Reeperbahn, primi anni ’80. Un punk dall’aria trasandata, con tanto di cresta colorata e pesante giubbotto di pelle con borchie e spallini, si blocca in mezzo alla strada in attesa d’incontrare uno squatter biondo davanti all’entrata del Kaiserkeller: un locale simbolo, adagiato a due passi dall’uscita della U-bahn. È un club underground indipendente, nato nel 1959 e che nel 1960 ha dato l’opportunità di esibirsi live a quattro giovanissimi ragazzi di Liverpool con una primordiale forma di contratto da guest band.

Un luogo che nel caos anarcoide del distretto di St. Pauli si è consegnato alla storia come fondamentale trampolino di lancio per la più popolare band della storia: i Beatles. Ma se il periodo di formazione dei Fab Four nel distretto a luci rosse di Amburgo è storia nota ed emblema di una nuova epoca in arrivo – gli anni ’60 del rock e dell’indipendenza giovanile – alla fine del decennio successivo, sulla Reeperbahn, avviene un salto di qualità concettuale che abbraccia musica punk, occupazioni di immobili, anarchia come ideale di vita e calcio.

In questa stagione di violente fratture ideologiche e culturali, il simbolo di una società in fermento stavolta non è da ricercare in una nuova band o in un libro, né in un film o in un’architettura, ma in un ruolo calcistico diverso dagli altri per sua stessa natura: quello del portiere. O meglio, il portiere del St. Pauli: Volker Ippig. Quintessenza di un’epoca controcorrente.

Perché questa non è la storia di una carriera normale. O almeno non è una storia a cui assoceremmo il calcio, figurarsi quello professionista. E invece, tra locali underground, figure improbabili, occupazioni di magazzini portuali in disuso e dichiarazioni degne di un manifesto programmatico dell’ideale di vita squatter, ci troviamo nel cuore pulsante di Amburgo, in quel sottile pezzo di terra a ridosso del mare del Nord; il quartiere di St. Pauli, con la sua triade inscindibile: stadio, squadra e una forma di socialità ribelle.

Un luogo dove tutto si mischia e si confonde, fino a regalare un senso più ampio ai concetti stessi di città e sport. Volker Ippig è un giovane e promettente calciatore, di ruolo fa il portiere del St. Pauli eppure si trova in pieno giorno davanti a quel locale sulla Reeperbahn in attesa d’incontrare uno dei tanti punk che animano il quartiere: c’è da decidere cosa fare con uno dei blocchi abbandonati lungo la strada che scende verso il porto. È una piccola area urbana che fa da cuscinetto tra le luci al neon della Reeperbahn e il buio del porto.

È stata abbandonata da poco, anticipando quel processo che porterà in futuro alla più grande opera di recupero urbano del mondo, quella di HafenCity: degli enormi magazzini portuali di mattoni costruiti in fila, a perdita d’occhio, sulle rive del mare. Occupare o no quel blocco di palazzi dal profilo razionale?

Ippig, come detto, dovrebbe difendere la porta del St. Pauli, ma nel caos anarchico della Amburgo di inizio anni ’80 capita che il ruolo si spinga un po’ oltre il semplice giocare a calcio. Soprattutto se vivi da anni come uno squatter. Portiere titolare di un club di Serie B e squatter: è la vita di Volker.

(credits: 11freunde.de)

(credits: 11freunde.de)

La scelta di Ippig non è soltanto questione di look con tanto di taglio mohawk o di eccentricità, che in lui abbonda, ma di rappresentanza di una parte di città e società. Il numero 1 del St. Pauli rivendica orgogliosamente la vita da squatter perché è la via per farsi carico di qualcosa di più grande: un collettore di istanze e rivendicazioni.

“È semplice: ero stanco di giocare a calcio e basta. In quel periodo, St. Pauli significava molto di più.”

