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La grande novità della Serie A 1984/85 fu Diego Armando Maradona, già allora il più forte giocatore al mondo, che il Napoli acquistò per 13 miliardi di lire dal Barcellona. E visto che la sentenza Bosman era ben distante dal venire, il limite massimo di stranieri per squadra era fissato a due, costringendo così le società ad acquistare i massimi campioni stranieri dell’epoca, regalando grandi colpi non solamente alle big.

Perché se l’Inter poteva schierare Rummenigge e Brady, la Juventus Platini e Boniek, il Milan gli inglesi Wilkins e Hateley, la Roma Falcão e Cerezo, la Fiorentina Socrates e Passarella ed il Torino Júnior,  squadre sicuramente meno potenti potevano mettere in campo comunque grandissimi del calcio degli anni ’70 e ’80: l’Ascoli puntava su Dirceu, l’Atalanta su Strömberg, l’Avellino su Ramón Diaz, la Cremonese su Juary, l’emergente Sampdoria di Mantovani sugli inglesi Souness e Francis, mentre l’Udinese addirittura su Zico e la Lazio su Michael Laudrup.

Visti gli organici delle squadre, trovare la formazione favorita non era per niente facile: la Juventus aveva vinto 3 degli ultimi 4 scudetti, ma la Roma, oltre ad essere l’unica ad interrompere il filotto bianconero, aveva anche conquistato due coppe Italia e soprattutto sfiorato la Coppa dei Campioni nel maggio precedente, cadendo all’Olimpico contro il Liverpool soltanto ai rigori. Come possibili outsider c’erano sicuramente la Fiorentina, che dopo aver sfiorato lo scudetto tre anni prima aveva raggiunto un promettente terzo posto nel 1984, e l’Inter, che pur essendo reduce da campionati positivi aveva sempre mancato il salto di qualità.

C’era però anche un’altra squadra che negli ultimi anni si era fatta notare, ed era il Verona di Bagnoli: dopo aver ottenuto la promozione in Serie A nel 1982, era subito arrivato un esaltante 4° posto la stagione successiva – dopo che per lunghi tratti fu addirittura la principale prentendente alla testa della classifica occupata dalla Roma – e una finale di Coppa Italia, persa in maniera beffarda contro la Juventus: dopo il 2-0 del Bentegodi, al ritorno i piemontesi la spuntarono per 3-0 ai supplementari, segnando con Platini il gol decisivo ad appena un minuto dai calci di rigore; la stagione seguente fu di nuovo finale, dove gli scaligeri caddero contro la Roma: 1-1 e 1-2 all’Olimpico.

I ritocchi di primo piano per rendere ancora competitivi i veneti furono pochi, ma si riveleranno poi straordinariamente efficaci; dopo aver sfiorato addirittura l’acquisto di Matthäus arrivarono il corazziere Briegel (1,87 m per 92 kg) dal Kaiserslautern e il velocissimo danese Elkjær, il cavallo pazzo proveniente dal Lokeren; mentre vennero ceduti Iorio, autore di un’ottima stagione ma il cui cartellino era di proprietà della Roma, Zmuda (che finì alla Cremonese), l’ex milanista Joe Jordan al Southampton, infine andò al Venezia un centrocampista ormai a fine carriera che da allenatore regalerà grandi gioie ai tifosi del Vicenza, acerrimi rivali dei veronesi: Francesco Guidolin.

Oltre a Briegel e Elkjær, i pilastri di quell’Hellas erano il libero Tricella, capitano della squadra, il numero 7 Pietro Fanna, già vincitore di tre scudetti con la Juventus ma che aveva un po’ deluso le aspettative nate intorno a sé (anche per via di divergenze di carattere tattico con Trapattoni), il regista Antonio Di Gennaro e una piccola e veloce prima punta: Antonio Galderisi, detto “Nanu” per la sua non eccelsa statura (1,68).

Inoltre, a difendere la porta c’era la personificazione del portiere matto da legare, ovvero Claudio Garella, abituato a parare con i piedi, anche in rovesciata, e con altre improbabili parti del corpo, tanto che l’avvocato Agnelli lo definì il miglior numero 1 al mondo “senza mani”.

