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“Tutti i dominii che hanno avuto, e hanno imperio sopra gli uomini, sono stati e sono o Repubbliche o Principati.” (Il Principe, incipit)

Chissà se José Mourinho, in quella che dovrebbe essere stata una notte insonne, non abbia provato ad annebbiare la delusione e covare rivalsa, sfogliando un libello vecchio di settecento anni, dal quale prendere spunto per forgiare la propria creatura, destinata a lanciarsi alla conquista dell’Europa.

11 marzo 2009. L’Inter ha appena salutato, per l’ennesima volta, la Champions League. Al Teatro dei Sogni di Manchester sono riaffiorati vecchi incubi e mal celate inadeguatezze, smascherate dalle inzuccate di Vidic e Cristiano Ronaldo. Neanche il mago di Setubal è riuscito dove il suo predecessore, Roberto Mancini, aveva fallito pagandone le conseguenze. Stesso turno, stesso avversario, analogo risultato.

Il suo generale in capo (e in campo), il condottiero designato, leone ruggente e indomabile in campionato, non è riuscito a sconfiggere il fato. Quel destino che, con puntuale sadismo, trasforma il più temuto dei felini in agnellino impaurito, proprio nell’ora della caccia. Zlatan Ibrahimovic ha fallito di nuovo. Stavolta è stata la traversa, la sfortuna; altre volte la sua stessa natura, la propria virtù, resasi irreperibile nel momento del bisogno, incapace di controbattere ai disegni della sorte.

milito2Chissà, dicevamo, se José Mourinho non abbia trovato conforto e soluzioni nelle parole di un Segretario fiorentino rinascimentale, che per provare a risalire la china in tempo di crisi, personale ma soprattutto politico-sociale, non vedeva altra soluzione che affidare il potere ad un uomo virtuoso il cui fine ultimo fosse la stabilità e la serenità dello Stato.

Un uomo valoroso, in grado di battersi testa a testa con la fortuna e di mallearla e sconfiggerla con la forza, l’intelligenza e l’astuzia. Un uomo nuovo che non fosse però un’inutile idealizzazione della perfezione ma un condottiero in carne ed ossa, ancorato alla realtà fattuale e alle necessità cogenti, le cui azioni andassero di pari passo con le intenzioni. Un uomo nobile, d’animo e di intenti, soprattutto. Un principe. Il Principe.

Quando Niccolò Machiavelli concluse il suo innovativo trattato nel 1313, riteneva, anche per una questione di comodo, che tale incombenza nonché onore spettasse alla famiglia fiorentina dei Medici. Josè Mourinho, che a questo punto ci piace immaginare totalmente immerso in quelle pagine, non deve aver lavorato molto con la fantasia. Se è un principe ciò che serve, non resta altro da fare che trovarne uno, deve aver pensato.

La strada ormai era tracciata. L’identikit inconfutabile, senza bisogno di scomodare Gil Grissom e la sua équipe scientifica. Il principe non poteva che avere la faccia triste e malinconica di quel tanghero che si era appena ripreso il suo regno, dopo alcuni anni in esilio, riportandolo ai fasti di un passato indimenticabile ma offuscato da tempi di carestia e umiliazioni. Il principe non poteva che essere uno ed uno solo. Diego Milito. La provvidenza fatta giocatore. Il resto è storia.

El Principe

“Nissuna cosa fa tanto stimare un Principe, quanto fanno le grandi imprese, e il dare di sè esempi rari. Se considererete le azioni sue, le troverete tutte grandissime, e qualcuna straordinaria.” (Il Principe, Cap. XXI)

Nella primavera del 2009, Diego Milito si avviava a passo spedito verso i trent’anni e sembrava finalmente aver trovato la sua dimensione in una città e in uno stadio che lo aveva già osannato quattro anni prima in Serie B, in un campionato vinto sul campo ma conclusosi con una retrocessione decisa a tavolino.

Umiliazione pesantissima per una tifoseria tra le più calde d’Italia che credeva finalmente di vedere la luce dopo anni di buio profondo e che invece deve assistere inerme ad un finale spiazzante e pietoso. Milito e Genova si erano lasciati così, con l’amaro in bocca. Come due innamorati a cui il fato ha negato la possibilità di coltivare un amore mai celato.