Un simbolo della controcultura lievitata all’interno dell’humus portuale di Amburgo, tra bordelli e peep-show a perdita d’occhio, ribellione allo status quo, liberalizzazione delle droghe leggere, musica dal sapore sovversivo sparata velocemente su pochi accordi e una serpeggiante anarchia che necessita di un catalizzatore per consolidarsi in modello sociale su vasta scala. Volker Ippig sta al calcio tedesco dell’epoca come Joe Strummer alla Londra del punk del biennio ’77-’78. Sono entrambi antieroi: sporchi, bizzarri e liberi.

Ippig, insieme agli squatter e ai punk che affollano la Reeperbahn, decide di prendere parte all’occupazione di quei palazzi dismessi in Hafenstraβe, aprendo le porte ad una comunità tuttora viva e vitale, anche se con numeri decisamente ridotti. Dormirà in quei palazzi per anni, condividendo tutto: dagli orti comuni – pratica ancora in uso per le strade di St. Pauli – agli eventi artistici di varia natura che gravitano attorno ai muri colorati di quel viale. Fino alle istanze prettamente politiche: dal rifiuto di ogni forma di razzismo ed omofobia alla stesura dello statuto del suo club, il St. Pauli FC.

Eppure, quel portiere dall’aria scapigliata e dal presente in bilico fra professionismo sportivo e assemblee politiche permanenti è sbarcato in città da pochi anni. Lui, che è originario di Lensahn, un centro sperduto a 100 chilometri da Amburgo, uno di quei villaggi nordeuropei dove la vita scorre silenziosa, immersa nel verde e nella nebbia. Ma il trasferimento in quel caotico quartiere della città-stato di Amburgo funge da detonatore, sia da un punto di vista sportivo che, soprattutto, ideologico. Nel 1981, a 19 anni, entra a far parte in pianta stabile del St. Pauli, inizialmente come secondo portiere ma ben presto diventa il titolare.

Un dettaglio della Reeperbahn di notte

È un portiere di buon livello, esplosivo, e l’età è dalla sua, ma l’essenza tecnica in questa singolare storia per una volta è elemento accessorio. Infatti rifiuta ogni tipo d’interessamento esterno paventato negli anni da altre società tedesche e, anzi, in pochi anni assurge a simbolo del club: è un santino iconografico per i pirati del Millerntor che affollano le gradinate e interagiscono attivamente con i propri calciatori, Volker in primis. Perché il St. Pauli del periodo è un vero laboratorio di idee a cielo aperto: un elemento destabilizzante per un campionato irregimentato come la Bundesliga 2.

Ippig è portiere e leader carismatico di una squadra tecnicamente modesta, condannata ab aeterno ad oscillare fra la terza e la seconda divisione, a parte qualche sparuta presenza in Bundes. Ma allo stesso tempo è l’icona punk di una società unica per radicamento col territorio, valori diffusi, partecipazione attiva del tifo nelle questioni societarie e numeri. Perché la squadra che ha adottato il Jolly Roger come effige può contare su migliaia di supporter sparsi in tutta Europa e su uno stadio costantemente pieno di pubblico.

Ma ad Ippig tutto questo non basta. Perché vede la professione – e i suoi innegabili vantaggi – come un mezzo per portare avanti qualcos’altro: recita il ruolo in funzione di un messaggio universale. È schierato. E radicale. Come quando decide, per due volte, d’interrompere bruscamente la sua carriera e lasciare un enorme vuoto fra i pali del Millerntor: la prima volta, disgustato dall’immobilismo del mondo pallonaro, decide di andare a lavorare in un asilo per bambini disabili. Senza preavviso o discussioni. Una scelta tranchant, per quanto nobile.

“Non sono mai stato l’ideologo che mi facevano sembrare, sono più un libero pensatore.”

La seconda occasione in cui interrompe la sua carriera calcistica è forse ancora più significativa: chiede una sospensione temporanea ai dirigenti del club, che gli viene accordata, imbocca il terminal partenze dell’aeroporto cittadino e s’imbarca su un volo intercontinentale. Direzione: Nicaragua. È il 1984, la stagione rivoluzionaria dei Sandinisti è ancora in fase di consolidamento con le elezioni nazionali alle porte.

