Sottotitolo: il bus davanti alla propria porta non va parcheggiato, ma va tenuto con la marcia inserita e sempre al massimo dei giri.

Ieri sera (27 aprile) è andata di scena la seconda semifinale d’andata della Champions League 2015/2016. Dopo lo 0-0 da due tiri in porta tra Manchester City e Real, che ha visto brillare un faticatore come Casemiro e ha svelato – oltre alle pudenda di Zidane, vittima dell’ennesimo strappo di pantaloni – la pochezza delle attuali guide tecniche dei Citizens e dei Blancos, Atlético-Bayern Monaco si preannunciava match di ben altro ritmo e spettacolo. E non ha deluso le aspettative.

Atlético e Bayern sono gli avatar dei rispettivi allenatori. I loro sistemi di gioco sono frutto dell’insegnamento quasi dottrinario che Simeone e Guardiola trasmettono ai propri giocatori, insegnamento che si basa su un preciso e puntuale ordine di idee tattiche che devono esser applicate in maniera sistematica in campo. Volendo semplificare, si potrebbero derubricare questi due sistemi a “catenaccio e contropiede” per Simeone e “possesso e predominio” per Guardiola, uno la nemesi dell’altro.

Ma se il tiki-taka proprio del Guardiolismo è qualcosa di ben più complesso (e utopico) del semplice dominio territoriale del campo tramite possesso palla, tanto da meritarsi un nome proprio (tiki-taka appunto, discendente diretto del calcio totale di Cruijff e premessa ideologica dei fondamentalismi di Guardiola), lo stesso ormai vale per quel gioco dell’Atlético Madrid, dal sapore così retrò ma con caratteristiche proprie impresse da Simeone, tali da legittimare ormai l’uso del termine “Cholismo”.

Il Cholismo è una tremenda e spietata sintesi della garra sudamericana e della scuola tattica italiana, figlia delle origini e della carriera da giocatore e allenatore di Simeone. Definirlo puro difensivismo è limitante, chiamarlo attendeismo è improprio. L’Atlético non aspetta, morde. Non si chiude nel suo fortino in attesa dell’assalto nemico, ma conduce una guerriglia a tutto campo che smorza qualsiasi trama offensiva avversaria.

Per continuare ad usare una terminologia militare, il Cholismo è difesa elastica, che parte da lontano con un pressing forsennato e che culmina nell’ultima ridotta posta davanti al portiere Oblak, dove si infrangono quelle trame offensive che l’avversario non può mai dispiegare con precisione.

Difesa elastica significa capacità di contrattacco. Questa capacità è tratto distintivo dell’Atlético, che non rinuncia mai a colpire se ha uno spiraglio a disposizione. I colchoneros, nonostante lascino volentieri il possesso palla agli avversari, sono ben lungi dall’apparire sotto assedio, perché le loro velocissime ripartenze sono spesso più pericolose dei vani tentativi d’attacco altrui.

Si guardi ad esempio l’avvio di Atlético-Bayern, culminato all’11esimo nel vantaggio firmato con il fantastico gol di Saul Ñíguez: gli spagnoli sono partiti subito con ritmi altissimi che hanno sorpreso i tedeschi, di solito abituati ad imporre il loro possesso fin dai primi minuti del match. Vidal ha poco dopo sfiorato il pari, ma lo squillo di tromba non è bastato a risvegliare un Bayern apparso sotto shock e mai capace, nel suo estenuante possesso, di pungere davvero.

L’unico altro tiro verso la porta dei bavaresi è una punizione di Douglas Costa finita sull’esterno della rete. Tutto dire, specie se si considera che Griezmann ha sfiorato il raddoppio su contropiede alla mezz’ora. Di fatto, alla fine del primo tempo i ragazzi di Simeone, con un anemico 30% di possesso palla, non solo sono in vantaggio ma sono pure quelli che hanno costruito più occasioni da gol.

Quella della conta delle occasioni da gol (o se ampliamo, dei tiri in porta) è un dato forse interessante anche per chi non è un feticista delle statistiche: l’Atlético crea azioni che lo portano in porta quanto e più degli avversari. Se prendiamo il quarto di finale di ritorno contro il Barça (2-0 per l’Atlético che ribalta il 2-1 del Camp Nou) abbiamo di fronte lo stesso scenario, dove il Barça manovra sterilmente mentre l’Atlético, se e quando attacca, arriva fino in fondo.

È qui la sostanziale differenza tra il Cholismo e il difensivismo estremo che ad esempio Mourinho aveva imposto al Real e al Chelsea in certi frangenti: il famigerato “bus davanti alla porta” di Simeone non è fine a se stesso, non è difesa dello 0-0, è la premessa dell’attacco. Si pensi che nelle “gare d’assedio” contro Barcellona, Real e ora Bayern, sia in Liga che in Champions, l’Atlético ha sempre segnato, anche nelle sue sconfitte di misura. Il tutto al netto del tasso tecnico dei giocatori colchoneros, tecnicamente validi ma – ad ora – non certo stelle mondiali affermate come quelle che affollano gli attacchi delle sue rivali.

E anche al netto del fatto che comunque l’Atlético porta in dote la miglior fase difensiva d’Europa: 16 reti subite nella Liga in 35 partite, 5 in Champions in 11 gare; con una media di 0,45 a partita che non conosce eguali.

Accanto al fattore strettamente tattico, ve ne sono almeno altri due decisivi: la resistenza e la concentrazione. L’Atlético vince le partite in primis sul piano della testa e dei nervi. E si sa che quando c’è la testa, anche le gambe girano meglio. L’energia apparentemente inesauribile dell’Atlético compensa i deficit di una rosa relativamente corta, dato che i soliti 13-14 giocatori sembrano capaci di dare sempre il massimo senza accusare una fisiologica stanchezza fisica o mentale.

Ieri sera Simeone ha fatto un solo cambio, all’85esimo, dentro Teye per Saul. Guardiola ha potuto far entrare Ribery, Müller (inspiegabilmente non in campo dal primo minuto) e Benatia. In panchina aveva ancora Göetze, senza contare l’assenza per infortunio di Robben. Eppure i nuovi ingressi non hanno cambiato l’inerzia del match, nonostante nella ripresa il Bayern abbia alzato il ritmo chiamando un paio di volte Oblak all’intervento.

Rimasta la capacità di colpire dell’Atlético – contropiede clamorosamente concluso da Torres sul palo, che pareggiava la traversa di Alaba ad inizio ripresa -, rimasta l’incapacità di arrivare in maniera pulita in porta del Bayern. Costante è la lucidità dei giocatori dell’Atlético in campo, indubbiamente aiutati e spinti dal clima infuocato del Vicente Calderón. Ma anche questo è tratto distintivo del Cholismo: Simeone è un capopopolo, carica i tifosi platealmente, punta sull’identificazione di sé stesso come leader della curva.

Questo rientra nella strategia motivazionale, e in fondo è una sana botta di veracità nel calcio moderno. Il Cholo allena i giocatori e pure i tifosi, ben consapevole del fatto che in certi momenti un’indicazione tattica non vale il coro unanime di oltre 50mila tifosi. Un’identificazione assoluta tra squadra e tifo.

Perfetta organizzazione difensiva, coerente fase offensiva, ritmo altissimo. Garra, convinzione assoluta dei propri mezzi, agonismo, tifo infernale. Sfiancamento dell’avversario, per poi colpirlo in velocità. Dare tutto, e anche di più. Partita dopo partita.

Questa è la formula-costante che si ripete come un mantra da 5 anni e mezzo nella parte meno nobile di Madrid. Questo è il Cholismo.