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Barcellona, 26 Maggio 1999.

Can Manchester United score? They always score

Questa frase la pronuncia il telecronista inglese che sta commentando Manchester United – Bayern Monaco, finale di Champions League 1998/1999. Questa frase è quasi una profezia perché di lì a poco si compirà qualcosa di incredibile. Il cronometro conta 90 minuti e 25 secondi e i Red Devils stanno per battere un calcio d’angolo, alla ricerca di quell’effimera speranza che li tiene ancora attaccati alla “Coppa dalle Grandi Orecchie“. Fino ad allora, però, aveva meritato senz’ombra di dubbio il Bayern che aveva colpito due pali nel corso del primo tempo ed era passato in vantaggio dopo solo 5 minuti grazie a un goal su punizione di Basler che aveva beffato Peter Schmeichel.

Il Manchester United non aveva creato grandi occasioni e Oliver Kahn era più che altro uno spettatore non pagante. L’unico a non arrendersi era stato Ryan Giggs che correva su ogni pallone e incoraggiava i suoi compagni, ma niente, sembrava non essere proprio serata. Ferguson ne cantò di tutti i colori nello spogliatoio ma con l’inizio del secondo tempo la situazione non era cambiata, i giocatori che avevano dominato per tutta la stagione in casa e in Europa erano completamente a terra, con le pile scariche.

Al minuto 67 fuori lo spento Blomqvist e dentro la punta Teddy Sheringham. I bavaresi continuano ad attaccare, imperturbabili come solo loro sanno essere. Non hanno fantasia– questo è innegabile, non l’hanno mai avuta – ma hanno un agonismo e una tenacia difficili da trovare altrove. Meriterebbero di chiuderla lì quella partita, stanno dominando, il Camp Nou sembra casa loro. Ma non hanno abbastanza fortuna da finalizzare.

La rete del vantaggio di Besler.

La rete del vantaggio di Besler.

Alex Ferguson prova il cambio della disperazione: fuori il numero 9, Andy Cole, che insieme a Dwight Yorke formava la coppia d’attacco che passerà alla storia come “Calypso Boys“, e al suo posto entra un 25enne nordico, della Norvegia, un tale Ole Gunnar Solskjaer. Yorke non poteva uscire, anche se non era in forma splendente rimaneva il capocannoniere di quell’edizione della Champions League: non si poteva rinunciare ad uno come lui.

Ad un certo punto inquadrano la tribuna dello stadio dove c’è la coppa che già presenta dei nastrini coi colori del Bayern Monaco, tutti credono che ci siano poche speranze per i loro avversari, ormai bisogna solo aspettare la fine della partita: lasciamo passare questi 3 minuti di recupero e saremo campioni, tanto così mai potrà accadere… E invece qualcosa succede.

Adesso ritorniamo a quel calcio d’angolo iniziale, lo United non ha fatto neanche un tiro in porta per tutta la partita e adesso si appresta a battere un corner. Viene facile pensare che ai tedeschi siano passati frasi in testa come “Non hanno fatto nulla tutta la partita e adesso credono di metterci paura con un tiro dalla bandierina?“, probabilmente lo hanno pensato anche gli 11 giocatori del Bayern in campo e tutti i membri della panchina.

David Beckham corre a passo svelto verso il pallone, quasi ritrovando dentro di sé una volontà fino ad allora assente: c’era davvero qualcosa di strano, era il preludio di qualcosa di grandioso. Il numero 7 del Manchester United la butta in mezzo, c’è Schmeichel, salito per dare il suo aiuto nel finale, a prenderla di testa, Yorke prova a toccarla ma subito i tedeschi la spazzano via in direzione di Giggs che colpisce il pallone di destro, un caso più unico che raro. In quel momento il cuore di ogni tifoso del Manchester United si ferma, anche solo per un secondo.

Il pallone attraversa tutta l’area ma c’è Sheringham che è appostato sotto porta e la tocca quel tanto che basta da far perdere i punti di riferimento a Kahn e a gonfiare la rete. Incredibile, lo United ha pareggiato al 90esimo minuto, al suo unico tiro in porta. Roba da matti, il Bayern non ci crede: i giocatori tedeschi non si perdono d’animo e battono a centrocampo. Neanche il tempo di avvicinarsi dalle parti di Schmeichel che subito Irwin, giocatore dello United, ruba il pallone e lo smista verso Solskjaer che prova a saltare Kuffour, ma il ghanese è attento e concede un calcio d’angolo.

