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In La pioggia prima che cada, lo scrittore inglese Jonathan Coe dipana l’intera vicenda del romanzo attorno ad una sequela di fotografie, funzionali ad accompagnare per mano il lettore in un graduale viaggio a tappe: ogni scatto è un tassello fondamentale del mosaico ed è lì a raccontarci un’emozione, un paesaggio o un accadimento nell’esistenza di uno dei personaggi; l’opera finale che ne deriva è un assemblaggio coerente di situazioni e vite intrecciate dal quale il protagonista principale (e il lettore con lui) potrà finalmente estrapolarne un quadro coerente.

Con un eguale escamotage si potrebbe delineare il lungo iter del calcio islandese: un lungo e faticoso processo culminato con l’insperata qualificazione ai prossimi Europei francesi, un’evoluzione pallonara le cui istantanee rimarranno per sempre impresse nella memoria degli appassionati.

Staffetta generazionale

È il 24 aprile 1996, pochi mesi prima di Euro ’96, la kermesse del “Football’s comin’ home” come cantava allegramente il collettivo Three Lions nel tormentone creato per l’occasione. È l’Europeo in terra d’Albione, il calcio che faceva idealmente ritorno – a distanza di un trentennio – nel luogo dei primi vagiti. Sede della prima istantanea è però la fredda e lontana Tallinn, Estonia. Gli strákarnir okkar, corrispettivo islandese dei nostri ragazzi, sono impegnati in una sgambata contro la rappresentativa locale.

Entrambe le compagini hanno da tempo abbandonato da tempo qualsivoglia anelito di gloria e con essi anche la possibilità di staccare un pass per Londra. Quale miglior occasione quindi per misurarsi, senza la pressione addosso dell’agone che ti secca la gola e sega le gambe? La contesa, davanti a 500 sparuti presenti che assiepano per così dire le tribune del Kandrioruu Stadion, vede la facile vittoria degli ospiti grazie a tre reti siglate da tale Bjarki Gunnlaugsson.

Il vento della Storia, però, non è sul cannoniere di giornata che ha deciso di insufflare il proprio soffio. Se di istantanea stiamo disquisendo, allora l’attimo dev’essere estrapolabile dal flusso continuo degli avvenimenti – estemporaneo – a squarciare quel continuum temporale. Minuto 63. Mister Olafsson chiama sul cubo dei cambi l’appena diciassettenne Eidur Gudjohnssen, biondo virgulto di belle speranze. Il pari ruolo chiamato a esser sostituto per il futuro astro nascente non è un banale omonimo: si tratta del padre Arnor, impegnato a chiudere in bellezza la lunga carriera.

La staffetta in nazionale dei Gudjohnsen

Il veterano, tra lo stupore divertito dei presenti e gli applausi scroscianti, cinge a sé l’esordiente in un gesto pregno colmo dell’amore che solo ad un figlio è lecito dedicare.

Al netto dell’unicità dell’evento – una coincidenza simile rappresenta ancor oggi un unicum nel panorama sportivo – quel che si evince è il livello ancora seminale del calcio nella terra dei ghiacci: se ad accompagnare verso la via del ritiro e calmierarne l’entità della perdita è il figlio poco più che adolescente, quante speranze di crescita ha un ambiente ancora così avulso al rotolare di un pallone?

Fortuna vuole che Eidur si rivelerà talento adamantino non solo se rapportato ai dilettanteschi connazionali, ma anche nel panorama internazionale: dopo le felici esperienze con Bolton e Chelsea, riuscirà persino a vestire l’ambita casacca blaugrana, con la quale si forgerà del massimo alloro per club: la Uefa Champions League, stagione 2008/09. Ma questa è un’altra storia e al tempo del suo esordio l’approccio islandese allo sport era una sorta di via di mezzo tra il folklore e il passatempo da doposcuola.

Scacco ai Grandi

18 agosto 2004. Reykjavik. A sbarcare nella capitale è la blasonata Italia di Lippi, alla sua prima uscita sotto l’inflessibile guida del tecnico viareggino. Si prospetta una sgambata della selezione azzurra, giunta infatti tra i geyser infarcita di riserve, arrivando a schierare in attacco un insolito ed improbabile tandem Bazzani-Di Vaio.