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Garella al Verona

La prima giornata di quella storica cavalcata vedeva subito un avversario ostico: ci sarebbe stato infatti l’esordio in Serie A per Maradona, il quale però aveva intorno a sé giocatori non così forti come quelli che avrebbero regalato al capoluogo campano lo scudetto due anni dopo; la stagione prima la retrocessione era stata infatti evitata per un solo punto.

L’incontro fu facilmente vinto dai veneti per 3-1, con Maradona annullato da Briegel; la settimana dopo il Verona si trovava già da solo in testa alla classifica a punteggio pieno, ma la prima vittoria che fece storia arrivò alla quinta giornata, contro la Juventus. Sull’1-0 grazie a una rete di Galderisi, i gialloblu chiusero l’incontro a 10′ dalla fine con un leggendario gol di Elkjær, il quale raccogliendo a metà campo un rinvio dal fondo saltò Pioli, che contrastandolo gli fece perdere la scarpa; cosa che non turbò minimamente il numero 11 danese, che trovatosi solo davanti a Tacconi lo infilò con naturalezza, scalzo, chiudendo la partita.

Fatto sta che dopo 5 partite l’Hellas era ancora in testa, con 4 vittorie e un solo pareggio; tutti si aspettano il calo della meteora scaligera, e nonostante qualche pari di troppo al termine del girone d’andata il Verona è campione d’Inverno, pur incassando la prima sconfitta di campionato sul difficile campo dell’Avellino: un risultato oltremodo positivo visto il timore di Bagnoli di ritrovarsi in Serie B a fine stagione.

Il campionato rimane comunque incertissimo, visto che per tutto il girone d’andata si alternano al secondo posto ben 5 squadre: la promettente Sampdoria, il Milan e la Fiorentina – che a dire il vero perderà presto il contatto con la testa della classifica – l’Inter di Rummenigge ed un redivivo Torino.

Alla prima di ritorno, complice lo 0-0 di Napoli, arriva finalmente l’aggancio in testa da parte dell’Inter, che piega l’Atalanta per 1-0 grazie anche ad un rigore parato da Zenga; sembra la fine del sogno per la formazione di Bagnoli, che ha però il coraggio di non abbattersi e riportarsi in testa già la settimana successiva: è l’Ascoli a fare da vittima sacrificale, mentre l’Inter esce dal Partenio di Avellino senza una vittoria (0-0) e sotto di un punto.

Con un gruppo che via via si cementa sempre di più anche grazie al disfattismo della stampa, sempre pronta a parlare di sorpasso e di “fine del sogno” prima di uno scontro diretto, l’undici veronese probabilmente inizia a pensare allo scudetto dopo le tre partite successive a quella vinta con l’Ascoli: prima una rocambolesca vittoria esterna a Udine per 5-3 dopo essersi fatti rimontare 3 reti, segnando poi il 3-4 e poi il 3-5 quattro minuti dopo il pari dell’Udinese, la settimana seguente grazie all’1-1 con l’Inter al Bentegodi – con più della metà del Verona in campo febbricitante – che mantiene i nerazzurri a un punto di distanza, e per chiudere un altro pari contro la Juventus al Comunale, ancora con un gol per parte.

Mentre Inter e Torino (terzo) si annullano con le reti di Corradini, il pareggio di Collovati ed un rigore fallito da Altobelli.

Lo scatto decisivo arriva poche settimane più tardi, tra la 22esima e la 24esima: 3-1 in rimonta a Firenze, mentre l’Inter non va oltre il 2-2 nel derby. La giornata successiva i nerazzurri escono a mani vuote dal derby d’Italia contro la Juventus, perso per 3-1, con il Verona che spazza via il fanalino di coda Cremonese per 3-0: ora i punti su Inter e Torino sono ben 5, che salgono addirittura a 6 alla 24esima, quando nonostante il pareggio esterno con la Sampdoria perdono sia Inter che Torino, raggiunte al secondo posto proprio dai blucerchiati, dal Milan e dalla Juventus.

Questo abisso sulle rivali rende praticamente indolore l‘unica sconfitta interna della stagione, subita proprio contro il Torino per 2-1 la settimana dopo, con la beffa di non essere riusciti a pareggiare l’incontro a causa di un rigore fallito da Galderisi quando si era ancora sullo 0-0.

