Mauricio Pinilla è un calciatore folle. Un uomo folle. Tanto da tatuarsi, sulla schiena, casomai gli passasse di mente, la più grande beffa della sua carriera. Un destino che per pochi centimetri gli ha negato l’opportunità di diventare leggenda, ricacciandolo pochi minuti dopo nell’abisso di un mediocre anonimato. Uno psicodramma che avrebbe quantomeno destabilizzato qualsiasi essere umano. Ma non lui.

Mauricio Pinilla è un what if vivente, uno che con l’altalena della vita ci convive da sempre, e per questo ha deciso di portarsi dietro, marchiato sulla pelle, quello che sarebbe potuto essere il coronamento di una carriera. E che invece non lo è stato. Ma per lui non fa differenza: sfiorare la gloria, assaporarne il profumo anche solo per un maledetto istante, è comunque un traguardo, per chi ha vissuto momenti bui, per chi ha preso una strada tortuosa e insicura verso il successo. Mauricio Pinilla verrà, forse, ricordato per ciò che non è stato, ma a lui sta bene così.

“Il modo in cui Pinilla ha sbattuto sullo stipite della porta della Storia”

Il tamarro di Santiago, con quella chioma impomatata e qualche lembo di pelle ancora visibile tra i tatuaggi, poteva essere un eroe nazionale, l’uomo che umiliò il Brasile a casa propria, sessantaquattro anni dopo Ghiggia, Schiaffino, Varela e il glorioso Uruguay del Maracanazo. E invece si è visto sbattere in faccia il più classico dei “si prega di ripassare”.

Perché Mauricio Pinilla è a tutti gli effetti un incompiuto. Emblema delle infinite sliding doors della vita. Uomo da tutto o niente. Nessun compromesso, nessuna mediazione. Poteva essere tutto, quando a vent’anni, con l’etichetta del predestinato e quel nome da torero, fu ingaggiato dall’Inter su suggerimento di uno che di centravanti per forza di cose doveva intendersene: Ivan Zamorano. Con quel fisico e quella tecnica era destinato a diventare una stella di prima grandezza delle aree di rigore. Potenza, acrobazia, istinto. Doti che solitamente distinguono chi può da chi non può. Ma evidentemente lui ancora non poteva.

E pensare che in patria veniva considerato senza alcun tipo di remora, l’unico in grado di raccogliere la pesante eredità lasciata da Salas e l’1+8 più celebre di sempre.

Pinigol, a meno di vent’anni, diventò perfino protagonista di una serie prodotta da Cartoon Network, tanta era l’attenzione mediatica nei suoi confronti. Il rappresentante cileno, corrispettivo di Roberto Carlos e Andres D’Alessandro, scelti per le versioni brasiliana e argentina.

Per i cinque-sei anni successivi, però, Pinilla è stato niente. Dopo la breve parentesi totalmente ininfluente al Chievo, ha girovagato tra Spagna, Portogallo, Scozia e Brasile. Cipro, addirittura, dove faceva coppia – nelle rare apparizioni tra un infortunio e l’altro – con Haruna Babangida, fratello del più celebre e leggendario Tijjani.

Si era perso come un Ulisse molto meno accorto nel non farsi ammaliare dal canto delle sirene. Un carattere irruento e fragile allo stesso tempo. Donne, liti, alcol e disintossicazione, l’ombra della depressione ma soprattutto, tanti infortuni. Questo era diventato. Sperso nei sentieri più bui del calcio professionistico. Il centravanti che era in lui è stato ucciso verso sera e il pallone era diventato solo un contorno, utile, forse, a distrarsi dalle proprie follie.

epa04287823 Brazil's goalkeeper Julio Cesar (L) savees the penalty from Chile's Mauricio Pinilla (R) during the penalty shoot out during the FIFA World Cup 2014 round of 16 match between Brazil and Chile at the Estadio Mineirao in Belo Horizonte, Brazil, 28 June 2014. (RESTRICTIONS APPLY: Editorial Use Only, not used in association with any commercial entity - Images must not be used in any form of alert service or push service of any kind including via mobile alert services, downloads to mobile devices or MMS messaging - Images must appear as still images and must not emulate match action video footage - No alteration is made to, and no text or image is superimposed over, any published image which: (a) intentionally obscures or removes a sponsor identification image; or (b) adds or overlays the commercial identification of any third party which is not officially associated with the FIFA World Cup) EPA/FELIPE TRUEBA EDITORIAL USE ONLY

Memorabile la rissa con il compagno di nazionale Luis Jiménez, dopo che la macchina della moglie dell’ex Ternana era stata avvistata sotto casa di Mauricio, mentre il mago era in ritiro in Giamaica con la Roja. “L’avevo prestata a mio fratello” si giustificò lei. “Stavo guardando un VHS: Il re leone” provò a discolparsi lui. E in effetti come Simba doveva sentirsi, almeno un po’: l’erede al trono, esiliato lontano dal suo regno, in cui tutti lo credono morto.

