“Con i se e con i ma non si fa la Storia”. Una verità incontrovertibile: la realtà non è che il frutto immutabile delle scelte passate. Quante volte però ci siamo chiesti cosa sarebbe potuto accadere se gli eventi avessero preso una direzione leggermente diversa? Quante volte ci è passato per la mente uno scenario alternativo?

C’è chi come Robert Harris dalle proprie fantasie ha saputo ricavarne un best seller: Fatherland, romanzo sulla fine del Terzo Reich, ambientato nel 1964. Vent’anni dopo cioè la vittoria di Hitler nella Seconda Guerra Mondiale.

Chi come Alan Moore ha dato vita ad una graphic novel di estremo culto, Watchmen, prendendo le mosse dalla riconferma di Nixon alla Casa bianca per il terzo mandato consecutivo dopo la vittoria in Vietnam. È l’ucronia, una storia ambientata in un non-tempo, plausibile e irreale allo stesso tempo.

Un esercizio puramente intellettuale ma che rende bene e giustifica l’importanza dei momenti cruciali nel determinare il proseguo degli eventi. Perché il fascino delle sliding doors è innegabile – al pari di quello di Gwyneth Paltrow, protagonista dell’omonimo film -, e immaginare un presente diverso sulla base di un piccolo cambiamento nello spartito può risultare tanto inutile quanto divertente.

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“Ucronia”, Dylan Dog n. 240

Bene, applicando questo concetto al mondo del calcio si può notare come dal 2010 uno dei maggiori simboli della cultura pop calcistica abbia visto la propria essenza mutata radicalmente. Il Pallone d’oro, tema sempre scottante e di primo piano nelle chiacchiere da bar, non è più lo stesso da quando è stato unificato al Fifa World Player, trasformandosi di fatto in proprietà esclusiva di un piccolo argentino e uno scultoreo portoghese.

Un dualismo che, diciamolo francamente, ha stancato, avendo opacizzato l’importanza dell’unico premio individuale che ha da sempre stuzzicato la fantasia di ogni giocatore e di noi appassionati. A noi i premi piacciono, in maniera quasi irrazionale. Ci piace parteggiare per uno o per un altro, indifferentemente dal campo, che siano gli Oscar o il premio per la miglior maschera al veglioncino di Carnevale, ma ci serve il brivido dell’imprevedibile, la curiosità di scoprire il finale.

Il vero fascino deriva dalla sorpresa, dall’incertezza e dalla suspense: se si conoscesse già il finale rimarrebbe poco o nulla per cui appassionarsi. Ci piace indignarci, polemizzare o giustificare un risultato, tanto più se leggermente fuori dai canoni. Ma la realtà attuale ci racconta di due entità inscalfibili e una possibilità di scelta di fatto nulla: semplicemente vincerà il migliore tra i due, con buona pace di chi magari è riuscito a fare meglio di entrambi.

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Si dice che Twin Peaks, la serie culto degli anni Novanta, abbia visto dimezzati gli spettatori una volta scoperto il colpevole dell’assassinio di Laura Palmer, nonostante mancassero più di metà episodi alla conclusione. Probabilmente è il destino che incombe sul premio calcistico individuale per eccellenza.

Messi e Ronaldo si spartiscano pure la Scarpa d’oro ogni anno, quello è il loro terreno, fatto di numeri, record e statistiche. Ma ci restituiscano il fascino del Pallone d’oro, il premio che oltre alle cifre teneva in considerazione i trofei, il carisma, l’importanza del singolo nei risultati della squadra e l’eccezionalità di una stagione vissuta da protagonista.

France Football ha premiato, negli anni, anche giocatori “normali”, probabilmente non i migliori in senso assoluto in quel periodo ma sicuramente autori di una stagione da ricordare. E questa era la sua forza, non un triste duopolio, ma un ideale zenith per molti. Qualcuno, in una determinata annata, lo avrebbe meritato più di altri probabilmente – Del Piero, Raul, Totti, Henry? – oltre a chi non è mai riuscito a vincerlo pur rientrando senza dubbio alcuno nella categoria “leggende”, penalizzato soltanto dalle circostanze. Due nomi su tutti, Gigi Buffon e Paolo Maldini. Ma se ne potrebbero citare decine.

Con queste premesse, è arrivato il momento di delineare una personale ucronia, una storia senza Messi e Ronaldo, che un Pallone d’oro lo hanno già vinto, e giustamente, nel 2008 e nel 2009. Mi piacerebbe ripartire dal quel fatidico 2010 e riconsegnare, almeno idealmente, quella sfera dorata a chi, a mio modestissimo parere, se la sarebbe meritata più di chiunque altro.