L’ambiente non fa comunque drammi: oltre al Milan in trasferta la settimana dopo, con la partita che finisce a reti bianche soprattutto grazie ad un superbo Garella, il calendario è decisamente agevole, tanto più che il Verona, non essendo abitutato a livelli così alti in Serie A, ha il pregio di non sottovalutare mai le piccole.

“Non ho il rimpianto della grande squadra, perché il Verona, quel Verona, per me era la più forte di tutte.” (P. Elkjær)

Si arriva così alla penultima giornata con 4 punti di vantaggio su Torino e Inter, che comunque non hanno trasferte facili: i granata sono ospiti della Fiorentina, la cui tifoseria, curiosamente, è gemellata sia con i butei del Verona che con gli ultras del Toro, mentre l’Inter fa visita alla Roma.

L’Hellas, invece, è in una posizione invidiabile: gioca infatti a Bergamo contro un’Atalanta già salva e che non ha più nulla da chiedere al campionato, in uno stadio che per più della metà è riempito dai supporter veronesi.

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La curva dell’Hellas per la partita-scudetto

Pur facendo la partita, è l’Atalanta a passare in vantaggio verso lo scadere del primo tempo con Perico, un difensore che non segnava in Serie A da dieci anni: il terzino orobico esulta appena per la rete, quasi per scusarsi per quello che è successo.

Il Verona non si spaventa, e ritorna in campo forse anche rincuorato dalle notizie dagli altri campi, che vedevano il Torino ancora fermo sullo 0-0 e l’Inter sotto per 2-1; la ripresa è iniziata da appena 5 minuti quando Elkjær raccoglie una palla vagante in area di rigore e mette a segno il suo settimo gol stagionale, probabilmente il più importante nella sua carriera, visto che il risultato da quel momento non cambierà più: il Verona è campione d’Italia.

“La prima volta che ho visto sorridere Bagnoli? A Bergamo, il giorno dello Scudetto.” (H.P. Briegel)

La festa per il ritorno dei neo-scudettati probabilmente avrebbe fatto impallidire i trionfi dell’Antica Roma: già poco dopo Desenzano, cioè quando ancora mancavano 40 kilometri a Verona, tutti i ponti delle autostrade erano pieni di bandiere gialloblu, che aumentavano via via che ci si avvicinava verso il centro; il sindaco di allora, spesso presente al Bentegodi, il democristiano Gabriele Sboarina – quello della stella cometa d’acciaio di 70 metri di fronte all’Arena e poi coinvolto in Tangentopoli – si ritrovò a festeggiare nella fontana di Piazza Bra insieme ai suoi concittadini.

All’ultima giornata si festeggia con la tipica passerella per il titolo, impreziosita nel prepartita da bande musicali e sbandieratori, con l’Avellino già salvo e sconfitto per 4-2: l’ultima rete, al 90°, la segna Elkjær, che a dicembre arriverà addirittura secondo nella classifica del Pallone d’oro, dietro soltanto a Platini.

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La formazione del Verona nella passerella finale contro l’Avellino

I motivi del trionfo dell’Hellas in quello storico 1984/85 – a cui la città di Lavagno ha dedicato una piazza nel 2010 – non è da attribuire, come sostenuto da qualcuno, alla favola del sorteggio integrale degli arbitri – che si ebbe all’interno di gruppi (tre o sei) di partite ritenute di pari importanza dal designatore arbitrale -, bensì ad un gruppo molto unito di calciatori, alcuni prematuramente scartati da squadre ben più quotate (oltre a Fanna e Galderisi dalla Juventus c’erano Fontolan e Tricella che avevano giocato nell’Inter, Di Gennaro e Sacchetti alla Fiorentina, Luciano Marangon alla Roma).

E ad un allenatore gentiluomo, mai sopra le righe, desideroso di un gioco efficace finalizzato a mandare l’attaccante in porta con pochi e rapidi tocchi, senza troppi fronzoli e attento soprattutto al rapporto umano con i suoi giocatori, che tanto lo stimavano. Vi ricorda qualcosa?

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La rosa del Verona nella storica stagione 1984/85