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Sono momenti strani quelli che trascorrono a Tromsø, giorni senza notti e notti senza giorni che se non ci sei abituato ti lasciano un po’ stordito, perché sembra che si fermi il tempo.

Tromsø non è una città qualunque, situata in un luogo inospitale per la vita umana, nel profondo nord, 350 kilometri oltre il Circolo Polare Artico. Emblema di quella terra fiabesca che risponde al nome di Lapponia. A nord di tutto. Incastonata tra il cielo di un azzurro terso che non ha eguali e fiordi perennemente innevati. Vivere a Tromsø non è facile, come non lo era per quelle 80 persone che la abitavano a inizio ‘800 e non lo è nemmeno oggi per quelle 65mila anime, in maggioranza giovani.

Ci sono mesi in cui il sole scompare, si nasconde dietro una notte infinita che va da ottobre a marzo, per poi ricomparire – timido e orizzontale – nei mesi estivi. In quei mesi di fissa oscurità le temperature sono bassissime, quasi mai sopra lo zero, e la neve cade abbondantemente. Esistono persone non abituate a questa vita, che soffrono la cosiddetta “Depressione nordica” ovvero l’incapacità di vivere un luogo dove notte e giorno si confondono fino a scomparire.

Ma Tromsø è anche un luogo che ha da sempre attratto curiosi da tutto il mondo proprio per il suo fascino estremo: i viaggiatori romantici dell’Ottocento la chiamavano la Parigi del Nord e ancora oggi sono molti gli studenti che vengono in Erasmus qua, nell’università più a nord del mondo: la UiT Norges Arktiske Universitet. Così come gli artisti che hanno piegato al proprio stile le unicità di questo ambiente: i Röyksopp, con la loro stratificata elettronica downtempo, nascono e si affermano proprio qui. A testimonianza di un avamposto estremo ma vivo.

Se vivere a queste latitudini non è semplice, immaginate un po’ come sia giocare a calcio. Eppure esiste una squadra di calcio locale: il Tromsø Idrettslag, spesso abbrevviato in Tromsø IL, che in italiano corrisponde a “Associazione Sportiva Tromsø”. Fondato il 15 settembre 1920, il club non ha vissuto momenti memorabili fino alla metà degli anni ’70 perché prima di allora erano stati Mjölnir di Narvik, Harstad e Bodø a dominare il nord del paese: di 35 titoli in palio 32 sono andati a queste tre squadre e appena tre al piccolo Tromsø.

Soltanto nel 1972 la Federazione calcistica norvegese ha dato la possibilità ad un solo club – una limitazione poi allargata a tre qualche anno dopo – di giocare in prima divisione. Ma il Tromsø era ancora un cantiere aperto e il tempo di assestamento per trovare gli uomini giusti per la promozione fu lungo: il 1985 sarà l’anno decisivo, con la storica promozione ai danni del Moss grazie alla parata di Bjarte Flem su un calcio di rigore assegnato allo scadere.

L’anno dopo i bianco-rossi si salvano con un solo punto di vantaggio sul Viking retrocesso ma nella coppa nazionale avviene l’incredibile: nella finale giocata in casa dei campioni nazionali del Lillestrøm, il Tromsø si impone per 4-1 e festeggia la sua prima coppa norvegese.

Sigurd Rushfeldt nel Tromso

Col passare degli anni la situazione migliora e la squadra del profondo nord arriva sempre nei primi sei posti, anche grazie alle parate del solito Flem, che però nel 1988 sarà protagonista di un leggendario quanto terribile autogol: in un incontro di campionato, dopo aver parato una conclusione ravvicinata, tenta di rinviare il pallone d’esterno, ma quest’ultimo finisce in porta con una parabola tuttora inspiegabile.

Inizia così il biennio migliore della storia recente del Tromsø, che conquista un terzo e un secondo posto grazie alla sapiente guida di mister Tommy Svensson, uno che quattro anni dopo porterà sul podio la Svezia ai mondiali americani arrendendosi solo ad un gol di Romário e che sconfiggerà nella finalina la sorprendente Bulgaria di Stoichkov.

