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“A volte qualcuno mi ha chiamato, però io sono sempre stato tranquillo. La mia famiglia si trova bene qui e mio figlio nascerà qui.” (Diego Perotti a Genova)

Argentina, 26 luglio 1988. “Hugo, è un maschietto!”.

Il giovane Hugo Perotti era soddisfatto, non poteva non esserlo uno che dopo essersi ritirato a soli 25 anni aveva in un figlio l’unica ed ultima opportunità di vedere il proprio nome riportato in alto. Già, riportare, perché El Mono Perotti in cima ci era già arrivato giocando al fianco di Diego Armando Maradona e vincendo insieme al Pibe de Oro un Campionato Argentino.

Hugo Perotti, al centro, vicino all’amico Diego Armando Maradona (1981)

Poi, falcidiato da un gravissimo infortunio al ginocchio sinistro e probabilmente condizionato anche da una vita troppo movimentata, decise di appendere gli scarpini al chiodo sebbene agli albori di una promettente carriera. “Lo chiamerò Diego”, come biasimarlo, un nome del genere te lo porti dietro per tutta la vita; destinato a rimanere pesante, un fardello quasi insopportabile: nasce così Diego Perotti, El Monita, figlio di Hugo ed inevitabilmente legato a Maradona.

Comincia nel club che rese il padre famoso, il Boca Juniors, i genovesi d’Argentina: fisico leggero, scarsissima propensione al contrasto e un carattere troppo taciturno lo fanno ben presto etichettare come il classico “figlio di papà”.

Diego però non è un raccomandato, avrà certamente ereditato qualche gene calcistico dal padre ma in campo sa essere immarcabile. Elegante e bello da vedere, intelligente e totalmente padrone del campo; formidabile nel creare palle gol e nel servire i compagni con assist calibrati dalla trequarti campo in su. Se ne accorge il Deportivo de Morón che, dopo averlo fatto sentire parte importante del progetto, riesce a strapparlo al Boca fra l’incredulità generale e lo scetticismo del padre.

Del resto le scelte particolari devono essere un fattore genetico; il figlio di un giocatore che ha deciso di lasciare il calcio giocato proprio sul più bello non può che aver preso da lui. Hugo come Diego, Perotti sembra sinonimo di “eterna scommessa”. La scommessa prova a vincerla il Siviglia, che nel 2007 vola in Argentina e lo fa suo per 200.000 euro inserendolo nel Sevilla B in attesa dell’esplosione definitiva.

Il Ds andaluso Monchi, come in tante altre occasioni, ci aveva visto lungo, tantoché dopo un paio di stagioni di ambientamento in maglia biancorossa esordisce in prima squadra. È il 15 febbraio 2009 e Diego gioca qualche minuto contro l’Espanyol di Barcellona, guadagnandosi ben presto un posto fisso nella formazione andalusa. Il finale di stagione sembra quello di un film hollywoodiano dal lieto fine: una rete di Perotti allo scadere regala la vittoria al Siviglia sul Deportivo La Coruña ed il pass per la fase a gironi di Champions League.

Diego festeggia una rete in Champions: ad abbracciarlo un altro Diego, Capel, compagno ritrovato al Genoa

Il prosieguo è decisamente edulcorato per il figliol prodigo di Hugo: la stagione successiva è ancora più ricca ed intensa, arrivano tanti successi in Europa e la vittoria in Copa del Rey. Su di lui piombano i migliori club d’Europa, il Barcellona sembra favorito su tutte le altre e Diego sta già pregustando l’idea di tornare a giocare al fianco di quel Leo Messi che aveva sostituito in un Argentina-Spagna di qualche anno prima. Allenatore che lo convocò poco più che adolescente? Diego Armando Maradona, ovviamente.

Poi, proprio sul più bello, qualcosa si spezza. Non parlo soltanto di un sogno, di una realtà ormai quasi raggiunta e respirata a pieni polmoni: si rompe davvero tutto. Ginocchia e legamenti: un mix devastante, con una carriera che sembra destinata a non riprendere più il volo.

Sembra, perché tutt’un tratto Diego ha l’illuminazione. Un’illuminazione arrivata direttamente da Maradona che sul momento, però, non riesce a comprendere: ha bisogno dell’Italia per rinascere sotto una nuova stella.