“La domanda è… Chi sei tu?”
“Credevo di saperlo. Ora non ne sono più tanto sicuro.” (Dialogo tra Rafiki e, presumibilmente, Pinilla)

Da Pinigol a Pinigel il passo era stato breve, e fin troppo brusco. Sorvolando sull’ancora meno lusinghiero Piniron (quello venduto nei peggiori bar di Santiago, per intendersi). L’ennesimo caso di talento sperperato in nome di un edonismo, a tratti quasi nichilista – di cui Adriano ne è l’esempio paradigmatico – che finisce per distruggere quel futuro radioso che sembrava assolutamente alla portata.

Non sarebbe stato né il primo né l’ultimo, di gente che non ha saputo tener fede alle aspettative ne è piena la storia, e come con gli altri ce ne saremmo fatti una ragione. Non senza quel pizzico di rammarico e impotenza che si prova di fronte ad un talento gettato via.

Ma nel mondo di Mauricio nulla è scontato e quando il copione sembra portare al più logico dei finali, il colpo di scena non si fa attendere.

Nel 2009, infatti, cambia tutto. Pinilla, a sorpresa, torna ad essere quel giocatore che avrebbe dovuto essere e che fin lì non era stato, neanche per un istante. A Grosseto segna 24 gol in 24 partite, prima di chiudere anticipatamente la stagione per il solito infortunio: il doppio di quanti ne avesse messi a segno nella sua intera carriera, se si escludono gli esordi scoppiettanti in Cile.

Si ricorda di essere, soprattutto, un giocatore. Torna a riassaporare il profumo dell’erba su campi importanti e nonostante l’ottima annata toscana in Serie B – “un campionato con il quale lui c’entra poco“, dirà il compagno Carobbio – non gli valga la convocazione in Sudafrica, l’estate successiva torna in Serie A. A Palermo. Poi Cagliari e Genoa. Diventa un onesto mestierante delle aree di rigore, va in doppia cifra soltanto una volta (10 gol tra Palermo e Cagliari nel 2012) ma è un giocatore ritrovato.

“Sono il calciatore che sognavo di essere.”

Alle notti movimentate ha sostituito le più rilassanti e salutari battute di pesca, in compagnia dell’amico fraterno Radja Nainggolan.

Non è il Pinilla che poteva essere, ma neanche l’oggetto misterioso che era diventato. Non è tutto e non è niente. E’ una via di mezzo, per la prima volta nella propria vita e nella propria carriera. Ma questa mediocrità, evidentemente non fa per lui. Decide di fare a modo suo. Vuole essere ricordato, nel bene o nel male non importa.

Genoa+CFC+v+SSC+Napoli+Serie+A+yC0iU8OQJcsl

Dopo mezza stagione soddisfacente al Genoa, passa all’Atalanta, diventando con sei gol in quattordici partite il salvatore della patria. Ma non sono tanto le cifre quanto i momenti, i gesti tecnici, a far risaltare il bomber cileno, che torna ad essere un uomo copertina. Basta mediocrità. Non sarò mai un bomber da doppia cifra, ma neanche una promessa non mantenuta, sembra voler gridare al mondo. Provate a fare quello che faccio io. Provateci, poi ne riparliamo.

Quello che fa lui, come nessuno, è segnare in rovesciata, con una naturalezza proporzionale solo alla difficoltà, e alla teorica unicità di quei gesti. La rovesciata, detta anche chilena. E non poteva essere altrimenti. Tutto torna, a volte.

“Segnare gol così è il sogno di tutti i bambini, sono felice di riuscire a realizzare sul campo qualcosa che di solito si vede nei cartoni animati di Holly & Benjii. E’ un gesto istintivo: per fare questo tipo di giocate bisogna essere un po’ pazzi…”

Sei gol fondamentali per la salvezza dei bergamaschi, ben tre vissuti da una prospettiva non convenzionale, con le gambe in cielo, a toccare la gloria solo sfiorata qualche mese prima. Tre gol in rovesciata che fanno riscoprire al mondo il trentunenne Pinilla, che in fondo non è così mediocre come pensavamo. Tre magie così simili, eppure così diverse.

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La prima, nei minuti di recupero, contro il Cagliari, la sua ex squadra. Cross arretrato a centro area e sforbiciata sul secondo palo. L’unico modo per impattare quel pallone, per dare un senso ad una stagione, Mauricio lo ha trovato. Il primo indizio è solo un indizio, direbbe Agatha Christie. Gesto tecnico catalogabile a “gol della domenica”, nulla più.

Altro scontro salvezza, a Cesena. Su un campanile all’interno dell’area, il cileno ci riprova e ci riesce, di nuovo. La gamba lassù, dove osano le aquile, il tocco è pulito, la strada ormai è tracciata. Il destino è diventato un alleato, e quel pallone finisce sotto al sette.