La cenerentola designata, la vittima sacrificale offerta alle fauci della creatura sovrumana – però – non ci sta proprio a fare uso del pallottoliere per contare le reti al passivo e in un batter d’occhio batte Buffon ben due volte. Indovinate chi è l’autore della prima marcatura? Proprio quel Gudjohnsen, ora diventato star internazionale (l’unica della selezione) e in forza ai paperoni inglesi del Chelsea.

La reazione tricolore si esprimerà con qualche mal costruita sortita offensiva e un paio di azioni degne di nota fermate però dalla sfortuna. Troppo poco per scalfire una compagine quadrata e attenta su ogni pallone, capace di moltiplicare sforzi ed energie dinnanzi ad un avversario così temibile e prestigioso.

Si darà la colpa alle troppe assenze, al viziaccio tutto italiano di sottovalutare le situazioni apparentemente prive d’insidie e gli sparring-partner alla prima occhiata innocui, al destino cinico e baro e probabilmente, pure all’arbitro. Tutti alibi sommariamente accettabili.

Un punto interrogativo grosso come il vulcano Eyjafjoll si staglia però sull’amichevole agostana: com’è stato possibile che una compagine al limite dell’amatoriale riuscisse a fermare undici campioni affermati ed allenati al limite della maniacalità, senza apparenti difficoltà, per giunta sovrastandola fisicamente? Fortuna? Sicuramente, e più di un pizzico. Posta in palio ben poco appetibile? In parte, coi professionisti azzurri più attenti a non acciaccarsi che alle marcature degli islandesi.

Il vero bandolo della matassa è però da ricercare non direttamente tra i campi da gioco innevati, né in qualche intraducibile incantesimo estrapolato dalle saghe norrene. L’ideale nullaosta a questo piccolo miracolo nordico riconduce direttamente agli scranni del parlamento islandese, l’Althinghi, dai quali è promulgato nel 2002 un decreto legge che per il calcio e lo sport isolano in generale, avrà la portata rivoluzionaria delle tesi copernicane.

La norma nasce con l’intento di salvare i giovani islandesi da una deriva alcolista e tabagista e per mettere in atto il piano salvifico costellando il territorio nazionale (per la verità si tratta di sparuti 100 km. quadrati) di campi da calcio e attrezzature indoor d’ogni sorta. Finisce che l’Islanda, da Terra dei Ghiacci come suggerisce l’etimologia stessa, diviene anche terra dei campi da calcio: ve n’è, statistiche alla mano, infatti uno ogni 50.000 abitanti, dato ovviamente record per quanto riguarda il Vecchio Continente.

Tutto ad un tratto, quel che sembrava una convergenza fortuita di eventi, prende le sembianze di un primo tassello di quel Piano Marshall calcistico foriero in futuro di frutti prelibati.

Quello islandese è un popolo sui generis: capace di fare dei propri limiti la propria sinergia, il motore propulsore di una nazione che, microstati a parte, è la meno popolosa d’Europa. Capace di trarre profitto dalla dominazione danese – terminata nel 1944 con la proclamazione d’indipendenza – ha mutuato dai diretti dirimpettai l’avanzata legislatura in termini di diritti umani e una certa dinamica capacità organizzativa.

Temi fondamentali come la libertà di stampa ed espressione, la democrazia diretta, la trasparenza e l’accesso alle cure mediche sono ancora all’ordine del giorno e in quel di Reykjavik si è tentato, pochissimi anni fa, di fare da apripista al mondo con la prima forma di costituzione partecipativa nel globo: un eterogeneo gruppo di oltre 500 cittadini e dal quale venivano esclusi gli screditati “politici di professione” è stato chiamato alla revisione del testo costituzionale, coadiuvato anche da proposte via-social dei connazionali.

La Consulta costituzionale islandese

In una terra squassata e resa instabile da improvvise eruzioni vulcaniche e fenomeni secondari quali fumarole e geyser, l’islandese ha avuto ragione della natura sfruttandone a suo vantaggio le sue manifestazioni più estreme: è proprio grazie alle eruzioni d’acqua bollente dal suolo che centinaia di abitanti possono beneficiare di energia elettrica.

