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In questa storia si parla di numeri 10 del calcio e di geni, intesi in senso lato.

“Ho giocato con tre geni”, diceva Massimo Mauro, riferendosi a Zico, Platini e Maradona. Ma se parliamo di geni in genetica, spesso siamo alla ricerca di qualche gene alieno. Il nostro Enrico Fermi chiese: “Ma se l’universo brulica di alieni, dove sono tutti quanti?”. Leo Szilard rispose: “Gli alieni esistono, e si fanno chiamare ungheresi”. Era un ungherese, ma si riferiva ai grandi scienziati magiari presenti negli Stati Uniti, gente come Edward Teller, Eugene Wigner, Theodore von Kármán e John von Neuman. E forse anche a se stesso.

Un po’ strani gli ungheresi lo sono per davvero, ad esempio parlano una lingua impenetrabile e misteriosa che non appartiene al ceppo indoeuropeo. E poi una squadra aliena l’hanno avuta eccome: l’Aranycsapat, la squadra d’oro, che se non si fosse messo in mezzo il Miracolo di Berna (con tutte le sue ombre), avrebbe probabilmente cambiato il mondo del calcio. E forse anche quello della politica, chissà.

Di geni in quella squadra ne giocavano eccome; e per un miracolo della genetica tre di essi giocavano insieme, e contro, sin da bambini. Negli spiazzi polverosi di Budapest, Puskas, Kubala e Bozsik facevano notte in sfide interminabili. È mai successa una cosa del genere? Che tre bambini giocassero insieme certo, ma che tutti e tre venissero poi inseriti tra i migliori 100 calciatori di tutti i tempi è cosa ben più anomala.

Puskas è ben conosciuto, ma davanti al Camp Nou c’è la statua di Lazslo Kubala come omaggio al miglior calciatore del secolo del Barcellona, che pure ha visto gente come Cruijff, Maradona, Ronaldo, Messi, Suárez, Rómario, Stoichkov e tanti altri vestire i colori blaugrana. Ma lasciamo da parte il tris magiaro degli anni ’50 e facciamo un salto in avanti di 30 anni.

Negli anni ’80 ogni ragazzino ungherese che prendeva a calci un pallone aveva in camera il poster di Lajos Detari. Gli anni ’80 sono stati irripetibili per la grandissima qualità dei numeri 10 puri. I tre dieci di Massimo Mauro sono quelli che hanno marcato la decade; ma chi poteva prendere il loro posto? Qualcuno potrebbe avanzare l’ipotesi di Georghe Hagi, il rumeno dal sinistro magico, o quella del Principe Enzo Francescoli.

Ma ce n’erano altri. E non mi riferisco a Gullit, ma piuttosto a Futre (a parer mio il vero potenziale erede di Diego, e l’uomo a cui fu sottratto il Pallone d’Oro 1987) o a Dragan Piksi Stojkovic.

Lajos Detari a Bologna

O a Lajos Detari, l’uomo che riuscì ad elevare il concetto di scelta sbagliata a comportamento seriale. Il nome di Detari girò per molto tempo come nuovo 10 della Juventus, più di Francescoli, altro papabile. Non arrivò nessuno dei due, perché prima si preferì l’apertura a Est con Zavarov e in seguito il divin codino Roberto Baggio.

Nato nel 1963 a Budapest, Detari, come Puskas e Bozsik, cominciò a giocare e incantare nell’Honved. In lui s’intravedevano le stimmate del predestinato, dell’eroe che avrebbe riportato in alto il calcio magiaro: in campo faceva faville, ma anche fuori non scherzava affatto.

I riflettori europei e mondiali si accesero su di lui dopo che, quasi da solo, con un gol e un assist al bacio, schiantò 3-0 il Brasile in amichevole a Budapest nel marzo del 1986. Il Mondiale messicano era di lì a venire e con queste premesse le aspettative sul 23enne fantasista magiaro erano spasmodiche.

Soltanto che si venne a sapere che la vittoria fu festeggiata con fiumi di alcol. Ma ormai le grandi d’Europa erano incuriosite. Il Barcellona, che con i magiari s’era trovato bene – insieme a Kubala giocarono anche Czibor e Kocsis, altri interpreti superbi della squadra d’orodecise di visionarlo: buona la prima, male la seconda. Sempre a causa di festeggiamenti sopra le righe, quantomeno per uno sportivo. No, niente Barcellona. Che chiese all’Honved un forte sconto sapendo già che gli ungheresi non avrebbero accettato.

Primo treno perso. Il Milan di Berlusconi s’interessò a lui, si sussurrò di una bozza di contratto, ma niente. Sfumò tutto. Al Mondiale del 1986, l’Ungheria incontrò l’URSS. I robottoni di Lobanovski, a quelle altitudini, riuscivano a triplicare sull’uomo imponendo un ritmo irreale alle partite. Finì 6-0, e molti ct cominciarono a pensare che l’URSS avrebbe vinto facilmente il mondiale. Ma complice quella vecchia volpe del ct belga This e qualche offside non visto, la storia prese una piega diversa.