Immaginare come sarebbe andata se i criteri non fossero cambiati, se il giudizio fosse rimasto di competenza esclusiva dei Paolo Condò di turno e non dei Ct di Vanuatu e Isole Samoa, con tutto il rispetto, e contando che, come da prassi dal ’95 – quando furono aperte le porte anche ai non europei -, nessuno lo abbia vinto per due anni consecutivi. Una restaurazione di ciò che era prima. Un Congresso di Vienna pallonaro (forse mi sono fatto prendere troppo la mano…).

Come ogni classifica personale non ha alcuna pretesa di verità assoluta: scelte ponderate sì, ma con una buona dose di arbitrarietà. Sneijder non c’è, ad esempio.

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2010

Il primo Pallone d’oro Fifa è stato assegnato a Leo Messi, così come l’ultimo Pallone d’oro vecchia maniera. Presagio nefasto di quello che sarebbe successo negli anni a venire. Dire che il 2010 di Messi non sia stato entusiasmante è volerci andare leggeri, fermo restando il valore assoluto del giocatore. Una Liga in bacheca ma anche un Mondiale sottotono e una Champions sfumata in semifinale.

Detto questo la cerchia dei candidati si restringe essenzialmente attorno a tre nomi: Diego Milito, Andrés Iniesta e Diego Forlan. Non c’è Wesley Sneijder è vero, ma già vi avevo messo in guardia.

Il motivo è semplice: sia Milito che Forlan hanno saputo sfruttare la loro grande occasione in una carriera da outsider di successo, guidando Inter e Atlético Madrid verso i trionfi europei. Il 2010 è stato il loro apice, prima del fisiologico calo, e merita un’adeguata ricompensa.

Sneijder invece, capocannoniere dei mondiali al pari del biondo uruguagio, non ha saputo mantenere e confermarsi su certi livelli, finendo in un campionato con poco appeal come quello turco quando l’età poteva ancora essere dalla sua. E poi, sinceramente, vedere l’olandese in un albo che non ha saputo trovare posto ai vari Pirlo, Gerrard o Seedorf può sembrare una stonatura. E dal momento che questo vuole essere un puro esercizio ideale, potendo quindi scegliere, meglio evitare.

A ritirare il Ballon d’or è Milito, che ho già avuto modo di elogiare. Impossibile o quasi immaginare uomo più decisivo nelle sorti di una squadra. Determinante in tutti i momenti cruciali della stagione interista. Il suo Mondiale non è stato un fallimento, dal momento che lo ha vissuto dalla panchina, senza così veder sminuito quanto di buono fatto in precedenza.

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Seconda piazza per Iniesta, decisivo in finale mondiale nonostante una stagione tormentata e giocatore sublime sempre e comunque.

Chiude terzo Diego Forlan, al quale non bastano l’Europa League, la Supercoppa europea e il titolo di capocannoniere in Sudafrica.

2011

Qui dobbiamo dirlo, il premio a Messi ci può stare. Ma voglio continuare nell’ideale riparazione dei soprusi che il dualismo argentino-portoghese ha creato. Può un giocatore come Iniesta non venir mai considerato il migliore? Penso di no.

Il Pallone d’oro 2011 va così al Cavaliere Pallido, che insieme al gemello Xavi ha portato il tiki taka guardioliano sul tetto d’Europa. Un’idea di calcio innovativa e vincente, resa possibile dall’alchimia e dal talento dei due canterani. Un’opera progressive-rock applicata al pallone, fatta di assoli infiniti – e a tratti stucchevoli, consentitemi – magistralmente intrecciati in una trama imponente basata sulla tecnica individuale, senza per questo sfociare in un futile esercizio estetico e narcisita.

Iniesta e Xavi come una PFM (Premiata Formazione la Masia?) calcistica, corrispettivo dei nostri Mussida-Di Cioccio, capaci di alzare l’asticella verso un livello di eccellenza e perizia tecnica assoluta.

Sul secondo gradino del podio troviamo Wayne Rooney, il più forte tra i normali, verrebbe da dire. Giocatore totale, il miglior giocatore “di calcio” dell’anno, considerando il palleggio blaugrana qualcosa di totalmente diverso dai canoni tradizionali. A referto ci sono un campionato, la finale con gol persa a Wembley e quella che l’anno successivo verrà definita la rete più bella dei vent’anni di Premier, la rovesciata nel derby già entrata nell’iconografica calcistica.