Se Joe Strummer e compagni gli avevano dedicato il loro ultimo, contaminatissimo triplo LP – Sandinista! – Ippig fa di più: partecipa in prima persona alla fragile ricostruzione del paese ibero-americano mettendosi a disposizione come manovale per la costruzione di una scuola primaria e stringendo contatti con la comunità sandinista. La Chiamata, stavolta, sorte il suo effetto e viene recepita da Volker.

Il periodo in Nicaragua è l’ennesima tappa formativa di quello che per la stampa tedesca muta ne “il più leggendario di tutti i calciatori schierati”. Rientrato ad Amburgo dopo sei mesi, riprende il suo posto in porta e nel cuore del quartiere. È ormai una celebrità per difetto: guadagna poco, condivide tutto, si taglia i lunghi capelli biondi con delle forbici da unghie e fa del calcio il suo personale megafono. Ben più incisivo, potente ed universale di qualsiasi assemblea o manifestazione di piazza.

Fa proseliti tra i giovani e il fenomeno St. Pauli accresce in fama e popolarità, grazie anche a quello strambo numero 1 che sembra uscito da un libro di Carlos Castaneda. Uno di quelli dove si inneggia agli insegnamenti sciamanici dello stregone meso-americano Don Juan. Ippig, infatti, in questo periodo new-age si appassiona alla medicina alternativa e ai riti sciamanici, arrivando addirittura a costruirsi pezzo su pezzo un piccolo cottage in campagna dove ritirarsi la sera per leggere libri e accendere un falò.

La sua vita fuori dagli schemi va avanti senza interruzioni fino al 1991. Quell’anno, durante una partita di fine stagione, perde l’elemento fondante di ciò che è potuto diventare: il calcio. Su di un’uscita spericolata in area cade male a terra e il dolore è lancinante: frattura della dodicesima vertebra. Ha 29 anni, potrebbe ancora continuare data la longevità del ruolo, ma preferisce dire stop al calcio giocato.

Il St. Pauli perde così il suo stregone sandinista. Ma Volker Ippig continua a lavorare nel mondo del calcio, prima come allenatore dei portieri del club, poi come allenatore di una squadra di quarta divisione.

Ma non funziona. Tanto carismatico fra i pali e nel dirigere i compagni, quanto poco comunicatore e ancor meno incline alla delicata gestione di uno spogliatoio fuori dalla particolare comfort zone del Millerntor.

Come testimonia una grottesca esperienza di un mese agli ordini di Felix Magath, nel 2007, quando viene chiamato in qualità di allenatore dei portieri del Wolfsburg ma si rifiuta di lavorare più di tre giorni a settimana. Un bislacco caso di professionista ultra part-time, che infatti viene cacciato a calci dal club della Volkswagen.

Insomma, gli anni passano e Ippig decide, stavolta definitivamente, di abbandonare il mondo del calcio. Si stacca completamente dalla galassia professionale del pallone tedesco alla sua maniera: cerca e trova lavoro al porto di Amburgo. Quell’enorme concentrato di container, gru, canali e bracci meccanici a perdita d’occhio.

La zona container del porto di Amburgo

Ancora oggi è su quelle banchine. Lavora dapprima con un contratto a chiamata, poi viene definitivamente assunto dalla compagnia di gestione dei container del secondo porto d’Europa: scarica la merce per mesi, fino a diventare responsabile del corretto posizionamento dei carichi in arrivo.

E anche se non sembra, la Reeperbahn e il Millerntor distano appena un paio di chilometri da quel muro impressionante di contenitori colorati, ammassati con perizia uno sopra l’altro, seguendo le indicazioni di Volker. Non deve essere complicato dirigere quelle gru. Almeno per qualcuno che per un decennio è stato guardiano di una porta, e di un’intera rivolta.