L’Ungheria uscì male dal mondiale, e il gol di Detari al Canada è l’ultimo di un ungherese ai mondiali. Trenta anni fa. Nell’estate del 1987, e dopo aver vinto – lui, un 10 – il titolo di capocannoniere per la terza volta consecutiva e dopo aver sfiorato Barcellona, Milan e Juventus, se ne andò in Germania, all’Eintracht Francoforte, che trascinò da protagonista alla vittoria in Coppa di Germania. Nuova ridda estiva, nuovi abboccamenti e nuove marce indietro: il nostro sale ancora una volta sul treno sbagliato.

Se ne va in Grecia, all’Olympiakos, dove un presidente ambizioso e spregiudicato gli fa balenare l’idea di costruire intorno a lui uno squadrone di spessore internazionale. Spregiudicato il presidente lo era per davvero, fu arrestato nel 1990 e Detari avanza tuttora qualche mensilità.

Arrivò finalmente nell’Italia post mondiale, in quel Bologna che aveva ben figurato e sorpreso con Maifredi, al punto di essersi qualificato per l’UEFA. Firmò per prendere il posto – come fantasista – del finlandese Mika Aaltonen e del brasiliano Geovani. Due veri personaggi: il primo fu calciatore suo malgrado, comprato dall’Inter e girato in prestito al Bologna, il finlandese non aveva voglia di allenarsi, ma contrariamente ad altri scandinavi non per attaccamento alla bottiglia di vodka bensì per una passione smodata per l’economia.

Già, Aaltonen era un piccolo genio ma non sul campo. Di tanto in tanto spuntano ipotesi circa un Nobel per l’Economia per lui, di sicuro è uno che ha dato consigli ad un grande della terra come Bill Clinton. Va aggiunto che nel 1988 i dirigenti felsinei ritennero inadeguato un certo Ivan Zamorano preferendogli il connazionale Hugo Rubio.

Geovani è un’altra storia. Un altro che sembrava un predestinato. Un 10 con il vizio del gol che era riuscito nell’impresa, sfuggita anche a Maradona, di essere miglior calciatore e bomber principe di un mondiale Under 20, quello del 1983, vinto dal Brasile in Messico. Dire che non si ambientò mai a Bologna è voler usare un eufemismo; si racconta che in un anno non riuscì mai a memorizzare la via per andare agli allenamenti.

Dopo due craque del genere, l’arrivo e le prime magie di Detari, in campionato e in UEFA, fecero venire il luccichìo agli occhi ai tifosi felsinei. Fino a che l’indolenza non ebbe la meglio. Detari cominciò a far parlare di sé più per quello che faceva fuori dal campo e la stagione, iniziata benino, sfociò nella tragedia della retrocessione. In serie B Detari era sprecato, ma anche supponente e arrogante. Nel mezzo tra la retrocessione e la B, Detari indossò la maglia bianconera della Juventus in una tournée americana. Una beffa.

Il ritorno del nostro nella massima serie era solo questione di tempo. Ritrovò la serie A con l’Ancona. Ecco, Detari continuava a bere troppo per uno sportivo, a cambiare auto come kleneex durante un raffreddore, ma c’erano giornate nelle quali metteva su il frac e ritornava quello che avrebbe dovuto essere: un campionissimo.

Infilò un gol al Napoli girandosi in un fazzoletto e attorcigliando le gambe al difensore avversario. Ma la giornata epica in maglia marchigiana arrivò nel dicembre del 1992, durante la partita inaugurale del nuovo stadio Del Conero: Ancona-Inter.

Su un campo quasi impraticabile e sotto un acquazzone di proporzioni bibliche, Detari diventò un marziano e con due lampi di abbacinante bellezza fulminò Zenga e l’Inter. Non pago, regalò a Fabio Lupo l’assist per il 3-0 finale. Materiale da fuoriclasse, improvvisi squarci di nobiltà calcistica.

Naturalmente i 9 gol (e sei fuoriserie cambiate, forse a voler esorcizzare gli umili natali) non bastarono a salvare l’Ancona, ma riesce difficile pensare uno come Detari dialogare in campo con giocatori del calibro del fratello maggiore di Mauro Zarate, Sergio, bersaglio preferito della Gialappa’s Band.

Si accasò anche al Genoa, dopo un’esperienza turca, ma ormai aveva poco o nulla da dire sul campo; già, perché invece fuori ne diceva. Eccome: “Amico, quando io tocco pallone, quella è musica che tu non hai mai sentito. Nel mio piede cantano uccellini”. E ancora, dopo essersi divorato un gol incredibile, disse all’intervistatore: “Quando io voglio sbagliare un gol, beh, io lo sbaglio. L’ho sbagliato apposta, così miei compagni imparano a darmi la palla prima”. E così via.

Resta il rimpianto di una carriera che, date le debordanti qualità tecniche, avrebbe potuto essere ben diversa. Tocco delicato, dribbling secco, rapidità nei primi passi, capacità di colpire di fino ma anche di essere preciso quando calciava di potenza, un lancio di prima fulminante che ricorda in parte Totti, colpiva di testa meglio di tutti gli altri numeri 10 citati in questo post. Ma accanto a tanta grazia coabitava una mentalità totalmente inadeguata alla disciplina richiesta a un professionista.

Indolente e scostante, scontroso e lunatico come solo i fantasisti senza compromessi sanno essere. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, rimane l’ultimo grande genio del calcio magiaro.

 

A cura di Massimo Bencivenga