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Dopo tre anni in Spagna, a Saragozza, i loro sguardi si incrociarono di nuovo, e come se nulla fosse successo nel frattempo, Diego e il Genoa sembravano finalmente pronti per stare insieme. Per sempre. Il Principe del Bernal stava trascinando i rossoblu di Gasperini. Gol, assist, sudore. L’elisir perfetto per diventare l’idolo indiscusso di Marassi, se mai ce ne fosse stato ancora bisogno.

Come se non bastasse il Nostro rifila quattro gol alla Samp, uno decisivo all’andata, tre nella gara di ritorno, primo ed unico a portarsi a casa il pallone in un derby della Lanterna. In pratica, la quintessenza dell’apoteosi.

Milito e il Genoa sembrano un’entità unica, capace di autoalimentarsi in una catarsi mistica e collettiva. Impossibile che possano dividersi di nuovo. “Se considererete le azioni sue, le troverete tutte grandissime, e qualcuna straordinaria” sembra una frase scritta apposta per descrivere la stagione superba di Milito, che dal giorno dell’esordio non smette di regalare magie ma soprattutto emozioni.

Nella prima gara del suo nuovo corso genoano, in uno stadio in preda all’estasi per il ritorno del condottiero più amato, si sbarazza del Milan di Ancelotti, Pato e Maldini grazie a due giocate di alta scuola, che mettono in mostra doti innate di altruismo, lungimiranza e malizia.

Il gol del vantaggio firmato da Sculli viene apparecchiato da una sponda di petto, in torsione, del numero 22, capace di delineare uno scenario invisibile ai più. Un’opera d’avanguardia, che per grazia e visione d’insieme può essere accostata ad un concept album di Fabrizio De Andrè, tanto per non allontanarsi troppo dalle sponde del Mar Ligure.

Il raddoppio è invece tutta opera sua. Riceve un pallone sulla sinistra dell’area di rigore; davanti a sé ha le quaranta primavere di Paolo Maldini, più che un avversario, la perfezione fatta difensore. Al solo pensiero di poterlo sfidare a duello dovresti avere a portata di mano il numero di un buon analista, perché già sai che la tua autostima ne uscirà ridimensionata.

Ma un principe non teme rivali, conscio del proprio valore. Dà un’occhiata al centro poi al momento opportuno, tutto d’un tratto, nasconde il pallone con l’interno del piede. Paolino, la leggenda, abbocca. Rigore. 2-0. Bentornato Diego.

Saranno 24 i gol al termine della stagione, uno in meno di Ibrahimovic, capocannoniere. Il Genoa sfiora la qualificazione in Champions, agguantando comunque un posto in Europa vent’anni dopo l’ultima volta, quando l’Italia era ancora nella Prima Repubblica e Berlusconi solo un imprenditore di successo.

L’Inter di Mourinho vince in surplace il quarto tricolore consecutivo con il tecnico portoghese che si invaghisce delle “imprese straordinarie” di quel centravanti argentino autore di una carriera fin lì di secondo piano, nonostante numeri individuali di tutto rispetto. Diego Alberto Milito a fine anno fa armi e bagagli destinazione Milano.

Virtù e Fortuna

Molti hanno avuto e hanno opinione, che le cose del mondo siano in modo governate dalla fortuna, e da Dio, che gli uomini con la prudenza loro non possino correggerle, anzi non vi abbino rimedio alcuno. Nondimanco, perché il nostro libero arbitrio non sia spento, giudico potere esser vero, che la fortuna sia arbitra della metà delle azioni nostre, ma che ancora ella ne lasci governare l’altra metà, o poco meno, a noi.” (Cap. XXV)

Come può un giocatore di trent’anni, alla prima vera occasione importante e significativa, caricarsi sulle spalle una squadra assetata di vittoria ma con evidenti complessi (in ambito europeo)? Come può un quasi sconosciuto raccogliere l’eredità del calciatore più carismatico e decisivo (in ambito nazionale) degli ultimi anni? Come può riuscire, lì dove anche le doti straordinarie dello svedesone nulla hanno potuto?

