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Decadenza. È la parola che più di ogni altra viene associata a Lisbona, al suo allure cosmopolita e a quell’attitudine pigra nell’interagire con il mondo. Una capitale europea per difetto: schiacciata dal peso specifico di una storia ingombrante, cicatrizzata da eventi drammatici e cosparsa da una patina di immobilismo aristocratico.

Lo stesso concetto si potrebbe applicare tout court alla società calcistica nobile della capitale lusitana: lo Sporting Lisbona. Almeno fino ad oggi.

Perché, come ogni rinascita, anche quella della Sporting è figlia di una frattura sportiva dai contorni epocali. Che porta un nome e un cognome: Jorge Jesus, attuale tecnico dei Leoni e demiurgo dietro al recente dominio del Benfica in terra lusitana. L’allenatore che ha sfidato tradizioni e una rivalità ultra-centenaria compiendo il salto mortale da una parte all’altra della città: Benfica-Sporting sola andata.

Impersonificazione del concetto di “profeta in patria”, Jesus ha incenerito con un semplice “sì” cinque anni da protagonista nella squadra popolare della capitale, varcando una linea immaginaria che va ben oltre i quattro kilometri che separano l’imponente Da Luz dal profilo ovale del José Alvalade.

Perché nessun allenatore aveva ancora compiuto quel salto mortale dalle Águias ai Leões: si tratta di un “precedente”. Che per Jorge Jesus significa anche convivere con minacce di morte, lettere intimidatorie recapitate a casa, addirittura l’assegnazione di una scorta per qualche mese e un odio fortemente radicato nella metà rossa di Lisbona, che acquista sempre più forza ogni giorno che passa sulla panchina alviverde. Ma se lo Sporting ha sgomitato punto a punto in un rush scudetto tra i più incerti d’Europa – la volata con il Benfica – gran parte del merito lo deve a quell’uomo spregiudicato, cinico e controcorrente.

Un antidivo, che ha anteposto una difficile sfida professionale a una comoda celebrazione; uno che ha scelto di imboccare una ripida mulattiera mentre stava comodamente sfrecciando su un’autostrada a tre corsie. Perché Jorge Jesus è un perfezionista del gioco, mosso da una sete atavica che lo ha spinto in direzione ostinata e contraria. A 61 anni, e forse mai come prima, sta vivendo la sua one hit wonder: la stagione da underdog che ribalta i pronostici iniziali.

Come annunciato durante la gremitissima conferenza stampa di presentazione al José Alvalade, il suo vero intento era quello di “risvegliare i Leoni che dormono” facendo leva su un sentimento di orgoglio troppo a lungo sopito e focalizzando nel mirino un obiettivo generico ma al tempo stesso inappellabile: tornare a primeggiare in patria. O rimettere la chiesa biancoverde al centro del villaggio, per dirla con un’espressione piuttosto usata di questi tempi.

L’Alvalade per il derby

E la rinascita dello Sporting Lisbona poggia su queste fondamenta: accentramento dei poteri decisionali e tecnici all’ex allenatore delle Águias e conseguente processo di restyling e modellamento della squadra seguendo le specifiche esigenze del tecnico con un passato da modesto centrocampista dello Sporting negli anni ’70, con una famiglia di fede alviverde nonostante la sua città natìa, Amadora, piccolo centro periferico adagiato a metà strada fra la capitale e il caratteristico borgo di Sintra.

Jesus prende il timone di un club che da 14 anni non vince un campionato, che spesso in Europa recita la parte dello sparring-partner e che ha sommessamente lasciato a Benfica e Porto il ruolo di dominus in Portogallo. Risvegliare i leoni è metafora evocativa tanto in conferenza stampa quanto in campo, un processo che non può eludere momenti claudicanti e qualche inevitabile rallentamento, ma che fin dal principio appare come una vera rivoluzione tecnica, tattica e soprattutto mentale.

