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Ogni epoca ha avuto i suoi grandi protagonisti, i suoi angeli e i suoi demoni, i suoi santi e i suoi peccatori. Questa riflessione vale oltre che per la storia dell’uomo in sé anche per quella del calcio. Ad ognuno di noi è capitato di infatuarsi di un giocatore in particolare: da quello che riesce ad illuminare un’anonima partita con la giocata singola da vero fuoriclasse fino al “boscaiolo” rude ma efficace, capace di rubare una quantità infinita di palloni superando evidenti limiti tecnici.

Oggi voglio celebrare il giocatore che mi ha insegnato che l’importante è terminare una partita con la consapevolezza di essersi divertiti, avendo dato comunque il meglio di sé sul campo. Spensieratezza ed impegno. Un giocatore più di ogni altro ha fatto proprie queste due caratteristiche: Ronaldo de Assis Moreira, o se preferite Ronaldinho.

Potrei parlare di lui raccontando i suoi numerosissimi trofei di squadra o personali, delle sue giocate delicate come il miele, delle meraviglie circensi con la palla in aria, della sua classe cristallina ma no, sarebbe troppo facile. Perché la sua storia calcistica si può sintetizzare benissimo in una sola data: 19 Novembre 2005.

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Ronaldinho in azione contro il Real Madrid nel 2005

Era il giorno del Clásico di Spagna: Real Madrid contro Barcellona, Frank Rijkaard contro Vanderlei Luxemburgo, i Galacticos contro una squadra in consolidamento che in quegli anni gettava le basi per i futuri successi, al Santiago Bernabéu. Il Real di quegli anni era composto da grandi stelle, Zidanes y Pavones fu l’espressione coniata dal presidente Florentino Pérez, con un grande talento ma con poca abnegazione al sacrificio e al gioco di squadra.

Infatti, nonostante gli enormi sforzi economici del presidente e gli acquisti roboanti, il titolo di campioni di Spagna arrivò soltanto una volta. Quella sera Ronaldinho saluta i suoi connazionali e amici, in particolare Ronaldo, con un lungo e significativo abbraccio.

La partita inizia ma lui parte male sbagliando alcuni passaggi e stop, suscitando l’ilarità dei tifosi di casa che si prendono gioco di lui. Ma lui risponde alla Dinho: col sorriso sulle labbra. I minuti passano e i blaugrana corrono il doppio dei loro avversari, calcano egregiamente il manto erboso del Santiago Bernabéu e così arriva il gol di Samuel Eto’o, su un preciso assist di un giovanissimo Leo Messi che indossa ancora la maglia numero 30.

Ronaldinho ha provato una sola giocata, in verticale, proprio verso il camerunense; fino a quel momento ma non è andata a buon fine, ma poi si accende improvvisamente: lo serve Deco, riceve il pallone sulla linea di centrocampo, punta dritto Sergio Ramos e lo supera mettendolo a sedere, continua a correre, ci sarebbe pure Iván Helguera ma a lui non importa perché con un rapido movimento del bacino lo porta dall’altra parte e col destro lascia impietrito Iker Casillas fulminandolo sul suo palo.

È due a zero. Ma non basta, perché la sua partita è appena iniziata: sempre un assist di Deco, ancora una volta il difensore andaluso che gli va incontro e ancora una volta lo salta, stavolta con un doppio passo, poi si allunga il pallone, lo brucia in velocità, un leggero colpo col destro e tac: sotto le gambe di Casillas e la rete si gonfia per la seconda volta in pochi minuti. Esulta, chiama a sé i compagni: è la sua festa, è un trionfo, è il trionfo di Ronaldinho. Col sorriso sulle labbra.

Mi soffermo, come spesso mi capita, a guardare i vinti, come avrebbe fatto il buon Virgilio: l’espressione del grande portiere dei Blancos, Iker Casillas, e il suo “no” ripetuto con la testa vogliono dire che quello lì è troppo forte per chiunque. Non si può fermare. E in certe occasioni l’unica cosa da fare è rassegnarsi ed accettare la sconfitta.

E poi succede quello che nessuno poteva neanche lontanamente immaginarsi: il Santiago Bernabéu applaude all’unanimità quel giocatore. Sul serio? Quello stadio che è l’emblema monarchico del Real Madrid, del Re di Spagna, della contrapposizione all’indipendenza della Catalogna e di tutto ciò che è anti-blaugrana, che applaude a scena aperta un giocatore del Barcellona? Sì. Un tributo che viene concesso solo ai grandi campioni: Maradona venti anni prima, Del Piero una decina di anni orsono e Totti nell’immediato passato

(Reuters/Felix Ordonez)

L’esultanza di Ronaldinho al secondo gol (Reuters/Felix Ordonez)

La cosa che più colpisce e piace di questo Gaucho è l’incredibile gioia nel giocare a calcio, il divertimento anche quando arriva la sconfitta, il sorriso anche se si viene espulsi, e gli capiterà ingiustamente contro l’Inghilterra ai Mondiali del 2002, poco dopo l’ennesima perla maligna che mette in ridicolo Seaman su un calcio di punizione dalla lunghissima distanza.

Oggi quel fenomeno con le treccine compie 36 anni. È attualmente svincolato dopo la breve parentesi con la maglia della Fluminense e i tempi d’oro di Barcellona sono ormai un ricordo lontano e romantico. Tuttavia, ancora oggi mi rimane un’unica convinzione: nessuno è riuscito, come lui, nell’incarnare con naturalezza l’ideale di felicità che si prova a calciare un pallone, a rincorrerlo, persino a ciccarlo.

Feliz Aniversário, Gaucho.