Parliamo ovviamente del Milito calciatore, anche se a dirla tutta anche l’uomo Milito non è che possa stuzzicare chissà quanto la fantasia dei tifosi interisti, che consolidato il dominio nazionale vorrebbero poter coltivare sogni di conquiste oltreconfine. È il classico anti-divo. Professionista esemplare, tutto casa, famiglia e pallone. Una volta gli chiesero cosa gli mancasse di più dell’Argentina. La risposta fu un laconico ed imbarazzante: “I centri commerciali“.

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Diciamo che il Principe di machiavelliana memoria va un po’ a farsi benedire, con queste premesse. In realtà è ancora l’autore fiorentino a fornirci gli strumenti per comprendere come la scelta di affidarsi all’Al Pacino Albiceleste non potesse che essere oltre che plausibile, addirittura la più indicata.

Per riuscire a governare gli eventi serve infatti un compendio di forza, intelligenza, astuzia e mistificazione. Diego Milito è tutte queste cose. Per anni in molti pensavano che potesse essere solo un bomber di periferia. Non aveva mai nascosto le sue abilità, ma evidentemente non sembravano adeguate ai grandi palcoscenici.

Eppure, dai gol promozione con la maglia del Genoa (21), al triennio in Aragona, dove rifila un poker al Real Madrid in Coppa del Re e sfiora il titolo di Pichichi finendo dietro al solo Van Nilstelrooy, fino al ritorno in rossoblu, non era mai venuto meno al proprio dovere.

Uomo virtuoso, con un’intelligenza calcistica sopraffina. La tecnica di un fantasista unita alla malizia e alla lucidità dei grandi bomber. Un po’ Francescoli, dal quale prende in prestito il soprannome data una somiglianza da prova del dna, e un po’ Crespo, l’ultimo esemplare di una stirpe gloriosa, quella dei punteri argentini.

A trent’anni Milito sembra un imbucato nella festa del grande calcio. Uno a cui è stato mandato l’invito più per cortesia che per convinzione, con lo stesso entusiasmo con cui la banca ti augura buon Natale. Ma el Principe decide di mettersi l’abito buono lo stesso e, tra la sorpresa generale, si rivela l’animatore indiscusso della serata. Il padrone del jukebox, che da quell’istante comincerà a suonare un tango lungo una stagione e dal quale è impossibile non farsi trasportare. Troppo affascinante, ipnotico, estasiante.

Se ne andrà solo quando l’ebrezza collettiva sarà ormai sfumata, lasciando il posto all’hangover tipico del giorno dopo. Milito sa che la fortuna è femmina e anziché “batterla ed urtarla“, come suggeriva Machiavelli, decide di accompagnarla in un tango sensuale. Dal derby di settembre vinto 4-0 alla notte di Madrid, passando per Kiev, Londra, Siena, Roma e Barcellona, sarà lui a comandare il ballo, con quel ritmo sincopato a scandirne le giocate.

Milito danza per un anno intero, è semplicemente perfetto. L’immaginario musicalizador sembra non stancarsi e prolunga la milonga, abbagliato dalla grazia del primo ballerino, per vedere forse fino a che punto può spingersi l’esibizione. Mourinho intanto lo aveva circondato di servitori abili e leali, che sacrificassero l’interesse personale alla causa comune. È il primo passo per costruire un regno solido e duraturo. Il Principe, riconoscente, li ripagherà con la gloria.

“Chi disse: “Preferisco avere fortuna che talento” percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo. A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po’ di fortuna va oltre e allora si vince. Oppure no e allora si perde.”

Nel celebre incipit di Match Point di Woody Allen, l’essenza dello sport, e di rimando dell’esistenza in generale, viene ricondotta al classico colpo di culo. In realtà, Machiavelli docet, ognuno può incidere almeno in parte con le proprie azioni sulle intenzioni del fato. La dimostrazione di ciò si manifesta nel gelo di Kiev, il vero punto di svolta dell’intera stagione interista.

milito4Dopo la delusione della stagione precedente, quando appellarsi alla sfortuna poteva, tutto sommato, fornire un alibi plausibile, gli uomini del generale Mou all’85° sono sotto di un gol. Shevchenko si stava confermando la bestia nera dei bei tempi milanisti e i nerazzurri sono con il classico piede nella fossa. Come se non bastasse, divorano l’impossibile. Ancora una maledetta sfortuna, per dirla con Vasco Rossi.