Iniziando proprio dal mercato estivo: respinte al mittente le avanche milionarie per il potente centravanti algerino Islam Slimani; recuperato dal Fulham con un colpo di genio low cost il sinistro morbido di Bryan Ruiz; promosso e responsabilizzato con la fascia di capitano il puro ma altalenante talento associativo di Adrien Silva; elevato al ruolo di box-to-box con libertà di svariare sulla destra e gettarsi negli spazi il giovane João Mário, elevatosi ad uno dei migliori calciatori del campionato, infine accantonato ai margini della rosa lo sfiancante caso del talento André Carrillo.

Decisionismo, idee chiare e cultura del lavoro. Su questa triade, il mister di Amadora ha disegnato una rifondazione che va oltre i semplici punti in classifica implementando così un ciclo di vertice all’Alvalade, dove, fino al 2013, regnavano le macerie di una contestazione societaria e un sesto posto a 36 punti dal Porto campione e a 35 dai rivali di sempre, guidati dallo stesso Jesus.

In un angolo di città che ha fatto della decadenza un modus vivendi, O’ Mestre da táctica ha inoculato un virus estraneo: quello dell’ammodernamento calcistico, sotto forma di un poliforme vestito tattico e di diffuse competenze manageriali, sia nelle scelte in chiave mercato che nell’integrazione in prima squadra dei migliori prospetti del prestigioso settore giovanile bianco-verde, tuttora il migliore del paese.

Come verificatosi in precedenza con i cugini del Benfica, infatti, lo schema si ripropone fedelmente anche in zona Campo Grande: partenza sprint, compattezza collettiva ed elasticità tattica nei moduli di gioco ma non nei princìpi di base, si fondono insieme formando un soggetto granitico; la nuova carenatura dei Leoni brilla di un verde nobile, degno dei variopinti azulejos che ornano le vie popolari dell’Alfama come quelle à-la page della centralissima Baïxa.

Jesus organizza la miglior fase difensiva della Liga – 0,62 gol subiti a partita e addirittura 16 match chiusi con clean sheet – superando in efficacia anche quella della sua ex creatura, consegnando le chiavi della linea a 4 prima ad un mestierante come Paulo Oliveira per poi cedere i galloni della coppia titolare ai prospetti Semedo e Coates, due centrali complementari con spiccate doti di fisicità, forza nei contrasti, gioco aereo e soprattutto capaci di assorbire i compiti di costruzione lunga richiesti dal tecnico nelle situazioni di pressione alta.

Davanti a loro, in un ruolo da pivote, agisce William Carvalho: pedina ideale per il lavoro di schermatura dello spazio centrale, congestione delle linee di passaggio e recupero rapido delle seconde palle nel primo terzo di campo, capace anche di abbassarsi tra i centrali per svolgere compiti di difesa posizionale come di uscita palla quando la pressione avversaria viene portata oltre la prima linea. Un canovaccio tattico riproposto in blocco pure in nazionale dal ct Santos.

Bryan Ruiz

Jesus svolge (e richiede) un lavoro posizionale maniacale in fase di non possesso e di transizione negativa, ma incassa ben presto i dividendi del suo calcio pragmatico, aggressivo e diretto.

Soprattutto grazie alla sua firma in calce, l’intuizione dell’anno in fase di mercato: Bryan Ruiz. Il mancino costaricano rimane il centro di gravità permanente dei Leoni; esterno sinistro nel 4-4-2/4-2-3-1 o trequartista d’appoggio nel 4-1-4-1 a volte sfoderato da gennaio in poi: dalla trequarti in su, in quello spazio morto fra le linee che appare e scompare come il mantice di una fisarmonica, il numero dieci dei Ticos si muove come vero regista offensivo associando il gioco e garantendo una fondamentale presenza negli spazi di mezzo, per sviluppare le tracce verticali tra centrale difensivo e centrocampisti, liberando così lo spazio alle sue spalle per lo sfruttamento dell’ampiezza da parte dell’esterno basso di competenza.

E un attaccante abrasivo, generoso e fisicamente straripante come Slimani passa all’incasso: dei 26 gol messi a segno, circa un terzo nasce dalle calibrate assistenze di Ruiz sull’attacco alla profondità dell’algerino. A testimonianza di come l’intelligenza tattica sia elemento moltiplicativo del talento di base.

