Barcellona, 24 marzo 2015. L’Airbus A320 della Germanwings è fermo sulla pista dell’aeroporto El Prat. Ha accumulato una ventina di minuti di ritardo, ma ora è finalmente pronto per il decollo. Volo 9525 diretto a Düsseldorf, in Germania: arrivo previsto in poco più di un’ora e mezza. L’aereo non giungerà mai a destinazione; stando alle indagini e alla ricostruzioni, è stato il copilota Andreas Lubitz a condurlo deliberatamente contro le impervie sommità dei Pirenei causando 150 vittime.

Quando la notizia comincia a diffondersi, un cellulare e una casella mail, più di altri, vengono invasi da messaggi. Sono i recapiti di Adil Kizil, un cittadino svedese di origine turca. Che c’entra uno dei tanti immigrati residenti nel Nord Europa con la tragedia che si è appena consumata?

Ad essere precisi, Kizil è un curdo riparato in Scandinavia come rifugiato insieme alla famiglia già dal 2004 e la risposta all’enigma è contenuta in un tweet: “Possiamo dire che siamo stati molto fortunati. Siamo sconcertati e addolorati per quanto successo”.

bandiera dalkurd

Già, perché Kizil doveva essere su quell’aereo. E insieme a lui, giocatori e dirigenti del Dalkurd FF, squadra della terza divisione svedese di cui è direttore sportivo. Il ritardo accumulato dal volo della Germanwings ha modificato i piani: si prevede uno scalo con attesa troppo lunga a Düsseldorf e così, all’ultimo momento, la comitiva decide di sparpagliarsi in altri tre aerei in partenza dall’aeroporto catalano. Quel ritardo che per i passeggeri del volo 9525 rappresenterà la più atroce delle condanne assume, al contrario, i contorni della salvezza e del miracolo per un team la cui storia è una fuga costante dai destini più inquietanti della storia; dalla guerra, dall’intolleranza e, infine, anche dalla morte.

Il Dalkurd Fotbollsförening (questo il nome completo del club) nasce nel settembre del 2004 come progetto sociale di cooperazione fortemente voluto da Ramazan Kizil, padre di Adil, il cui obiettivo era quello di incentivare l’integrazione delle famiglie curde attraverso la creazione di posti di lavoro e la pratica sportiva.

Di certo, la scalata dei campionati non era inizialmente preventivata; eppure, nelle prime quattro stagioni, il Dalkurd vince tutti i tornei a cui partecipa passando nel giro di cinque anni, tra il 2005 e il 2009, dall’ultimo gradino del calcio svedese fino alla Division 1 Norra, il terzo livello dei campionati nazionali.

Tifosi del Dalkurd FF in curva

Un’ascesa lontana dai riflettori, eppure costante e spettacolare nella sua unicità, in un Paese che – a dispetto delle tensioni crescenti degli ultimi anni – sull’integrazione e il welfare diffuso ha costruito gran parte della propria fortuna e del proprio immaginario.

Teatro di questa storia è Börlange, una cittadina di circa 40mila abitanti nel cuore della Dalarna, contea della Svezia centrale dalla ricca e fiorente tradizione nell’artigianato. Fredda e sonnacchiosa, puntellata di abeti e anonimi centri commerciali, la città di Börlange è tuttavia centro di una discreta scena musicale che dai primi anni Duemila ha radicato qui alcuni dei principali gruppi di garage rock della Svezia; tra questi, i Sugarplum Fairy, nome che rievoca un passaggio di un brano dei Beatles, A day in the life, pezzo conclusivo dell’onirico e allucinato capolavoro della band di Liverpool, Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band.

A day in the life. Un giorno nella vita è sufficiente per cambiarti il destino, riflettere sulle parabole dell’imprevisto, assumere su di sé la consapevolezza della propria condizione, di chi viaggia in cerca di una pace da conquistare ogni minuto. La storia del Dalkurd FF è anche e soprattutto una storia di fatica e identità, due fattori che più di altri delimitano il perimetro entro cui si consuma la straordinaria esperienza dello sport con le sue regole, i suoi codici, i suoi sentimenti.

Nei primi mesi della nuova avventura, la vicenda del Dalkurd si è intrecciata con quella della prima squadra di Börlange, e cioè l’autoctona IK Brage; furono proprio i dirigenti del team locale a fornire ai rifugiati curdi un primo supporto economico e logistico per avviare il proprio sogno, senza immaginare di ritrovarsi, un giorno, a disputare un insolito e incredibile derby tra i campi ghiacciati della terza divisione.

Il caso del Dalkurd di Börlange è solo l’ultimo di una tradizione d’integrazione che affonda nella Svezia degli anni ’60 e ‘70, culla e avamposto della socialdemocrazia europea; in quel periodo, infatti, la città di Södertälje, complesso industriale situato a trenta chilometri a sud-ovest di Stoccolma, divenne approdo prescelto di una folta comunità di rifugiati provenienti dal Medioriente.

