“The vision of a champion is bent over, drenched in sweat, at the point of exhaustion, when nobody else is looking”. (Mia Hamm)

Mia Hamm sta al calcio femminile come Michael Jordan alla pallacanestro. Che sia stata la più grande calciatrice della storia non è mai stato troppo in discussione, e d’altronde 2 Mondiali vinti, 2 Olimpiadi, 2 Palloni d’oro e l’inclusione nella classifica della FIFA dei 100 migliori giocatori di sempre (sono solo due le donne) sono lì a testimoniarlo. Non bastasse, la sua silhouette ha ispirato il logo della defunta lega calcistica WPS, mentre la sua figura ha ispirato nientemeno che una Barbie, l’iconica bambola molto in voga fino agli anni duemila.

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Supporters di Trump in Alabama (2016)

Eppure, niente è stato facile nella sua vita. Mariel Margaret Hamm nasce a Selma, in Alabama, nel 1972. Non un posto a caso, visto che solo 7 anni prima la cittadina era stata l’epicentro della lotta per i diritti civili del Reverendo Martin Luther King Jr. E in effetti, la cittadina tutt’oggi fa pensare ai suoi abitanti come ai tipici bianchi sudisti e tendenzialmente xenofobi: dei redneck; cosa che pare confermata da un recente sondaggio, nel quale è emerso come ben il 79% degli abitanti di Selma e della vicina Montgomery sia disposto a votare per il candidato Repubblicano Donald Trump.

Ad ogni modo, il padre di Mia era un militare; motivo per cui la quarta dei sei figli di Bill e Stephanie Hamm cresce all’interno di una base americana dell’Air Force. Come se non bastasse, il padre viene spesso spostato e dislocato in giro per il mondo, per cui Mia e fratelli crescono tra il Texas (San Antonio), la Florida e l’Italia. Più precisamente a Camp Darby, base americana situata alle porte di Livorno. Per comodità, mamma e figli decidono di vivere nella vicina Firenze; ed è proprio nel capoluogo della Toscana che Mia comincia a dare i primi calci ad un pallone.

Non che fosse facile, per una nata con la sindrome del piede equino, una malformazione congenita in cui il piede è piegato verso l’interno e il basso che – se non corretta sin dall’infanzia – rischia di azzoppare una persona per sempre. Per Mia la terapia consiste in tre operazioni d’allungamento del tendine d’achille, di tantissima fisioterapia e di scarpe correttive da portare 24 ore al giorno, da lei sempre definite come: “Un totale incubo: erano dolorosissime, soprattutto la mattina presto”.

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La Soccer-Barbie ispirata a Mia Hamm

La figura di riferimento è da sempre il fratello maggiore Garreth, colui che l’ha spinta a perseverare nel calcio e vero appassionato della famiglia. Colui che le sta più vicino di tutti quando la vita famigliare viene sconvolta da un terribile choc: il piccolo di casa che muore per una malattia congenita del sangue. E sarà sempre una malattia del sangue, più precisamente l’anemia plastica, a portarle via il figlio adottivo nel 1997. Evento che la spinge a istituire una propria fondazione per la lotta alle malattie rare congenite.

L’anno magico – sportivamente parlando – per Mia è il 1987: dopo una stratosferica stagione con la squadra femminile di soccer della Notre Dame Catholic High School (sempre in Texas), Mia viene convocata per la prima volta dalla Nazionale maggiore degli Stati Uniti. Ad appena 15 anni d’età. Un record fantastico, anche in una nazione calcisticamente arretrata com’era quella a stelle e strisce, che la fa balzare agli onori della cronaca Nazionale.

Logico pensare che le attenzioni eccessive di media (viene pure invitata, ma non accetta di prenderne parte, al leggendario Saturday Night Live) avrebbero potuto farne naufragare la carriera; e invece, Mia pare essere nata per stare al centro dei riflettori. Sempre garbata, modesta ma al tempo stesso sicura di sé e determinata. Insomma, la vita l’ha già messa a durissima prova, ma senza mandarla davvero al tappeto.