“Sono giocate che mi vengono spontanee, fin da quando ero ragazzino. In allenamento ci provo spesso, quindi i miei compagni non si sono stupiti più di tanto. Quando vedo la palla in aria mi scatta dentro qualcosa…”

Nel mezzo ce n’è un’altra, contro il Torino. Un gol in cui c’è tutto Pinilla. Potenza, tecnica, istinto. E follia. Un gol ai limiti del naturale. Palla “scucchiaiata” dalla trequarti verso il limite dell’area. Pinilla è spalle alla porta, il pallone che arriva lento, da dietro.

La cosa più naturale sarebbe cercare lo stop, o una spizzata per prolungare la traiettoria del pallone, scovando magari un compagno oltre le linee avversarie. La cosa più naturale, ma non per lui, ovviamente. L’istinto lo porta ad una torsione perfetta, ad un impatto con la sfera nel punto giusto, al momento giusto. Il pallone finisce nell’unico punto in cui poteva finire. Perché quando sfidi l’impossibile spesso vieni ricompensato, specialmente se con la sorte hai un debito considerevole.

Tre indizi a questo punto fanno una prova. Pinilla non sarà un attaccante da venti gol ma diventa quello che segna solo di rovesciata. Non è cosa da poco. Ma soprattutto, non è cosa da tutti. Mauricio ha trovato una sua specificità. È uscito dalla melma della mediocrità. A trentunanni, dopo un lungo girovagare senza costrutto, ce l’ha fatta. Ha ritrovato la sua Itaca, anche se non perfettamente conforme alle aspettative. È riuscito a ribaltare tutto. Mentre il numero 15 degli esordi diventa un 51, la sua carriera torna sui binari giusti. Dove avrebbe dovuto essere già da un bel po’.

In Fuga per la Vittoria, Pelè avrebbe potuto fare, al massimo, la controfigura di Pinilla.

Ed eccoci al momento cruciale, a quel pomeriggio di Belo Horizonte quando il destino di un popolo, ma soprattutto quello di un uomo, potevano venire riscritti con l’inchiostro indelebile riservato a chi fa la Storia. Tutti ormai sanno come è andata. All’ultimo minuto dei tempi supplementari dell’ottavo di finale tra Brasile e Cile, il Nostro scambia al limite dell’area con Sanchez, controlla il pallone col destro, si allarga, resistendo al contatto con Thiago Silva. Tecnica e potenza.

Calcia con tutta la forza che ha dentro. Julio César è battuto. Un popolo intero trattiene il respiro: il boia ha sollevato l’ascia e sta per colpire… Questione di attimi e di centimetri, come suggeriva il Tony D’Amato di Al Pacino. Forse se anziché il Re Leone quella sera avesse noleggiato Ogni Maledetta Domenica le cose sarebbero andate diversamente, chissà.

Ma quel pallone ha centrato la traversa e la storia ha potuto riprendere il suo corso naturale. Ai rigori vince il Brasile, Pinilla sbaglia il primo. Scontato. O tutto o niente. Niente, per questa volta. Poteva essere tutto, questione di centimetri. Ad un centimetro dalla gloria, come si è voluto tatuare sulla schiena. Poco importa se c’è chi giura che quella traversa stia ancora tremando. Di paura.

Mauricio da Barrio San Miguel è stato un Cesare sul Rubicone, pronto a riappropriarsi di quella gloria che forse pensava gli spettasse di diritto. Peccato solo che di quel famoso dado a lui sia uscita la faccia sbagliata, quella con l’uno, presumibilmente. Il banco vince: Pinilla non è stato l’uomo del destino. E forse verrà ricordato proprio per quello che non è stato. Ma a lui va bene così. Lo stesso.

Pinilla in fondo ci sta simpatico, come tutti i perdenti con i quali si finisce per instaurare una certa empatia. Un po’ per la sua vita da cartone animato, un Mark Lenders con la sfiga di Paperino, e un po’ perchè più di una volta ha saputo rialzarsi – la conquista di una storica Coppa America l’estate successiva può rappresentare un parziale risarcimento – continuando a sbalordirci con le sue folli acrobazie. L’ultima perla – per il momento – l’ha regalata contro il Milan, l’unica “grande” che ancora non era riuscito a punire.

Prima c’erano state quattordici partite senza vittorie per i bergamaschi, la solita miriade di infortuni e l’ennesimo rigore sbagliato, nel turno precedente contro il Bologna. Il quarto gol in rovesciata del suo 2015 lo aveva segnato sempre in questa stagione, contro il Sassuolo. Con la gamba sbagliata. Cross da sinistra e pallone incocciato col destro. Palla all’angolino. Roba da fantascienza. Dopo dieci minuti è stato espulso, per un fallo, inutile, a centrocampo.

Tutto e niente: Mauricio Pinilla. Uno che non solo si è abituato a vivere alla rovescia, ma pare ci abbia pure preso gusto.

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Copertina a cura di Pier Luca KUP Cupelli