La rete del pareggio di Teddy Sheringham.

La rete del pareggio di Teddy Sheringham.

Ancora un calcio d’angolo e c’è ancora Beckham pronto a batterlo. Questa volta però il portiere danese non sale a cercare gloria e intanto i tifosi inglesi ci credono, loro non hanno mai perso le speranze nonostante la loro squadra non avesse giocato una gran partita. Dall’altra parte dello stadio i tifosi del Bayern non cantano più come prima, hanno paura di questo calcio d’angolo, sanno che solo così gli avversari potranno segnare. Quasi non vorrebbero che il loro difensore centrale avesse regalato agli inglesi il corner. Beckham corre con più grinta di prima, è consapevole che il 50% di ciò che accadrà sarà anche merito suo ma gli basta guardare per pochi secondi il posizionamento dei suoi compagni in allenamento per capire cosa deve fare.

Ad una squadra qualsiasi sarebbe andato bene continuare ai supplementari senza avere particolari patemi in questi ultimi minuti di gioco, ma al Manchester United no: adesso si poteva davvero credere nell’impresa, non era poi tanto un’utopia. Il cross arriva al centro dell’area, Sheringham la colpisce di testa e la schiaccia verso terra ma un attimo prima di toccare il terreno Solskjaer la intercetta e con la punta del piede la spedisce direttamente all’incrocio dei pali, dove Oliver Kahn non può arrivare.

Il norvegese è letteralmente impazzito, scivola sul verde prato del Camp Nou e si lascia abbracciare dai compagni. Mancano 30 secondi e il Bayern non vuole più saperne di giocare, Collina si avvicina ai giocatori tedeschi e spiega che fischierà solo quando scadranno i tre minuti di recupero, non prima. Palla al centro dunque, ma i tedeschi non stanno neanche sulle loro gambe, non riescono a non pensare che hanno perso la più grande occasione della loro vita. Era talmente sicuri di vincere che il loro capitano e fuoriclasse, Lothar Matthäus, era stato richiamato dieci minuti prima della fine dell’incontro dall’allenatore Ottmar Hitzfeld.

Per una volta i tedeschi avevano perso tutte le loro certezze, in soli 100 secondi. “Maledetto chi ha inventato il recupero” potrà aver pensato uno di loro ed è comprensibile: fino al 90′ erano loro i campioni d’Europa ma “la partita finisce quando arbitro fischia” diceva Vujadin Boskov e il Bayern deve inchinarsi alla dura legge del calcio.

solskjaer 2-1

Il momento in cui la storia cambia per sempre.

Il Manchester United alza al cielo la sua seconda Champions League, dopo quella della “Trinity” di Best-Charlton-Law del 1968, sotto gli occhi di un pubblico in visibilio. Quella squadra completa quindi la tripletta Premier League, Fa Cup e Champions portandosi a casa il cosiddetto “Treble“. Quel giovane scandinavo è venuto da così lontano per far diventare “Sir” un semplice barista di Govan, quartiere povero di Glasgow, che a scuola era stato bocciato più volte e alla fine del Secondo Millennio sarebbe entrato di diritto nella storia del calcio.

Sir Alex Ferguson ha azzeccato entrambi i cambi mettendo in campo due giocatori che hanno segnato i due goal decisivi nella finale più folle e spettacolare di sempre. Ha cambiato le carte in tavola rischiando e ha avuto ragione. Ha vinto la sua partita. E poi c’è lui, Lennart Johansson, il presidente UEFA, che si stava dirigendo verso il terreno di gioco con la coppa tra le mani, una coppa che presentava i colori del Bayern Monaco, e si perse i due minuti più incredibili della storia del calcio.

Una volta arrivato giù disse: “Non ci posso credere: i vincitori stanno piangendo e i perdenti stanno ballando!“. Sir Alex Ferguson sentenzierà poi con la leggendaria frase: “Football… Bloody hell!“, il calcio è un sanguinoso inferno.

E all’inferno, si sa, vincono i Diavoli.