Anche in campo musicale, gli isolani hanno saputo distinguersi: nonostante cultura e lingua ne accentueino la marginalità nel panorama mondiale, band come Mum e Sigur Rós– senza dimenticare la capostipite Björk – hanno attinto dai generi classici per creare un suono riconoscibile ad ogni latitudine e ormai puramente islandese. Questi ultimi, soprattutto – grazie ad un alternative-pop sognante capace di prendere in prestito le sonorità naturali che una terra come l’Islanda offre – si sono guadagnati una nicchia di tutto rispetto nel gotha della musica contemporanea.

Prove generali di grandezza

Un uomo in giacca e cravatta siede al centro di una spoglia tavola in teak, apparecchiata solo da microfoni e da una divisa del colore del ghiaccio. Di fronte a lui una pletora di giornalisti, addetti ai lavori o semplici curiosi. Siamo all’interno di una sala stampa. L’atmosfera, scalfita la doverosa patina d’ufficialità, pare frizzante e piena di speranza.

L’uomo in questione – attorniato dai responsabili della federazione – è Lars Lagerbäck, decano del calcio svedese a cui le alte sfere hanno deciso di affidare le chiavi dello spogliatoio. Superata l’autarchia propria di chi ha sempre potuto contare solo sulle proprie forze, viene scelto uno scandinavo per compiere il definitivo salto di qualità.

Sino a quel momento il calcio islandese aveva iniziato un processo di emancipazione da quell’aura di dilettantismo che ne tarpava l’auspicata evoluzione: grazie ai già citati provvedimenti nazionali i giovani potevano finalmente dedicarsi all’attività sportiva e l’approdo dei migliori prospetti nei campionati d’Europa testimoniava un affrancamento in progress.

Mister Lars Lagerback

Mancava ancora, però, un traghettatore che desse coerenza alle saltuarie affermazioni di un gruppo fino ad allora avaro di successi, che creasse attorno ai vari Sigurdsson, Sightórsson e Finnbogason una compagine solida e pronta a battagliare ad ogni uscita con caparbietà. Quale miglior traghettatore di una figura con le competizioni internazionali impresse nel codice genetico?

Il neo-assunto, all’interno di quella sala conferenze al momento dell’investitura, accetterà il mandato ponendo l’attenzione sulla difficoltà dell’avventura ma sull’assoluta necessità di non partire sconfitti: “Mi piace definirmi un concreto ottimista. L’Islanda, come la Svezia, è una piccola nazione. E per una piccola nazione è sempre difficile arrivare fino in fondo nei tornei. Ma ho un grande rispetto per tutti i giocatori e voglio guardare avanti con speranza circa il nostro futuro’’.

E infatti, sotto la sua ala protettiva, si cambia rotta. L’urna delle qualificazioni a Rio 2014 evita lo scontro con le regine del calcio europeo: ad ostacolare il cammino dell’undici islandese sono sparring partner di medio tonnellaggio come Svizzera, Slovenia. Norvegia, Albania e Cipro.

La truppa di Lagerbäck onora infatti la benevolenza del sorteggio piazzandosi alle spalle dei più esperti elvetici guidati da Hitzfeld e accede al turno preliminare. A rimanere nella memoria è il match di Berna, in cui i nostri, capaci di rimontare ben tre reti ai padroni di casa, attestano il punteggio sul 4-4. Estrema caparbietà, quindi, fiaccata da una tendenza a visibili deficit d’attenzione difensiva.

Tocca alla Croazia, in un dentro-fuori decisamente ostico; i più blasonati avversari partono con i favori del pronostico, potendo infatti contare su una tradizione di tutto rispetto e frecce in faretra quali Mandzukic, Rakitic e Modric.

La gara d’andata si gioca tra le mura amiche con i padroni di casa che rispondono con vivacità alle iniziative croate, riuscendo ad impensierire in più occasioni il veterano Pletikosa. Il sacro fuoco che riscalda le gambe agli islandesi si attenua però al minuto 50 dopo l’espulsione di Skulason per fallo da ultimo uomo; quel che ne segue è un assedio alla porta difesa strenuamente da Halldorón, il quale – supportato da una nazione intera – riesce a mantenerla inviolata fino al fischio finale.

