68 anni e non sentirli. Giampiero Ventura sta per varcare i cancelli di Coverciano alla soglia della terza età e, pur essendo uno degli allenatori più stimati nell’élite tecnica del calcio che conta, rimane figura parzialmente divisoria nell’opinione pubblica sportiva italiana: maestro di calcio o ottimo mestierante relegato in un infinito esilio di campi di provincia e ambizioni da perenne middle-class?

 

Cavare il sangue dalle rape

di Gianluca Lorenzoni

“Il calcio è fatto di idee che non hanno età.”

Lo dico subito: Giampiero Ventura sulla panchina della Nazionale è la scelta giusta. La più logica e se vogliamo, la più lungimirante, seppur le primavere del genovese sembrino suggerire il contrario.

Prendere le redini di una delle Nazionali tecnicamente e caratterialmente più povere che si ricordino è come assumere il comando di una nave arenata in una secca. E chi meglio di un uomo di mare come il sessantottenne ligure può riuscire a ricondurla in porto? Chi se non quest’anziano dall’aria pacata che tradisce però un fervore celato a fatica e sempre sul punto di esplodere?

Una dogmatica ricerca dell’estetica solitamente inusuale a queste latitudini, solo in parte mitigata dal tradizionale pragmatismo, rende Ventura un tecnico italiano più per ius sanguinis – ovvio – che non per concezione e filosofia calcistica, ed è l’unico elemento che può far diffidare un catenacciaro come il sottoscritto.

D’altro canto però resta il tecnico che è riuscito a far risaltare il talento latente di una schiera di giocatori che non hanno poi saputo confermarsi lontano dalla sua ala (Cerci, vero e proprio feticcio, a Pisa prima e in granata poi, Immobile, Barreto, Ranocchia o addirittura Edgar Alvarez); è colui che ha sempre saputo arrangiarsi senza tradire i propri principi; è anche uno a cui può essere affibbiata la consueta retorica del self-made man, della gavetta e dei piccoli miracoli su piazze, se non periferiche, quantomeno di secondo piano, che spesso fa rima con spalle larghe e affidabilità.

Innovatore e psicologo dai tratti quasi mistici – Prima ancora che arrivasse Obama, io scrivevo già sulla lavagnetta dello spogliatoio “Se vogliamo possiamo” -, il cui obbiettivo primario dovrà essere quello di ricostruire un gruppo solido e possibilmente giovane, Ventura rappresenta una scelta in controtendenza rispetto ai più quotati – e onerosi, è bene ricordarlo – predecessori e plausibili concorrenti (Mancini? Montella?). Una scelta necessaria però, poichè in questo momento è forse più utile un onesto capocantiere piuttosto che un architetto di fama internazionale, privo però delle materie prime di cui avrebbe bisogno per il suo ambizioso progetto.

Ripartire da un profilo più basso, cercando di tirare fuori il massimo dai giocatori a disposizione: cavare il sangue dalle rape in sostanza, un modus operandi che l’ormai ex granata ha saputo elevare a vera e propria arte.

C’è poi un dato statistico al quale appigliarsi: la miglior stagione della carriera di Ventura, in rapporto al potenziale a disposizione, resta senza dubbio la prima a Bari, chiusa al decimo posto. Anche in quell’occasione fu chiamato per sostituire, senza stravolgerne il lavoro, Antonio Conte. Proprio il tecnico salentino non ha mai nascosto di essersi ispirato agli schemi di Ventura nell’improntare il suo 4-2-4, vero marchio di fabbrica per entrambi prima delle stagioni a Torino, dove il rigore sabaudo può aver influito nell’adottare un maggiore pragmatismo.

Dal punto di vista prettamente tecnico il passaggio di consegne potrebbe risultare meno indolore del previsto, quindi. Il rischio più grande al quale può andare incontro è il venire etichettato come “non adatto” alle prime difficoltà, a differenza dei nomi mainstream che lo hanno preceduto dal Lippi-bis in avanti, ai quali è stato concesso ben altro credito. Come capitò a Roberto Donadoni, seppur per ragioni opposte: considerato troppo acerbo e raccomandato il primo, troppo poco avvezzo ai grandi palcoscenici potrebbe venir considerato Ventura, nonostante la carriera più che trentennale.

