Capisci che si sta per compiere qualcosa di grande quando vedi gli occhi dei bambini brillare e gli anziani piangere di gioia. Quando un’intera città, un modo di vivere e di essere si ferma per un giorno a guardare i novanta minuti più lunghi. Novanta minuti per realizzare un obiettivo sognato per tanti, troppi anni e sempre sfumato nei modi più dolorosi.

Non sono beneventano, ma ho sangue sannita che mi scorre dentro e ogni anno faccio la stessa scommessa con mio padre: Se il Benevento va in B, ci andiamo a vedere l’ultima partita, quella decisiva. Abbiamo iniziato a seguire i risultati dei giallo-rossi e, come ogni anno, l’inizio è stato incoraggiante con un terzo posto alla fine del girone d’andata. Poi, giornata dopo giornata, ci siamo resi conto che stava accedendo qualcosa di grandioso: da dicembre in poi il Benevento non ha più perso, collezionando una dozzina di vittorie e quattro pareggi nel girone di ritorno.

Fino alla partita decisiva. Fino al momento tanto atteso e sognato dopo ben cinque play-off falliti negli ultimi anni.

Il 30 Aprile 2016 è il giorno di Benevento, il giorno in cui si può scrivere a caratteri cubitali quella seconda lettera dell’alfabeto che non è mai stata assaporata dai tifosi. Nel vecchio “Stadio Santa Colomba”, oggi dedicato al compianto Presidente Ciro Vigorito, i giallo-rossi ospitano il Lecce, secondo in classifica a meno sei dai sanniti.

Tutti sanno che basta anche il pareggio per brindare e festeggiare fino a tarda notte, ma per scaramanzia nessuno ne parla. Basta vedere gli sguardi dei tifosi che hai vicino per capire le loro emozioni, le speranze, le sofferenze, le cocenti delusioni del passato. Insomma, in novanta minuti il Benevento si gioca tutto.

"Quelli che hanno aspettato"

“Quelli che… hanno aspettato” (Ph: Giovanni Parente)

La partita inizia alle 17:30 ma arrivo alle 14:30 perché mi aspetto i soliti controlli a tappeto per gli eventi sportivi importanti, ma a nessuno viene chiesto il biglietto d’ingresso: si intuisce che è già un giorno di festa. Appena entrati il colpo d’occhio è incredibile: la Curva Sud, dove ci accomodiamo, è quasi piena ed è lo stesso anche per i distinti e la tribuna.

Manca solo il settore ospiti e ti accorgi che sono arrivati i “nemici” quando tutti iniziano a fischiare e volano parole di ogni tipo all’indirizzo dei leccesi in trasferta. Il prepartita scorre veloce verso il calcio d’inizio: solo allora si rivela la grande organizzazione dei tifosi della Curva che, con grandi fogli giallorossi, celebrano la giornata odierna con una fantastica coreografia.

Le due squadre si schierano con un 3-4-3 speculare e l’inizio è tremendo per i tifosi di casa: l’esterno destro del Lecce, Lepore, riceve un cross dalla sinistra, butta un occhio sulla porta e incrocia col destro. Per un attimo i cuori dei tifosi si bloccano. Non deve succedere, non oggi, non qui, non così.

E infatti non succede, dato che il tiro colpisce il palo e il portiere veterano Gori si getta sul pallone per evitare la ribattuta. I minuti passano e il Benevento non ha ancora creato nulla, fino al momento in cui la storia del campionato e di un’intera città svolta: Ciciretti, idolo della Curva, serve in profondità l’esterno Melara che pennella un cross perfetto sulla testa di Mazzeo. È la rete del vantaggio e il pubblico impazzisce.

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L’esultanza dei tifosi alla rete del vantaggio. (Ph: Giovanni Parente)

I giallorossi continuano ad attaccare ma viene decretato un calcio di punizione molto interessante per il Lecce e partono i soliti scongiuri. Il cross non impensierisce la difesa del Benevento e la palla finisce sui piedi di Karamoko Cissé, centravanti di colore dei padroni di casa, che si trasforma per dieci secondi in George Weah e si fa tutto il campo seminando avversari come birilli. Arrivato davanti al portiere, con il pubblico che ne ha accompagnato la corsa, lo fulmina con un sinistro in diagonale. Tutto perfetto, 2-0.