Nel 1990, col campionato che assume la denominazione di Tippeligaen, i bianco-rossi sono guidati dall’improbabile centravanti irlandese Mike McCabe – che conquisterà il titolo di capocannoniere per tre anni di fila – terminando a soli due punti dal Rosenborg campione di Norvegia. La metà degli anni Novanta vede il Tromsø stabilmente a metà classifica, in posizioni di tranquillità, ma sono lontani i tempi in cui si lottava con le grandi del paese.

È in quegli anni che si è affermata inoltre la rivalità con l’altro grande club del Nord, il Bodø/Glimt, di soli quattro anni più antico e situato nell’omonima cittadina distante 550 kilometri da Tromsø: i media hanno fondato questo derby sul concetto di “Slaget om Nord-Norg”, che in italiano suona come “La Battaglia della Norvegia Settentrionale“. Non bisogna dimenticare che in entrambe le città sono ancora vivi i ricordi di un calcio condiviso fino agli anni ’70, cioè fino a quando i norvegesi del Nord erano emarginati dai grandi club del Sud e non potevano partecipare al campionato nazionale.

L’apice di questo derby si è toccato con la finale di Coppa nazionale del 1996 giocata allo stadio Ullevaal di Oslo: i giallo-neri giocano meglio, dominano la prima frazione e ad inizio ripresa vanno in vantaggio grazie al gol di Runar Berg, che a cavallo tra i millenni cercherà fortuna in quell’improbabile Venezia del presidente Zamparini e di mister Luciano Spalletti.

Poi la svolta decisiva operata dal mister Terje Skarsfjörd, cresciuto calcisticamente a Narvik: fuori Tore André Flo, uno dei calciatori norvegesi più celebri di sempre, dentro l’altro talento Ole Martin Årst, che pochi minuti dopo il suo ingresso in campo segna il gol del pareggio con un preciso colpo di testa.

Quando ormai la contesa sembra destinata ai supplementari, arriva il colpo di maestro: Årst passa il pallone a Sigurd Rushfeldt, che dai trenta metri scarica in porta una sassata precisa e potente che risulta imprendibile per il portiere del Bodø. È il 2-1 che regala la seconda Coppa di Norvegia al Tromsø che non solo si impone a livello nazionale, ma vince il derby con i rivali territoriali e fa capire chi comanda in cima al mondo.

Sarà questa l’ultima partita di Rushfeldt col Tromsø, almeno negli anni Novanta: dopo uno sfortunato prestito al Birmingham, giocherà tre stagioni col Rosenborg per poi far sognare i tifosi di Racing Santander e Austria Vienna, con cui vincerà tre campionati prima del prepotente arrivo della multinazionale Red Bull.

Non bisogna mai dimenticare che è molto forte l’attaccamento dei giocatori scandinavi alla squadra che li ha fatti esordire nel calcio che conta, in particolare per il Tromsø saranno numerosi i ritorni d’amore: primo fra tutti proprio Rushfeldt, che giocherà le sue ultime stagioni nel profondo nord, ma anche il compagno di reparto Årst e il capitano in quella finale di Coppa, il difensore centrale Steinar Nilsen, con un passato al Milan e al Napoli. Questi ritorni in cima al mondo testimoniano come, da queste parti, il tempo sia un concetto astratto: capace di regalare spettacoli emozionanti come le Aurore Boreali.

Notte di Aurora Boreale a Tromso

Il trionfo, il secondo e ultimo nella Coppa nazionale, regala al piccolo Tromsø la possibilità di giocare la Coppa delle Coppe del 1997/98: si parte dai sedicesimi di finale dove i norvegesi affrontano lo Zagabria NK. All’andata, in Croazia, prevalgono i padroni di casa con un 3-2 che lascia aperto qualche spiraglio per il ritorno al circolo polare: il Tromsø rimonterà lo svantaggio del primo incontro grazie a un 4-2 frutto di un lavoro di gruppo encomiabile.