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Mia Hamm a North Carolina

Nel 1989 le viene offerta una prestigiosa borsa di studio per meriti sportivi dalla North Carolina University. Manco a farlo apposta, l’università che fino a soli 5 anni prima era stata la casa di un certo Michael Jeffrey Jordan, che non penso abbia bisogno di molte presentazioni. In quattro anni con i Tar Heels perde solo una partita, segna 103 reti (con 72 assist) e vince tre campionati NCAA di fila, venendo regolarmente eletta miglior giocatrice del Torneo.

“You can’t just beat a team, you have to leave a lasting impression in their minds so they never want to see you again”. (Mia Hamm a 17 anni)

Nel frattempo, continua a far parte in pianta stabile della Nazionale statunitense, dove diventa sempre più protagonista: ad appena 21 anni d’età, Mia è già una giocatrice famosa, stimata e seguita ciecamente anche dalle compagne più esperte. Il difficile però deve ancora arrivare: negli Stati Uniti, sostanzialmente, fino al 2001 non esisterà una vera e propria Lega professionistica. Motivo per il quale al momento del ritiro Mia conta solo 3 campionati ufficiali da professionista.

In 8 anni di dilettantismo Mia segna la bellezza di 312 gol in 285 partite ufficiali; una media monstre di oltre un gol a partita. E poi, naturalmente, gioca in Nazionale. O meglio, giocare è riduttivo: con lei al centro dell’attacco, gli Stati Uniti dominano senza appello. Quando chiude la carriera dopo le Olimpiadi (vinte) di Atene 2004, Mia conta nel palmares un’altra Olimpiade (Atlanta ’96) e ben due titoli Mondiali.

Sfilare con la stars ‘n stripes durante la cerimonia di chiusura è infine la ciliegina sulla torta di una carriera in Nazionale da 158 gol in meno di 300 partite, che l’ha consegnata ai miti dello sport come centravanti dalla straordinaria rapidità d’esecuzione e dalle infinite soluzioni sotto porta. Sposata con una stella del baseball, Mia negli anni è apparsa più di ogni altra atleta professionista donna nei live show, sfruttando il talento ma anche quel sorriso genuino in grado di mettere a proprio agio le persone e che ne ha fatto la classica ragazza acqua e sapone che tutte le madri vedrebbero bene accompagnarsi al proprio figlio.

Mia è tuttora conosciutissima negli States, nonché un’icona per tutte le giocatrici del pianeta-soccer Usa, che finalmente dopo anni di patemi pare aver trovato una stabilità insperata ai tempi in cui giocava Mia. Che vanta “camei” ne i Simpsons e i Griffin, ma soprattutto due Palloni d’oro, quattro titoli di “atleta femminile più influente” (secondo la Women’s Sports Foundation) e un’incoronazione del Washington Post, che nel 2000 ha definito la record-woman come l’atleta femminile più influente di sempre.

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La famiglia Hamm al completo, 2013

Già membro della Hall of Fame, Mia negli anni ha scatenato lo stesso dibattito che recentemente ha accompagnato le prestazioni di Serena Williams nel tennis: può una donna competere con gli uomini? Se nel caso della Serena nazionale una controprova c’è (negativa: perse un exhibition match piuttosto nettamente contro un uomo posto oltre la 200a posizione del ranking ATP), purtroppo per Mia quest’opportunità non si è mai presentata.

Ad ogni modo, rimane tutt’oggi l’impersonificazione di quel processo di crescita e successiva affermazione tra difficoltà, cadute e una feroce voglia di emergere lasciando un segno: un vero tòpos della narrazione sportiva statunitense; un modello in patria – sportivo e non – da prendere a riferimento.

“Essere donna l’ho sempre considerato un fatto positivo, un vantaggio, una sfida gioiosa e aggressiva. Che cosa c’è da invidiare agli uomini? Tutto quello che fanno lo posso fare anch’io. E in più posso fare anche un figlio”. (Joyce Lussu Salvadori).