Terza piazza per Xavi. Per inerzia direi, senza ulteriori motivazioni.

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2012

Negli anni delle competizioni internazionali, si sa, queste rappresentano (o almeno dovrebbero rappresentare, secondo i vecchi standard) una forte discriminante. La Spagna chiude il suo ciclo glorioso con il secondo Europeo consecutivo in bacheca, intervallati dal Mondiale.

Se l’anno precedente la giuria (diciamo così) aveva premiato Iniesta, stavolta è il turno di Xavi Hernandez, il cervello della Roja e del Barça entrati nella leggenda. Sulla grandezza del giocatore credo ci sia poco da aggiungere: unanimamente riconosciuto come uno dei registi più forti, determinanti e vincenti di sempre.

Nel 2012 Xavi stabilisce anche il proprio record di marcature, 14 – lui che non ha mai fatto del gol il suo punto forte – arrivando in doppia cifra nella Liga. Continuità di rendimento, pulizia di tocco e rapidità di pensiero lo hanno reso un elemento imprescindibile e la pietra miliare sulla quale si sono appoggiati i successi catalani e spagnoli.

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Dietro al piccolo numero 6, i muscoli e il carisma di Didier Drogba, capace di portare la Champions League a Londra, sponda Chelsea. Bomber mai eccessivamente prolifico, ma terribilmente incisivo nei momenti importanti. Il gol e il rigore decisivo nella finale di Monaco di Baviera rappresentano l’ultimo ruggito del leone prima dell’avventura cinese.

Non poteva mancare, quantomeno sul podio, Andrea Pirlo. Un riconoscimento alla carriera per il faro della Juventus di Conte e leader decisivo nell’Italia di Prandelli. Per ulteriori informazioni chiedere a Joe Hart…

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“The Maestro”

2013

Ecco, questo è uno di quei momenti dove il cuore ha preso il sopravvento sulla razionalità. Nessun dubbio che ad alzare il Pallone d’oro debba essere un giocatore del Bayern Monaco. La squadra di Heynckes è stata una macchina perfetta durante tutta la stagione. A mio personale parere, la squadra migliore degli ultimi anni.

Il difficile ora è scegliere un protagonista assoluto, data l’importanza rivestita da ognuno in quell’ingranaggio così ben collaudato, tanto da ricordare l’undici cinematografico più celebre di sempre, quello di Ocean. Lahm, il capitano? Robben e il suo dribbling a rientrare? Ribery, lo spaccapartite? Scelgo, quasi senza tentennamenti, il vero valore aggiunto dei bavaresi. Il Linus/Matt Damon di quella squadra, volendo continuare nel paragone con il remake firmato Soderbergh di Colpo grosso.

Un sottovalutato di cui forse capiremo la grandezza solo con l’ausilio del senno di poi. Un giocatore unico nel suo genere, immarcabile nella sua anarchia ponderata. Incarnazione stessa della teutonicità: poco elegante, magnificamente concreto.

A ritirare il premio è, ovviamente, Thomas Müller, il più indefinibile tra i calciatori contemporanei: esile, sgraziato ma sempre opportuno, come un acuto di Robert Plant. I tre gol nell’impietoso 7-0 complessivo della semifinale contro gli uomini di Guardiola sanciscono l’inevitabile passaggio di consegne tra i profeti del palleggio spagnolo e l’emblema della spumeggiante solidità bavarese.

Il biondo si presenterà sul palco in abiti tradizionali bavaresi e delizierà il pubblico raccontando di quella volta che Maradona lo credeva un raccattapalle. Assurdo vero?

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Secondo posto per Robert Lewandowski, trascinatore del Borussia Dortmund finalista in Champions e autore di un poker al Real Madrid in semifinale.

A completare il podio, interamente targato Bundesliga, il favorito della vigilia, Frank Ribery, che paga presumibilmente i cattivi rapporti con la potente lobby dei fotografi.

2014

Nell’anno dei Mondiali brasiliani, potrebbe toccare ancora una volta al sopracitato fantasista tedesco, ma non vorrei esagerare. C’è infatti un altro giocatore che ha rappresentato l’ago della bilancia nelle sorti del Real Madrid – ancor di più dell’ottimo CR7 – vincitore dell’agognata Décima, e della sua nazionale: Ángel Di María.

Non è un caso che i blancos di Ancelotti abbiano cominciato ad ingranare con lo spostamento dell’argentino nell’inedito ruolo di mezzala e che al contrario l’albiceleste si sia spenta dopo il suo infortunio. Gli zero gol messi a segno in due partite e mezzo sono una prova abbastanza lampante.