Nel turno successivo l’urna recita Chelsea: non stiamo parlando della squadra di oggi, infarcita di campioni, ma i Blues potevano schierare davanti quel Tore André Flo cresciuto nel vivaio del Tromsø e che solo due anni prima aveva abbandonato il nord della Norvegia. Ma era in mezzo al campo che i londinesi facevano paura: i due mediani Roberto Di Matteo e Dennis Wise, uno dei protagonisti della Crazy Gang di Wimbledon, infine a inventare sul fronte offensivo c’era quel piccolo grande genio di Gianfranco Zola, la Magic Box che fece innamorare l’Inghilterra.

E poi c’era anche Gianluca Vialli, che subentrerà a Gullit quando la situazione in campionato si complicherà. Il Chelsea dei quegli anni era una squadra semi operaia, certamente con un grande tifo, non così potente come lo è oggi grazie alle iniezioni miliardarie di Abramovich: il Chelsea di Vialli ricordava un po’ il Manchester City pre-sceicco, quello che giocava al Maine Road ed era orgoglioso di essere il cugino sfigato del grande United.

In un eremo dove condizioni atmosferiche e del terreno sono proibitive, il tipo di gioco impostato da ogni squadra spesso si assomiglia: lanci lunghi verso il “pennellone” scandinavo piazzato al centro dell’attacco, che ha due possibilità: o gioca di sponda per il piccoletto che gli gira attorno oppure la spizza di testa verso le fasce per il cross, vincendo la resistenza dei buttafuori che dovrebbero essere i difensori centrali; di solito succede la seconda cosa. Il calcio norvegese è, il più delle volte, un misto tra il “palla lunga e pedalare” e un gioco agonisticamente grezzo e ruvido quanto attento ed efficace.

Gianfranco Zola nel secondo tempo di Tromso-Chelsea

Con queste premesse, il 23 ottobre 1997 si gioca l’andata dell’ottavo di finale di Coppa delle Coppe tra Tromsø e Chelsea. In realtà sarebbe stato meglio non far giocare perché aveva nevicato per 12 ore, prima di arrestarsi pochi minuti prima dell’ingresso in campo delle squadre: il terreno è un ammasso di fanghiglia e gelo. Sulla panchina del Chelsea c’è Ruud Gullit, che sarà esonerato poco dopo, e gli uomini da fermare in maglia blue sono soprattutto i due italiani Vialli e Zola. Una missione impossibile. Invece.

Beh, invece la storia e la sfera a spicchi regalano agli appassionati e ai tifosi del Tromsø una partita irripetibile. Un affronto a tutto quello che era previsto. Uno sfacciato rovesciamento del pronostico.

Dopo sei minuti Steinar Nilsen, il capitano, riceve un pallone ai 30 metri e scarica una bordata all’angolino su cui Ed de Goeij, portiere della nazionale Oranje, non può intervenire. È il gol dell’incredibile 1-0, ma è solo l’inizio. Il Tromsø viaggia ad una velocità che mai si era vista a queste latitudini e i giocatori del Chelsea sono completamente frastornati davanti al ritmo e all’intensità fisica e nervosa dei vikinghi.

E al minuto 20 gli sforzi dei padroni di casa vengono premiati per la seconda volta: recupero in difesa, la transizione parte velocissima con 5 uomini che si buttano in verticale, Ole Årst serve in profondità Frode Fermann che calcia pure in modo scoordinato, ma talmente efficace che de Goeij, colpevolmente, non riesce a trattenere il tiro: 2-0. I tifosi del Tromsø, che inizialmente erano imbacuccati, adesso sfidano addirittura freddo e vento polare: vengono inquadrati alcuni di loro che rimangono a petto nudo.

Poi, come in un film dall’epica norrena, inizia a nevicare senza sosta e non si capisce davvero più nulla. Il tempo passa, i padroni di casa continuano a dominare ma non riescono a chiudere la partita e il Chelsea, con l’esperienza che manca ai norvegesi, segna in contropiede con Vialli all’85°. Il bello del calcio è l’imprevedibilità e questa partita è un elogio all’imprevedibilità: nemmeno il tempo di consentire alla regia inglese di mandare il nome di Vialli sul tabellino, che subito il Tromsø riparte alla velocità della luce con il proprio esterno Jonny Hanssen.