La dimostrazione plastica del nuovo corso ha una data precisa: 25 ottobre 2015. Al Da Luz, i Leoni fanno capire che la new wave bianco-verde è giunta alla piena maturazione. Sotto un’assordante boato di fischi, offese e perfino un insistito lancio di oggetti verso la panchina, la squadra di Jesus spazza via il Benfica con un secco quanto meritato 0-3, deciso nei primi 35 minuti di gioco dalle reti di Slimani, Ruiz e Teófilo Gutiérrez.

È una partita che sa di passaggio di testimone: con il suo tipico 4-1-3-2, sospinto da una straripante condizione atletica e da principi collettivi cuciti su misura degli interpreti, lo Sporting mostra i denti mettendo nel mirino e nella testa del gruppo l’obiettivo del primo posto. Cementando una convinzione nuova in tutti gli interpreti, perfettamente espressa dalle dichiarazioni di Slimani durante il post-partita:

“Abbiamo cambiato molte cose quest’anno, dai metodi di allenamento al modo di stare in campo. Ma soprattutto c’è un’altra mentalità: stiamo realizzando cose importanti grazie ad una cultura vincente.”

Insomma, in pochi mesi il nuovo Sporting Lisbona ha impresso il suo marchio su un campionato mai così incerto come in questa stagione di transizione. Nella quale Jorge Jesus continua nel suo ossessivo lavoro di addomesticatore di Leoni, accompagnandolo con show adrenalinici a bordo campo che l’hanno reso una figura cult: mosso da gesti frenetici e nervosi, costantemente sull’orlo del richiamo arbitrale, insistentemente presente oltre l’area tecnica per sciorinare indicazioni tattiche come grida d’incitamento ai suoi, lasciandosi poi andare in entusiastiche esultanze dopo ogni rete. Irrequieto, istrionico e perfezionista.

Sembra la trasposizione in giacca e cravatta di un ultras che vive i 90 minuti come un liberatorio esercizio di catarsi delle proprie ansie. Così, quella società nobile nata ad inizio ‘900 come costola borghese “dissidente” del Benfica, si è definitivamente risvegliata da un torpore metafisico grazie ad un sessantenne agitato, sprezzante e dall’aria un po’ bohémien, che ha fatto suo il pensiero di José Saramago:

“Non dimenticare che siamo a Lisbona, da qui non partono strade.”

Poche battute che cristallizzano il modo di essere di una città anomala. Abbracciata e al tempo stesso spaccata in due dal Tago, accarezzata da venti atlantici e circondata dall’aridità dell’Extremadura. Un approdo terminale, che racchiude in sé l’atmosfera di una capitale demodé: tra panni stesi nei vicoli, deturpazioni di incendi e terremoti fieramente esposte, mosaici a cielo aperto e quell’aria interrotta di chi ha ancora tutto il tempo necessario per fermarsi a pensare.

Perfino Jorge Jesus, che, nonostante le offerte dall’estero – Premier League su tutti – dal 2009 ha deciso di stabilirsi nei dintorni della zona popolare del Bairro Alto, per non andarsene più. E compiere così una delle più affascinanti rivoluzioni che si potessero immaginare: cambiare il senso di un’intera città risvegliando una nobile decaduta, riportando un’antica rivalità sul tetto del paese e su palcoscenici in odore di Champions.

A una sola giornata dal termine del campionato, infatti, lo Sporting si trova due punti sotto al Benfica, dopo un filotto di sei vittorie: ha matematicamente guadagnato l’accesso ai gironi di Champions League e staccato il potentissimo Porto di 13 punti. Probabilmente la maledizione di Béla Guttmann stavolta lascerà in pace le Aquile che si apprestano a vincere il terzo scudetto consecutivo, a meno di un clamoroso suicidio domenica al Da Luz contro il modestissimo Nacional.

Ma questo, oggi, poco importa ai Leoni perché – come avrebbe apostrofato Wim Wenders in Lisbon Story, film sulla capitale portoghese sospeso tra surrealismo e neo-realismo: “Alcune rivoluzioni possono accadere soltanto per caso”. A meno che non capiti dalle parti dell’Alvalade.