Decisivo in in entrambe le manifestazioni con le sue accellerazioni e i suoi assist, credo non ci sia chi possa meritare il riconoscimento più dell’ex talentino del Benfica. Ángel è stata la variabile impazzita che spesso ha fatto saltare il banco. Ed è anche la giusta rivincita per chi non fa dell’immagine il proprio punto di forza: anche Ribery sentitamente ringrazia.

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Il secondo posto spetta ancora a Müller, che, dopo altri cinque gol mondiali, sembra finalmente aver trovato un ufficio stampa adeguato a valorizzarne la grandezza.

Chiude terzo, a sorpresa, Diego Godin, leader dell’indomabile Atlético di Simeone campione di Spagna, arrivato a trenta secondi da un successo storico in Europa, e giustiziere dell’Italia in terra verdeoro. Carisma da vendere, marcatore straordinario e all’occorrenza goleador. Difficile chiedere di più. Battuto allo sprint l’altro outsider, Sergio Ramos.

2015

Siamo quasi alla cronaca. Il 2015 è stato l’anno del super tridente del Barcellona di Luis Enrique, della sorprendente Juventus di Max Allegri e del Cile sbalorditivo nella Coppa America giocata in casa. Prima il podio, poi le doverose integrazioni: Suárez, Buffon, Valdivia, in rigoroso ordine.

Vince Suárez, nonostante un certo disappunto tra i media perbenisti. Il centravanti della Celeste è uno che divide, o lo ami o lo odi. Una carriera dipanata tra atteggiamenti violenti, simulazioni, accuse di razzismo ma con tanti gol e giocate fantastiche a fare da contraltare. E dal momento che il Pallone d’oro è un premio al giocatore, mentre le attitudini mentali spettano agli psicologi, Luis Suárez se lo merita.

Dopo i quattro mesi di squalifica per il celebre morso a Chiellini, dal suo rientro in campo l’ex Liverpool è stato sì un cannibale, ma delle aree di rigore. Terminale perfetto per le giocate di Messi e Neymar, macchina da gol implacabile. Decisivo in tutte le gare di Champions ad eliminazione, con sigillo fondamentale nella finale di Berlino.

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La critica si divide: chi osanna il calciatore e chi stigmatizza l’uomo. Finalmente un po’ di sana polemica!

A mettere tutti d’accordo ci pensa il secondo posto di Gigi Buffon, una vera e propria leggenda tra i pali. Ancora un piazzamento dopo il 2006 per il capitano azzurro-bianconero. Per trovare un erede di Lev Yashin dovremo attendere ancora.

Chiude terzo il Mago Valdivia, faro del Cile di Sampaoli, Sanchez e Vidal. Giocate funamboliche a passo sudamericano. In Europa non ha mai sfondato, si è preso la sua rivincita diventando il primo giocatore a salire sul podio pur non giocando nel Vecchio Continente.

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Al momento dell’uscita di questo pezzo scrissi che per quanto riguarda il 2016 – dove almeno si è tornati al vecchio sistema di votazioni – fosse ancora presto per tirare le somme ma che questa sarebbe potuta essere una soluzione plausibile.

Adesso che il quadro è più chiaro non ho quasi nessun dubbio a consegnare il premio a Gareth Bale, vincitore della Champions, trascinatore e semifinalista con il piccolo Galles all’Europeo. I tempi in cui la valutazione dell’esterno arrivato dal Tottenham destava perplessità sono ormai lontani e Gareth si è ormai imposto come vero e proprio giocatore totale, sempre più decisivo.

Seconda piazza per Griezmann. In linea con la sua annata più da “piccolo Ballack” che da “piccolo principe”. Non poteva non arrivare secondo anche qui.

Chiude il podio, la coppia Mahrez-Vardy, inscindibile e impossibile da tener fuori dopo l’exploit Leicester.

Abbiamo scherzato ovviamente, ma su una cosa dovremmo essere quasi tutti d’accordo: un Pallone d’oro senza Messi e Ronaldo è possibile e in fondo non è neanche tanto male. Quindi, per favore, fateci indignare di nuovo “perché Raul lo avrebbe meritato più di Owen” nonostante in giro ci fossero Ronaldo e Zidane. Sbalorditeci con colpi ad effetto à-la Sammer. E fatelo anche per i due fenomeni: non hanno più posto in bacheca.

 

Progetto grafico e copertina di Pier Luca KUP Cupelli