Madrid, 8 marzo 2016, stadio Santiago Bernabéu, ore 22:15 circa.

“…y entra con el diez, Francesco Totti!”

Applausi.

Non sembra di essere allo stadio, non sembra di essere in un ottavo di finale di Champions, non sembra che il Real Madrid abbia già chiuso la partita. Tutto si estranea, tutto è in secondo piano in quel momento. La partita è una cosa materiale. Chi sta entrando in campo no. Il madridismo, giudice severo e borioso, rende spontaneo tributo. È come se Augusto imperatore fosse entrato in Senato. L’aristocrazia del calcio omaggia il Re di Roma. Il pubblico dell’Opera applaude l’étoile.

La Madrid blanca riserva a pochi questi onori. Era toccato a Del Piero, quando a 34 anni uscì dal campo dopo aver segnato due gol dei suoi in un Real-Juventus del 2008. Ora è toccato a Totti, che pure in campo non ha lasciato traccia in quella manciata di minuti giocati. I maligni parlano di passerella concessa da Spalletti per firmare la pax romana.

A ben vedere, non si capisce perché questa sarebbe una malignità: spregio sarebbe stato negargli quell’omaggio. Legarla ad un imminente ritiro sarebbe esercizio di dietrologia. E comunque, che quel giorno nefasto si stia avvicinando è una realtà oggettiva, anche se non sappiamo di quanto.

totti

Io ho sempre voluto bene a Francesco Totti. Non come può fare un romanista, sia chiaro, dato che i miei colori sono fieri rivali di quelli giallorossi. Ma forse in maniera analoga ad un tifoso del Real.

Perché non lo lego ad una gioia calcistica personale (eccezion fatta per quel rigore contro l’Australia nel 2006), ma alla sua figura e alla sua storia: capitano della squadra della sua città, bandiera, lo status di semidivinità per i suoi tifosi, la classe infinita, il suo essere la quintessenza del trequartista, o rifinitore o come lo si vuol chiamare, quella faccia da ragazzino un po’ sempliciotto dal marcato accento romanesco, che ha riconsegnato ai posteri il Panenka come “er cucchiaio” e Seven Nation Army come “po poropo popoooopo”. Tutte cose che lo rendono unico.

E lo lego anche alla mia infanzia. I miei ricordi calcistici partono dalla stagione 1997/98, dopo che la Roma si è liberata di Bianchi ed è passata alle ben più lungimiranti mani di Zeman, con il quale Totti (investito dai compagni della maglia numero 10) si afferma. Quando smetterà, mi sentirò invecchiato. Perché nelle mie domeniche di campionato quel tizio con la maglia giallorossa numero 10 c’è sempre stato.

Ho sempre visto Totti come un giocatore contemporaneamente al servizio della squadra e con la squadra al suo servizio. Perché la Roma ha pressoché sempre girato intorno a lui, ma lui faceva girare tutta la squadra, con la sua tecnica e la sua visione di gioco, capace di essere sia 10 che 9 insieme. Una presenza costante, nonostante i vari cambi di allenatore, moduli e posizione nei 24 anni della sua carriera. Unico vero insostituibile, per carisma, impegno, qualità, e di fatto, questo è il primo anno dove già in sede di mercato si è deciso che le gerarchie dell’attacco prescindessero da Totti. Dzeko prima e Perotti poi sono stati presi per giocare, non per essere sue alternative.

Per capire il valore di Totti bisogna averlo visto più volte giocare. I numeri sono troppo freddi e talvolta fuorvianti, pur essendo straordinari: ad oggi (marzo 2016), 594 presenze in serie A (terzo assoluto, primo tra i giocatori in attività) con 244 reti (primo tra i calciatori in attività, secondo assoluto dietro a Piola), 715 presenze e 300 reti complessive con la maglia della Roma, oltre a 58 presenze e 9 reti in nazionale tra il 1998 e il 2006, nazionale con la quale si è laureato campione del Mondo alla sua ultima presenza, il 9 luglio del 2006. Poi uno scudetto, due coppe Italia, due supercoppe italiane, 11 oscar dell’AIC, un titolo di capocannoniere, una Scarpa d’Oro come miglior cannoniere d’Europa. E se ci mettessimo a contare gli assist, perderemmo gli occhi.

