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Le guglie della Sagrada Familia svettano maestose sulla città, ancora dormiente. La Rambla è deserta, stranamente silenziosa. La Pedrera, Casa Battlò, Casa Milà e il Parc Güell saranno assediate dai turisti solo tra diverse ore. L’atmosfera è quasi surreale.

Sembra di non essere a Barcellona. L’unico luogo dove c’è già qualcuno è La Boqueria, il mercato storico della città. Qui potete trovare la migliore frutta della Catalogna, vitaminici frullati à-la page, street food e piatti come la paella o dolci tipici come i churros. Spuntano colori ovunque vi giriate: è un paradiso kitsch per gli occhi, un po’ meno per le tasche.

Tra i vari banchi mi colpisce un uomo anziano che sta sistemando la frutta insieme al figlio, indossa una casacca bianco-blu con la scritta “Eterno Capitán” col numero 21 stampato sopra. Si volta verso di me, con uno sguardo a metà fra lo sconsolato e lo stanco, e indica con orgoglio lo stemma cucito sulla sua maglia: RCD Espanyol de Barcelona. Dal 1900 gli eterni secondi di Barcellona, dopo gli odiati cugini blaugrana.

Un’istantanea del mercato “La Boqueria” nel 1874

Se provate ad inoltrarvi tra le vie del centro o a spingervi più lontano magari nel Barrio Gotico, vedrete solo la bandiera dei vincitori. Solo BarçaMés que un club. Ovunque. Il Barcellona è per molti la squadra cittadina. Per molti, ma non per tutti. Tra coloro che hanno scelto di schierarsi dalla parte “sbagliata” c’è anche Pedro, il fruttivendolo che ho conosciuto. Mi spiega che abita dalle parti di Torrelles de Llobregat, un tranquillo paesino di montagna appena fuori Barcellona, ed è contadino come lo era suo padre prima di lui e il padre del padre.

È una tradizione familiare che va avanti, insomma. Proprio come la sua fede calcistica per l’Espanyol, che condivide col figlio Thomas, non un nome tipicamente spagnolo, verrebbe da pensare. Pedro conferma il mio sospetto affermando che il figlio si chiama così per il suo idolo sportivo: Thomas N’Kono. Il portiere dell’Espanyol della finale della Coppa UEFA 1988 e di quel sorprendente Camerun che si fermò ai quarti nel Mondiale italiano del ’90. Un personaggio, umano e sportivo, che meriterebbe un racconto a sé.

Fu il primo interprete di colore nel suo ruolo ad arrivare in Europa, nel 1982. Proprio in quel di Barcellona, che lascerà dopo un decennio per poi farci ritorno, visto che oggi è il preparatore dei portieri dei bianco-blu. Quando non lavora nei campi o vende i suoi prodotti alla Boqueria, Pedro si dedica alla famiglia e va allo stadio insieme al figlio Thomas. Prima c’era il Sarrià nell’Avinguda Diagonal, poi quando quest’ultimo è stato demolito si sono spostati nello stadio delle Olimpiadi del 1992 – il Montjuïc – e infine nel nuovissimo Cornellà-El Prat, inaugurato nel 2009. La nuova casa dell’Espanyol.

Non sarà ai livelli del Camp Nou, non sarà maestoso e leggendario come lo stadio del Barça, ma a noi va benissimo così com’è.

Tra gli spalti di Hampden Park per la finale.

Tra gli spalti di Hampden Park per la finale

16 Maggio 2007. Hampden Park, Glasgow, Scozia.
Il tempo è un concetto estremamente difficile da spiegare quando sei sotto di un gol in una finale di coppa europea e mancano pochi minuti alla fine del secondo tempo supplementare: il suo procedere è ineluttabile e inafferrabile. Il pallone viene sparato su senza troppi calcoli, gravita sulla testa di Walter Pandiani, el Rifle, il centravanti dell’Espanyol, e poi rimbalza sui piedi di Luis García.

Un rapidissimo sguardo alla sua destra e appoggio per il compagno Jônatas che sbuca a rimorchio dalla trequarti. È un attimo: il numero 16 scaglia una violenta botta di mezzo esterno in porta, la traiettoria è bassa, imprevedibile e sorprende il portiere avversario. È il 2-2, al 116° della finale di Coppa UEFA.