Spera che un romantico ritorno al Boca Juniors, la Genova d’Argentina, possa bastare, ma non è così. Vive una stagione indecifrabile all’ombra della Bombonera: frenato dai soliti, numerosissimi infortuni e dal morale sotto i tacchetti degli scarpini. Si sussurra che presto debba addirittura smetterla col calcio, perché straordinariamente propenso ad infortuni muscolari di ogni sorta. Ma un giorno capirà cosa intendesse Maradona, che, lasciando la Catalogna, aveva trovato a Napoli la culla perfetta per i propri desideri.

Quel giorno arriva presto – nel luglio del 2014 – quando alle porte di casa Perotti arriva a bussare un emissario del Genoa. L’anno e mezzo in rossoblù è indimenticabile, anche se forse frustrante dal punto di vista del palmarès; nonostante un sesto posto raggiunto con le unghie grazie a una rimonta entusiasmante, il Grifone non accederà infatti all’Europa League per problemi economici e burocratici.

Ma Diego Perotti a Genova non lo dimenticherà mai nessuno, di questo potete starne certi. Diego, un nome che richiama mille emozioni per chi ha visto El Principe Milito incantare una città. Sarà per il nome, sarà che chi si chiama Diego è sempre rimasto nei cuori della Nord. A Perotti è sempre mancato tuttavia un lampo di orgoglio, una voce fuori dal coro in un eterno concerto di plusvalenze, prestiti onerosi e tante – troppe – promesse.

Come quella fatta in tempi non remoti: quel “resterò” sussurrato con sicurezza mista a timore, che ha preceduto il passaggio alla Roma, squadra nella quale sta ottenendo una definitiva e – ammettiamolo – meritata consacrazione, grazie anche ad un tridente atipico disegnato su misura sulle sue caratteristiche da Luciano Spalletti.

Diego Perotti come Dorian Gray, eternamente combattuto nello spirito. Un Perotti a due facce, diviso fra quiete e tempesta. Un Perotti spesso secondo e a volte sconfitto, mai arrivato ai piani alti, quelli del calcio che conta, ma sempre una gioia per gli occhi non appena sfiora il pallone con quell’esterno destro fatato.

Proprio una sera, tornando a casa a notte fonda, ho visto una luce accesa in casa Perotti, quando ancora giocava nel Genoa. Già, avevo la fortuna di abitare vicino a lui sebbene lo avessi scoperto totalmente per caso, data la sua estrema riservatezza nella vita privata che lo portava a non uscire quasi mai di casa.

Ho pensato che stesse guardando indietro al suo passato. Ho pensato che il vero Perotti stesse dicendo all’alter-ego in stanza con lui “devi restare a Genova, ti stai finalmente ritrovando”. Qualche giorno dopo è arrivato l’annuncio del suo passaggio alla Roma, evidentemente il romanticismo aveva perso lasciando spazio alle ben più pragmatiche esigenze di mercato.

In fondo, però, Diego dovrebbe sapere di non essere così. Appunto, dovrebbe. Dovrebbe, così come avrebbe dovuto giocare nel Barcellona, ma con i “se” e con i “ma” puoi costruire soltanto grandi castelli di carta. Diego Perotti è un giocatore meraviglioso, e meravigliosamente unico in quel suo essere eternamente indeciso pur mostrando una sicurezza quasi disarmante in ogni angolo del campo.

È un predestinato che si è visto portare via la fortuna, ha provato a riprendersela e ci è riuscito a Genova. Proprio sul più bello, quando avrebbe potuto decidere di diventarne una bandiera, ha scelto di andarsene forse per non rischiare di fare la fine di Siviglia o forse perché bloccato da un carattere introverso, schivo e mai veramente compreso da chiunque lo abbia avuto fra le mani. Un enigma dai piedi magici. Un diez vecchio stampo, che danza sulla fune di un labile equilibrio emotivo come un circense.

Forse per questo o forse per altro, fatto sta che Diego Perotti nel suo castello di carta vive benissimo. E quando accarezza un pallone gli Dei del calcio cominciano a cantare, saltando l’uomo con la stessa facilità con cui prende decisioni impopolari.

E chissà se papà Hugo sarà fiero di aver avuto un figlio maschio.

 

A cura di Lorenzo Semino