Il teatro del secondo atto è un Maksimir ribollente di orgoglio e rivalsa. È l’atmosfera delle grandi occasioni, con 10.000 e più anime a gridare fino all’ultimo decibel tutta la passione per una patria e, di conseguenza, la sua appendice calcistica. Contro questi nemici più o meno visibili, gli Strákarnir okkar non possono far altro che giocarsi onorevolmente tutte le carte a disposizione, ben consci del disequilibrio dei valori sul rettangolo verde; la difesa è strenua, ma al secondo e ultimo sigillo di capitan Srna, rimane solamente alzare bandiera bianca.

In seguito di un risultato simile – l’essere arrivati a 90 giri di lancette dal poter rappresentare la piccola isola nord-atlantica fin laggiù, ai piedi del Cristo Redentoreil processo evolutivo, seppur ben lungi dall’essere giunto a compimento, marcia su binari solidi.

Anatomia di un Miracolo

Tre fischi poco distanti l’uno dall’altro. Una corsa a perdifiato che sembra non debba arrestarsi mai. Undici ragazzoni biondi si gettano verso una zona laterale del rettangolo di gioco. Gli si fanno incontro un uguale numero di compagni di squadra. Abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle. Gocce di sudore imperlano le fronti e rendono le lunghe chiome di alcuni simili a criniere. Muscoli tesi e sorrisi increduli. In mezzo a loro, quasi frastornato, l’anziano condottiero grazie ai cui metodi e alla guida illuminata, ha permesso che ora si festeggi come mai nella vita.

Non solamente sul prato verde dell’Amsterdam Arena, ma anche a circa 3.000 chilometri di distanza, nella fredda Islanda. È quasi fatta. È la notte di una storica impresa: gli Oranje vengono sconfitti a domicilio, al termine di una prova matura e senza particolari sbavature. Da grande squadra, insomma. Ma facciamo un passo indietro.

23 Febbraio 2014

Nizza. È qui che si incrociano i destini dei team del continente. Dalla semplice sequenza con cui verranno estratte le sfere metalliche dipende il delinearsi bizzoso del futuro. E questa volta, più che mai, il fato sembra voltare le spalle ai ragazzi dello Svedese.

Il verdetto è implacabile: Olanda, Repubblica Ceca, Turchia saranno le avversarie designate a sbarrare la strada a Sigurdsson e compagni. A far loro compagnia, nel gruppo A le più abbordabili Lettonia e Kazakhistan.

Con la modifica al regolamento e l’ampliamento a 24 delle partecipanti alla fase finale della kermesse europea, anche un piazzamento in terza posizione tiene accese le speranze e garantisce l’accesso ai play-off. Ma con mostri sacri di tal guisa, è inutile perdersi in vagheggiamenti di sorta. Sembrano galleggiare nell’aria le parole profetiche con cui il neo-cittì si era presentato davanti alle telecamere:

“Per una piccola nazione è sempre difficile arrivare fino in fondo nei tornei”.

Eppure, come nulla fosse, arrivano le prime vittorie. Turchia e Lettonia vengono letteralmente liquidate con un doppio 3-0. I ragazzi giocano col pilota automatico. Sembrano – soprattutto rispetto agli imbolsiti turchi – volare sul manto erboso, nonostante le stature ragguardevoli. Non vincono soltanto, dominano l’avversario. Sono fisicamente superiori, maggiormente dinamici e applicano a memoria i dettami di mister Lagerbäck. Paiono persino superiori dal punto di vista tecnico.

Un fuoco di paglia diranno tutti. “Adesso viene il bello”, si può quasi udire dalle lande innevate in cui gli atleti si sono temprati. Si giunge alla resa dei conti. L’andata di Reykjavik con l’Olanda ha le sembianze di una prova del nove, di una linea maginot tra le illusioni scellerate e le ambizioni giustificate; è un bivio che discernerà le reali possibilità islandesi di iscriversi al Grande Ballo dalla zingarata senza futuro, un win or go home tra i ghiacci.