Esultano tutti in un momento che rappresenta l’orgoglio di un intero popolo che resistette alle incursioni romane nel terzo secolo a.C. ed è finito quasi totalmente in esilio nelle grandi metropoli del nord o addirittura all’estero a seguito dell’industrializzazione e dell’abbandono delle campagne.

I minuti passano e il Benevento è padrone del campo e del gioco ma non riesce a trovare il gol che chiuderebbe l’incontro prima del doppio fischio dell’arbitro: tutti negli spogliatoi, e tifosi sanniti sempre più partecipi e sostenitori di un’impresa che profuma di storia.

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Le sciarpe giallorosse affollano la Curva Sud (Ph: Giovanni Parente)

Il secondo tempo ricomincia. Dopo appena cinque minuti, viene messa la parola fine alla contesa: Ciciretti serve sulla sinistra Mazzeo che si fa un decina di metri di corsa, guarda la porta e scarica un sinistro potentissimo che il portiere del Lecce riesce a toccare ma non a deviare. 3-0.

I tifosi, increduli, non riescono a trattenere l’emozione, abbracciando persone mai conosciute prima: come Vincenzo, un bambino di otto anni, che mi salta addosso dal seggiolino appena sotto al mio. È la magia del calcio, quelle emozioni per cui viviamo e continuiamo comunque a seguire questo sport malandato. I restanti quaranta minuti sono pura accademia, con i padroni di casa che amministrano la partita, si mangiano alcuni gol e non concedono praticamente nulla agli avversari, mentre il pubblico, sciarpe alla mano, continua ad incitarli al grido di “Io lo so, io lo so, che l’anno prossimo gioco di sabato…”.

Entusiasmo collettivo e adrenalina. Il tempo sembra non passare mai nell’attesa di quel triplice fischio che questo pubblico attende da anni. E l’arbitro ci mette del suo, decretando tre minuti di recupero in una partita che non ha più nulla da dire.

Tifosi Benevento

Benevento: una passione di famiglia (Ph: Giovanni Parente)

3, 2, 1. Si guardano tutti perché ognuno sa che sta per arrivare il momento più atteso, ma nessuno ha la forza di crederci perché sembra di vivere un sogno. L’arbitro fischia, è finita: il Benevento è promosso per la prima volta in Serie B in 87 anni di storia. In quel momento un’orda di tifosi invade il campo alla ricerca di una testimonianza: le maglie, i pantaloncini, i calzettoni e forse pure le mutande degli undici che hanno raggiunto questo traguardo.

La festa può finalmente iniziare tra fumogeni, cori, coriandoli e getti d’acqua. L’attesa per questo momento storico è finita e le emozioni si susseguono come in un film hollywoodiano. Adesso non fa più paura pronunciare la parola “Serie B”, anzi: rende tutti orgogliosi degli sforzi profusi nel corso degli anni, delle delusioni dopo ogni finale persa e soprattutto delle proprie origini.

E poi lo sguardo di ognuno si rivolge verso l’alto, verso coloro che hanno aspettato per anni questi attimi e non ci sono più: per il presidente Ciro Vigorito, a cui è intitolato lo stadio, e soprattutto per “il figlio di Benevento”, Carmelo Imbriani. Lui, emblema ed essenza del Sannio, il giovane talento di Ceppaloni che esordì col Napoli alla fine degli anni ’90 trovando il gol contro l’Inter e raccogliendo di fatto l’eredità del numero 10 all’ombra del Vesuvio, per poi andare in prestito in giro per l’Italia e tornare infine nella sua città natia per cercare la promozione in B.

Carmelo è venuto a mancare nel febbraio del 2013, dopo una lunga lotta contro il linfoma di Hodgkin, che lo aveva tenuto lontano dalla panchina del Benevento per lunghi mesi. A lui è andato il ricordo finale dei presenti, al capitano che ha lottato per regalare al suo popolo la Serie B. Personalmente voglio credere che da lassù anche Carmelo abbia visto la partita, guidando i suoi ragazzi dal primo all’ultimo minuto.

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“Il cielo è giallorosso sopra Benevento.” (Ph: Giovanni Parente)