Più che alla luna, però, è il caso di appellarsi a Milito, che prontamente trova il pari. Ancora non basta, ma la perseveranza è una virtù che evidentemente riesce a piegare il destino. Ancora Diego, all’ultimo respiro si avventa su una ribattuta defilata del portiere, favorendo il tap-in di Sneijder. Ma d’altra parte che quello che serviva fosse un principe ormai lo avevano capito tutti.

Il Principato Nuovo

Il 2010 di Milito è semplicemente sbalorditivo. Conclude segnando 22 gol in campionato, decidendo l’ultima gara a Siena quando gli eventi sembravano voler giocare un brutto scherzo. Controllo perfetto dopo una percussione di Zanetti, i passi accorciati per trovare il tempo giusto e piazzare il pallone d’esterno, all’angolino, regalando l’ennesimo tricolore al suo popolo.

Il gol alla Roma che segna la conquista della Coppa Italia ha invece tutti i crismi del gol “alla Milito“, preludio minimalista a quello che potremo ammirare a Madrid. L’uomo della provvidenza viene lanciato in contropiede, il pallone lo accompagna nella sua andatura irregolare e sincopata. Al momento opportuno elude il ritorno di Perrotta, aggiustandosi la sfera sul destro e insaccando con un diagonale potente e preciso.

Ed eccoci al gran ballo di fine anno, sulla pista leggendaria del Bernabéu di Madrid, traguardo raggiunto anche grazie al contributo fondamentale del Principe, che segna in tutte le gare di andata contro Chelsea, Cska e Barça. All’appuntamento più importante della carriera, Diego non ha alcuna intenzione di sfigurare.

E come una trasposizione calcistica di Miguel Angel Zotto, continua con la sua danza ad ammaliare tutti in una performance semplicemente perfetta. Doppietta, Coppa e Triplete in un sol colpo. Il Principe ha finalmente conquistato il suo regno, sfidando e battendo il fato con la sola forza delle proprie abilità, non ha mai desistito, non ha mai ceduto il passo e al momento propizio ha saputo guidare i suoi verso la gloria.

Milito, adesso, è passato da essere un esiliato di lusso a miglior giocatore del mondo. Il fatto che non abbia vinto il Pallone d’oro – e che addirittura non sia entrato tra i nominati – unito ad un Mondiale sudafricano visto dalla panchina, nulla toglie a ciò che ha saputo dimostrare sul campo. Piuttosto pone seri dubbi sulla capacità di intendere e di volere della Fifa e del suo Ct, Diego Armando Maradona, ma questa è un’altra storia.

Caduta e Ruina

L’Inter, nonostante Milito, non sarà in grado di mantenere e consolidare il potere acquisito, andando incontro ad una rapida e inesorabile rovina. Gli anni post triplete porteranno sì i nerazzurri sul tetto del mondo ma le soddisfazioni scemeranno col passare del tempo. Con Benítez e Leonardo, complici gli infortuni, il Nostro non riesce ad esprimersi sui livelli dell’annata precedente.

L’anno dopo ritrova il suo mentore Gasperini, poi Ranieri ed infine Stramaccioni. Nonostante le crepe del sistema diventino sempre più evidenti, da buon comandante e professionista esemplare è l’ultimo ad abbandonare la nave tornando su livelli personali di eccellenza. 24 reti in campionato, con un poker rifilato al Palermo e l’ennesimo gol decisivo nel derby.

La stagione successiva subisce un grave infortunio contro il Cluj che rischia addirittura di metterne a rischio la carriera. La doppietta allo Juventus Stadium rimane comunque negli annali, sancendo la prima sconfitta dei bianconeri tra le nuove mura.

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Torna all’inizio del 2013/14 in una squadra lontana parente di quella che solo tre anni prima aveva scritto la storia. A fine anno saluta tutti, quasi in punta di piedi, per far ritorno in patria, nel suo amato Racing, non perdendo il vizio di segnare gol pesanti come quello nel derby con l’Independiente o la rete decisiva per la vittoria del titolo.

A ritmo di tango, come ormai ci aveva abituati, con quella faccia un po’ così e quell’espressione un po’ così…