Un rapido sguardo in mezzo e serve il solito Årst, che arpiona il pallone come fanno i veri centravanti d’area, fulmina con lo sguardo i difensori e beffa sotto le gambe de Goeij. È il 3-1. L’apoteosi.

L’attaccante esulta allargando le braccia, non è abituato ad una simile trance agonistica, mentre Gullit a bordocampo se la prende con tutti facendo notare che non si potrebbe giocare su un campo combinato in quel modo. Avrebbe pure ragione, ma quando ricapiterà di vedere il Chelsea sotto di due reti in casa di una sconosciuta squadretta scandinava? In quale universo, oggi, sarebbe possibile questo?

La partita non è finita e gli inglesi hanno un’ultima cartuccia da giocarsi: dopo il solito lancio lungo per gli attaccanti, Vialli ottiene il pallone fra i piedi, dribbla come un pattinatore sul ghiaccio i difensori del Tromsø e firma il 3-2 che tiene vive le speranze del Chelsea in vista del ritorno. Anche perché tutti potevano immaginare cosa sarebbe successo: sette giorni dopo, in uno Stamford Bridge gremito per la discesa dei vikinghi, finisce 7-1 per i Blues e si conclude così il sogno di gloria di Årst e compagni.

Alla fine sarà proprio il Chelsea a trionfare in quella competizione, dopo aver eliminato il Vicenza delle meraviglie, nella finale contro lo Stoccarda decisa dal gol di Zola. E alla fine ci sarà gloria anche per la Norvegia: Tore André Flo sarà in campo fino al 70°, prima di lasciare il posto all’uomo decisivo, ovvero il genio di Oliena.

Dopo un sesto e un quarto posto, nel 2001 il Tromsø retrocede per la prima volta a causa di una striscia negativa di nove sconfitte di fila nel girone di ritorno. La stagione successiva i bianco-rossi sono di nuovo in Tippeligaen, grazie al primo posto nella serie cadetta, e possono tornare a sognare con un ottimo quarto posto dopo l’arrivo del talentuoso trequartista Per-Mathias Høgmo, oggi CT della nazionale norvegese, e che fino a qualche anno fa insegnava all’Università di Tromsø.

Gli anni passano e il feeling con la parte medio-alta della classifica si fa sempre più forte; i ragazzi del profondo nord sfiorano il titolo per due anni di fila – 2009 e 2010 – che corrispondono anche alle stagioni dei ritorni di Steinar Nilsen come allenatore e di Årst come giocatore. Due ritorni, come detto, di pura riconoscenza verso il club e la città. L’anno dopo il terzo posto e la finale di coppa persa ai rigori, il Tromsø retrocede clamorosamente, confermando il carattere estremo di questa comunità strappata al ghiaccio.

Ovviamente, Tromsø non è e mai sarà una città normale: in un luogo dove giorno e notte perdono la propria essenza e dove la vita umana sfida le leggi della natura, come sarebbe possibile continuare a sognare? Saranno le balene che affiorano lentamente dal mare di Norvegia, saranno i paesaggi fiabeschi e selvaggi, sarà la condizione romantica di una squadra da sempre diversa per la sua posizione, ma è innegabile il fascino di un pallone che rotola su una coltre di ghiaccio con 22 giocatori che sfidano ogni condizione climatica per il gusto del gioco o poco più.

Forse la verità è che ci vorrebbero più Tromsø per ricordare cosa significhi far sognare un’intera comunità grazie al calcio. Oggi, dopo l’ennesima retrocessione e pronta risalita, il Tromsø ha riconquistato il proprio posto a centro classifica, ma nulla vieta di pensare che possa tornare a lottare per il titolo. Per perderlo puntualmente all’ultima giornata. Come da tradizione.

Perché forse la vera grandezza di questa squadra rimane in quella pazza partita di Coppa delle Coppe contro il Chelsea. Quando per una notte, quella del 23 ottobre 1997, ha fatto caldo perfino a Tromsø.