Nonostante questo, Totti era e rimane divisivo. Lo è sempre stato, e spesso nemmeno per colpa sua. Un campione figlio di dualismi e rivalità, tali da metter in dubbio il suo esserlo o meno, anche da parte degli addetti ai lavori del giornalismo sportivo. Nella trinità degli ultimi grandi 10 italiani, Baggio-Del Piero-Totti, il romano è senza dubbio quello che attira più odi incrociati, per il suo esser così tremendamente romanista. O forse il Totti calciatore è così romanista proprio perché i romanisti sono gli unici che non lo hanno mai messo in discussione, nemmeno per un secondo, ai limiti della venerazione neopagana.

Baggio lo abbiamo amato tutti perché era il reietto di tutti gli allenatori (tranne uno), perché aveva quell’aura da poeta solitario in un calcio asfissiato dalla zona sacchiana, e perché tuttora è l’unico che quando lo immaginiamo gli tingiamo addosso tutti gli stessi colori, quelli della nazionale. Del Piero l’ha amato mezza Italia, perché era la stella della Juventus. L’altra metà lo ha stimato, nonostante fosse la stella della Juventus.

Totti lo ama mezza città, la metà giallorossa di Roma. L’altra metà lo odia, quella biancoceleste. Il resto d’Italia è un lungo elenco di ma e però, tra sputi a Poulsen, calci a Balotelli e l’eterno marchio di “non aver mai voluto dimostrare nulla fuori da Roma”, il tutto, adesso, temperato dalla reverenza verso un vecchio leone ormai (presuntamente) sdentato. Così, pure il suo esser bandiera in una squadra che non è quasi mai stata la prima d’Italia, diventa una colpa.

Secondo me è solo che noi – né romani, né romanisti – fatichiamo a capire quel legame che c’è fra Totti e la Roma. E probabilmente ne siamo un po’ gelosi. Forse solo i tifosi del Napoli possono capire. Ma Maradona non è un dio solo per i napoletani, ed è da tutti ritenuto almeno uno dei due più forti giocatori di sempre. Totti non è arrivato al livello di Diego, e quindi porta la croce di essere “solo” un grande tra i grandi. Soltanto con meno coppe, con meno eleganza, con meno linguaggio e pure un po’ burino. E quindi il “sì vabbè, però” diventa una costante: sempre dietro l’angolo.

Spesso il commento di parte di uno che vede le cose da vicino è più affidabile di un commento “neutro” di chi le vede da lontano. Carletto Mazzone, romano romanista e all’epoca allenatore della Roma, lo ha sempre ritenuto un campione assoluto. Lo diceva anche di Baggio. Difficile dargli torto per entrambi. Anche per Zeman, e per Spalletti, Totti è un fuoriclasse, questo nonostante nei loro “ritorni di fiamma” abbiano entrambi avuto problemi di gestione del giocatore.

Ecco, se proprio devo mettermi a pesare le valutazioni, preferisco fidarmi di questi tre tizi piuttosto che di un Marcello Chirico qualsiasi. Comunque, in fondo, ritengo stucchevole il dibattito, e sempre alla fine penso che la poesia del calcio sia tutta in uno juventino che ti racconta Del Piero, in un romanista che ti racconta Totti, in un fiorentino che ti racconta Batistuta, in un interista che ti racconta Zanetti, in un milanista che ti racconta Maldini (ma un milanista vero, magari non quelli a busta paga della società).

A tal proposito mi viene in mente un mio caro amico juventino, che ogni tanto, serio, mi dice: “Batistuta è stato un sopravvalutato”. Un’eresia, specie se detta ad un fiorentino. Ma noi sapevamo bene quello che valeva. Andato via da Firenze, lo ha dimostrato subito. E l’amore che c’era era sincero, e noi sapevamo bene pure quello. Per far capire a tutti queste semplici cose ci dovette segnare contro e piangere. E poi vincere lo scudetto, e gioire.

Totti ha scelto di non dover mai segnare contro alla Roma. Non è questione di opzione facile o difficile. È stata comunque una scelta di vita. Una scelta d’amore. Pazienza se non potrà mai dimostrarlo.

Fra cinquant’anni, i vecchi tifosi giallorossi si commuoveranno a rivedere lo scudetto del 2001, l’ovazione del Bernabéu, il pallonetto a San Siro contro l’Inter, la serpentina contro la Sampdoria e decine e decine di altre sue magie con il pallone, e io darò ai miei nipoti qualche vecchio album di figurine e quando mi chiederanno chi fosse quel biondino dagli occhi azzurri, gli risponderò:

“Vedi, quello è stato uno dei più grandi numeri 10 italiani. E quando entrava in campo si alzavano tutti in piedi”.