L’Espanyol, in 10 uomini dall’inizio del secondo tempo regolamentare, ha raggiunto per la seconda volta il Siviglia in una partita che non ha più nulla di logico: gli andalusi avevano dominato lungo l’arco dei 120 minuti meritando di sollevare la coppa, ma la tenacia dei bianco-blu di Barcellona aveva resistito agli assalti avversari. Un’impresa che profuma di storia, proprio nella terra di Braveheart.

L'esultanza di Jonatas dopo aver realizzato il 2-2. (Getty Images)

L’esultanza di Jonatas dopo aver realizzato il 2-2. (Getty Images)

E pensare che dopo un quarto d’ora di partita il Siviglia era andato in vantaggio grazie al gol del terzino Adriano, su un bizzarro rilancio lunghissimo, con le mani, del portiere Palop, che aveva sorpreso i catalani in contropiede. Il pareggio era arrivato di lì a poco con Riera che aveva letteralmente umiliato Dani Alves, che l’anno dopo sarebbe sbarcato sulla sponda blaugrana di Barcellona. I tempi regolamentari non erano bastati a decretare il vincitore e, dopo un’iniziale fase di stallo, il Siviglia si era riportato avanti con la ravvicinata zampata del gigante Kanouté sulla geniale invenzione di Jesús Navas dalla destra.

E poi quella bomba sparata dal Signor Nessuno che aveva riportato il match in parità, per l’ennesima volta, e regalato i calci di rigore della speranza all’Espanyol, ormai rinvigorito da quel gol in zona Cesarini. Tutti erano in piedi per quei giocatori in maglia bianco-blu e intonavano cori per loro: tutta Glasgow era dalla parte dell’Espanyol di Ernesto Valverde.

La decisiva parata di Palop che consegna la Coppa UEFA a suo Siviglia(Photo by Shaun Botterill/Getty Images)

La decisiva parata di Palop che consegna la Coppa UEFA al suo Siviglia (Getty Images)

Lui, che era in campo anche nell’andata della finale di Coppa UEFA 1988 contro il Bayer Leverkusen, vinta dagli spagnoli con un secco 3-0. Lui, che era rimasto lì con la mente visto che il ritorno, quel maledetto ritorno nella città delle Aspirine, non l’aveva potuto giocare: aveva assistito da spettatore alla rimonta dei tedeschi e all’incredibile occasione mancata dalla sua squadra. Se la storia è maestra di vita, allora Ernesto avrebbe dovuto sapere come prevalere sugli avversari, rimontare come aveva fatto contro il Leverkusen ma stavolta trionfare in quel di Glasgow.

E allora spiegami perché, Pedro, avete perso quella finale? Perché Palop ha parato addirittura tre rigori su quattro? Perché anche il viso dell’’Eterno Cápitan’ Dani Jarque non era sorridente come al solito ma pieno di lacrime? Perché quella sera il sogno è rimasto a metà?

La delusione sul volto dei tifosi dell'Espanyol al fischio finale.

La delusione dei tifosi dell’Espanyol al fischio finale. (Getty Images)

Probabilmente non lo sa nessuno, Pedro, ma alla fine va bene così: si può essere orgogliosi anche perdendo, se si ha la consapevolezza dell’impegno profuso per arrivare a pochissimi centimetri dalla meta. Forse si può essere pure felici se si è abituati ad essere gli eterni secondi, soffocati dall’opprimente “Més que un club” e relegati al ruolo di comparsa all’ombra del glorioso e cannibale Barcellona.

L’attesa del piacere è essa stessa il piacere, vero Pedro? Forse un giorno l’Espanyol riuscirà a trionfare e imporrà la propria voce sui cugini potenti e vincenti, ma prima di allora il popolo bianco-blu continuerà a rimanere orgoglioso di essere l’eterno sconfitto. Il figlio di un Dio minore.

Perché non dev’essere semplice vivere una passione soffocata dal frastuono di una super-potenza, con la consapevolezza di portarsi dietro quell’aria disillusa da eterni antieroi di provincia. O più semplicemente, non dev’essere facile essere gli altri di Barcellona.