbe anche pena, se così spesso non parlasse di errori in “buonafede”, quasi che il troppo amore per l’Atalanta lo avesse accecato o peggio lo giustifichi.

Emblematico è il suo commento sulla combìne con Ascoli e Piacenza: “La settimana prima dell’Ascoli e alla vigilia mi dissero che la gara era truccata. Io dissi ok, bene, volevo andare in A, era perfetto. Poi invece in campo mi accorsi che non era vero e infatti pareggiammo. La settimana dopo c’era il Piacenza, e mi dissero nuovamente che la partita era truccata.

Io non ci credevo, poi invece in campo mi accorsi che era vero. Tantoché Cassano al momento di calciare il rigore mi disse dove tirare. Io per la maglia dell’Atalanta ho dato il sangue. E anche gli errori che ho commesso li ho commessi perché volevo riportare l’Atalanta in A. Per me era un’ossessione. Avrei fatto qualsiasi cosa. Anzi, ho fatto qualsiasi cosa. Ho tradito lo sport”.

Lasciando i giudizi etici o morali, ci limitiamo a raccontare come Doni nel 2011 chiuda la sua carriera da calciatore con un totale di 532 presenze e 140 gol tra i professionisti. Attualmente vive a Palma di Maiorca, dove ha aperto il Chiringuo Palma Nova, un chiringuito, il tipico beach bar alla spagnola. Ogni tanto tiene – tra le polemiche – delle lezioni ai bambini della scuola calcio Academy 27 a Orio al Serio, proprio a due passi da Bergamo.15866151-kgRF-U430101273397675UUE-1224x916@Corriere-Web-Bergamo-593x443In città raccontano di come non si senta più parlare di lui, il Dio che s’è trasformato in Satana. Quasi si parlasse di Lord Voldemort, il colui-che-non-dev’essere-nominato per antonomasia. Qualcuno evita di farlo per non riaprire una ferita che fatica a rimarginarsi; altri silenziosamente lo hanno perdonato o credono romanticamente ai suoi errori “in buonafede”, non capendo che chi tradisce lo sport tradisce anche l’Atalanta. E non solo viceversa.

Oggi a difendere Doni sono rimasti solo quei numeri stratosferici: 112 gol in 323 presenze ufficiali con la casacca nerazzurra ne fanno il miglior marcatore in serie A della storia del club orobico. Chissà, forse un giorno rancore e rabbia scemeranno una volta per tutte e l’ex capitano potrà tornare nella sua Bergamo per chiedere davvero scusa. Guardando negli occhi uno a uno tutto il popolo che ha tradito.

Quantomeno, troverà il tempo per rispondere alla domanda che tutti si fanno: Perché, Cristiano? Perché? E la speranza di tutti è che non si nasconda dietro all’amore per la maglia. Tutti sbagliano, e quasi tutti abbiamo diritto ad una seconda occasione. Ma nessuno vuol continuare ad essere parte di una maldestra recita.

Retorica a parte, il problema che solleva la storia di Doni è anche un altro ed è lui stesso che recentemente lo ha posto:

“Da noi c’è l’abitudine di non infierire sull’avversario, di non mandare in B un collega in pericolo se non c’è un motivo di classifica, di mettersi d’accordo. In Spagna ad esempio non è così. Da noi invece capita che in campo ti chiedano il risultato, è capitato anche a me sia di chiedere sia di avere avuto richieste. E su queste abitudini da quando hanno legalizzato le scommesse “campano” tutti, e il problema assume altre proporzioni. Ma il punto di partenza è un difetto culturale: non è forse mai successo che un giocatore è stato inseguito negli spogliatoi dagli avversari dopo un risultato “inatteso”?”.