Ma nella città capitolina soffia, anche stasera, un vento intriso di magia norrena. Lo si capisce quando al minuto 8, poco dopo alcune fasi di studio, Bjarnason, sfrutta caparbiamente un doppio rinvio sbilenco della difesa e si presenta in area. Alla disorientata retroguardia olandese non resta che stenderlo tentando l’anticipo. Il penalty insaccato con freddezza da capitan Gylfi Sigurdsson è l’ennesimo tassello del processo di crescita islandese.

Un processo che, rivoluzioni o eruzioni vulcaniche permettendo, non sembra accennare a fermarsi. Sul finire della prima frazione, grazie ad una magistrale volée sempre ad opera del calciatore maggiormente rappresentativo, i nordici raddoppiano da calcio d’angolo. Ai vari Robben, Van Persie e Huntelaar, semifinalisti al Mondiale, tocca riconoscere la superiorità, almeno per una sera, della cenerentola venuta da lontano.

Nel mondo delle rappresentative nazionali, sta accadendo qualcosa che nessun osservatore continentale avrebbe potuto prevedere nemmeno nelle avventure etiliche più sconsiderate. La macchina calcistica dello Svedese è ormai inarrestabile, i suoi meccanismi oliati alla perfezione. E la strada per la Francia inizia a delinearsi in tutta la sua letizia, intravedendosene i dolci declivi, le curve morbide e i marciapiedi lastricati. La sconfitta al turno successivo in Repubblica Ceca (peraltro decisa da un autorete) assume i contorni del più classico degli incidenti di percorso; è un dosso che costringe tutt’al più ad una breve sosta.

E infatti il cammino riprende perentorio. Dopo essersi sbarazzati della debole selezione kazaka, gli islandesi regolano i conti anche con i cechi, rimontando da una rete di svantaggio e infliggendo agli avversari un parziale simmetrico rispetto a quello dell’andata.

Ora non si scherza più, e solo uno spettatore totalmente digiuno dell’argomento potrebbe considerarli come un fenomeno fortuito, come un gruppo di carneadi di successo: è sotto gli occhi di tutti l’opera compiuta di un lungimirante e solido progetto, messo in atto da ottimi pianificatori e comparse d’eccellenza. Quella con l’Olanda, ad Amsterdam, è la serata di gala per il team islandese, un palcoscenico ideale per delineare definitivamente i contorni dell’impresa. Con la squadra di Blind in crisi psicologica e di gioco, il penalty del solito Sigurdsson basta ad archiviare la pratica.

Ora il nostro racconto può tornare all’ultima istantanea, quella che vede raffigurata una squadra attorno al proprio padre spirituale, quel Lagerbäck tanto vicino allo Svedese del romanzo Pastorale Americana, con cui ha in comune alcuni tratti della personalità ma destino opposto. Basterà un solo punto in tre gare (facilmente conquistato alla prima occasione contro il Kazakhistan) per iscriversi di diritto all’Europeo.

È un traguardo che ha del meraviglioso. Un successo a metà tra il sogno ad occhi aperti e lo stakanovismo ragionato. Cambia per sempre la geografia pallonara, con l’inserimento di quell’isola che fino a ieri non c’era e adesso invece reclama il giusto riconoscimento.

Ciò che l’ormai celebre filastrocca sinfonica dei Sigur Rós, Hoppípolla, compie sull’orecchio umano, con il suo principio quasi impercettibile, delicato, e quel crescere avvolgente col procedere dei secondi, sino a farsi travolgente melodia di sicuro impatto su mente e cuore di chi ascolta – così il calcio islandese si è imposto sulla scena internazionale, partendo da lontano, in sordina, e passando per una lunga trafila di tappe migliorative – per giungere infine ad essere protagonista dal quale tutti potranno trarre ispirazione.

Non più solo eruzioni e climi inospitali, non più solo le composizioni avanguardistiche di Björk o le saghe nordiche. Da ora in poi, anno 2016 d.C., quella terra magica e lontana costellata di ghiacciai e vulcani, l’isola del ghiaccio e del fuoco, sarà nota al mondo anche per le galoppate di Bjarnason, le reti di Sigthórsson e le giocate di Sigurdsson.

Se quindi vi capiterà di mettere piede da quelle parti, oltre ad un cappotto pesante, magari ricordate di portarvi dietro pure un pallone.