Si trattava di immigrati assiri provenienti dalle regioni levantine della Siria e dell’Iraq; di fede cristiana da millenni, avevano visto ridursi gli spazi di libertà in seguito alla presa del potere dei partiti ba’ahtisti e alla loro pretesa e progressiva arabizzazione della vita quotidiana.

dalkurd (1)La placida Södertälje diviene così terra d’accoglienza e nel 1974 vede la fondazione dell’Assyriska, la squadra degli assiri di Svezia, che all’inizio degli anni ’90 raggiunge per la prima volta la seconda divisione. Ma tra la comunità dei rifugiati, il consenso non è unanime; una parte degli immigrati rivendica la propria identità siriaca, di religione ortodossa, e nel 1977 fonda il Syrianska, colori sociali il giallo e il rosso della bandiera aramaica.

Assyriska e Syrianska rappresentano da quarant’anni l’anima multietnica della città dove è cresciuto Björn Borg, la sua insolita contrapposizione identitaria che sfocia in un derby acceso e stravagante ai limiti del parossismo.

Il derby di Södertälje tra Assyriska e Syrianska

Una sorta di sfida tutta interna alla terra di Mesopotamia trapiantata dentro il cuore della cintura industriale che circonda Stoccolma; conquistare la supremazia della valle tra i due fiumi attraverso i ghiacci dell’estremo nord del vecchio continente.

Ecco perché, con un retroterra simile, anche la vicenda del Dalkurd di Börlange non sembra così straniante agli appassionati e osservatori svedesi. Eppure, a ben vedere, la storia della squadra dei curdi di Svezia sa tingersi di sfumature ancora più intriganti e seducenti: alla fine della scorsa stagione, ha ottenuto la promozione in Superettan (la serie B nazionale) e soprattutto ha contribuito a portare sulle scene mediatiche che pervadono il mondo del pallone la spinosa e controversa questione curda.

aziziAd incarnare plasticamente, anche da un punto di vista estetico, la rivendicazione identitaria della diaspora delle popolazioni del Kuridstan, è un possente difensore di origine iraniana; si chiama Peshraw Azizi ed è il capitano del Dalkurd. Svedese di passaporto e d’indole, Azizi non rinuncia al suo ruolo di guida di un sentimento ideale che esce platealmente dai campi di gioco, consapevole di quanto i successi della sua squadra possano portare speranza a un popolo che da decenni combatte in cerca di una patria, nel martoriato quadrilatero tra Turchia, Siria, Iran e Iraq.

“Seguono le nostre gare e sono felici quando vinciamo. Durante le vacanze, cerco sempre di tornare in Kurdistan e aiutare i rifugiati che ci sono laggiù. Ho visto situazioni davvero molto difficili. Ho visto persone senza vestiti né cibo. La sola cosa che possiamo fare è giocare a calcio e donare soldi per aiutare le persone che laggiù nel Kurdistan hanno bisogno.“

Come noto, è soprattutto in Turchia che le popolazioni curde hanno sperimentato le più dolorose complicazioni: l’arresto di Ocalan – il leader del rivoluzionario PKK – ma anche le tensioni crescenti in seguito all’affermazione elettorale dell’HDP (il Partito Democratico Curdo) nel 2015, le repressioni giunte fin sui campi di calcio, come avvenuto recentemente ai danni dell’Amedspor, squadra di terza divisione della città di Diyarbakir – capoluogo del Kurdistan turco – il cui giovane centrocampista Deniz Naki è stato squalificato per 12 giornate per aver dedicato una vittoria in Coppa di Turchia a tutti “i morti curdi”, mentre nella curva scattavano arresti e perquisizioni.

Notizie che arrivano fin dentro le nebbie distese e malinconiche della Scandinavia, dove il Dalkurd cerca di tenere acceso il riflettore dell’attenzione e di un sentimento di unità capace di travalicare i confini. Nel 2014, per esempio, ha fatto il giro di Svezia lo striscione con la scritta Save Kobane che i giocatori hanno esposto prima di un match di campionato; un’iniziativa che, contestualmente a una raccolta fondi organizzata dal club, ha contribuito a mantenere viva l’attenzione verso la città simbolo della resistenza curda contro l’avanzata dell’Isis in Siria.

save kobane

Ma oltre all’impegno politico e civile, il Dalkurd ha dimostrato di saper raccogliere anche importanti risultati sportivi, grazie a un gioco solido e innovativo; lo allena un giovane tecnico di soli trentuno anni, Poya Asbaghi, ex studente di Economia e collaboratore dell’Upsala Nya Tidning, tabloid locale dell’omonima contea.

Asbaghi predilige un 3-4-1-2, con il macedone Predrag Ranđelović nella posizione del rifinitore, il palestinese Ahmed Awad in attacco e un sapiente bilanciamento tra svedesi di sangue e altri d’immigrazione, come Rawez Lawan o Celal Serhanoglu.

Dopo le prime otto giornate del campionato 2016 – in Svezia i tornei si consumano nell’anno solare, da febbraio a novembre -, il Dalkurd naviga tranquillo a metà classifica, con quattro vittorie, tre pareggi e una sola sconfitta, patita proprio contro l’Assyriska. Nell’ultimo turno, il 24 aprile, i curdi di Svezia hanno superato 1-0 il Trelleborgs con un gol del centrocampista Diego Montiel.

L’ennesimo tassello di una favola che non accenna a volgere al termine, di una vita che, ogni giorno, prende a calci il destino, inseguendo un pallone come s’insegue la libertà.