Staremo a vedere. Di certo assisteremo ad un cambio generazionale, con giocatori come Benassi e Berardi chiamati a costruire nuove prospettive. Se poi dovesse esserci un posto anche per il talento di Riccardo Meggiorini (“esploso” a Bari e riabbracciato in granata), magari con il 10 sulle spalle, personalmente ne sarei entusiasta. Anche perché quel Fabian O’Neill che Ventura ha definito “il più forte che ho allenato”, una roba del genere non l’ha mai fatta.

L’Italia di Ventura che sogno:

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L’arte del progettare

di Leonardo Capanni

Provo una sensazione schizofrenica pensando ad un tecnico come Giampiero Ventura. Da un lato un filosofo di campo che ha spesso anteposto il concetto personale di sviluppo del gioco a quello di risultato in un paese storicamente basato sul calcio speculativo; dall’altro l’immagine rassicurante di un allenatore come prodigioso allevatore di talenti, che mai mi ha convinto fino in fondo nei suoi sviluppi definitivi, leggi alle deludenti carriere dei vari Immobile, Cerci, Barreto, Ogbonna e Ranocchia. Ma nello specifico caso dell’eredità di Conte al timone dell’Italia credo che poche altre “chiamate” potessero essere adatte come quella di Ventura.

È vero: anagraficamente il Giampy è un salto indietro, con i suoi 68 anni si tratta del commissario tecnico più anziano d’Europa, ma è una scelta ponderata, che per una volta non tiene conto di emotività, blasone e antiche tradizioni ormai sepolte da onorare come cerimoniali di corte.

Perché la contingenza, come spesso accade, ha partorito l’humus ideale per questa piccola ma significativa rivoluzione azzurra: non c’è l’assillo di “dover vincere” data la qualità media a disposizione in alcuni reparti e il fatto che il turbolento ciclo di Conte sia al crepuscolo; non si è ripartiti da un’anacronistica cooptazione interna da scuola-di-Coverciano; non verrà presa l’ennesima decisione cavalcando l’onda emotiva di una manifestazione internazionale appena conclusa. Tutto questo, in Italia, suona come un’eccezione.

Così come il nome di Ventura sulla panchina azzurra. Uno che a 68 anni ha un sito internet curatissimo (qui), che fa attendere l’annuncio ufficiale dell’incarico perché deve sposarsi il 1° giugno e che ci scherza pure su con quella risata sorniona à-la Commendator Zampetti.

(photo: Valerio Pennicino/Getty Images)

(photo: Valerio Pennicino/Getty Images)

Eccezioni che, sommate insieme, si avvicinano al concetto di potenziale cambiamento. Mister Libidine ha tutte le carte in regola per aprire un ciclo inconsueto, a patto che gli venga concesso un tempo ragionevolmente lungo. Perché Ventura – da Pisa a Bari fino a Torino – ha sempre prediletto la costruzione di un modello (anzi, concetto) di gioco rispetto all’assillo di un risultato immediato. Seguendo un dogma basilarmente sacchiano. Ha voluto plasmare una visione d’insieme a discapito di alcuni scatti di carriera, ha provato – con successo – ad instillare un modello tattico innovativo nella provincia italiana, fino a “normalizzarsi” e trovare la quadra definitiva a Torino.

4-2-4 o 3-5-2/5-3-2, il calcio del tecnico genovese ha sempre espresso una volontà di costruzione fin da inizio azione, ricalcata però sulle caratteristiche specifiche degli interpreti a disposizione. Perdendo in efficacia (ed estetica) proprio quest’anno, nella stagione in cui le attese erano elevate dopo un mercato estivo di livello e un’annata straordinaria alle spalle.

Ma in 5 anni di governo granata ha riportato il Torino in Serie A e poi in Europa, ha vinto un derby dopo 20 anni, è l’unico italiano ad aver espugnato il San Mamés, ha sfiorato i quarti di finale di Europa League, ha fatto di Immobile il capocannoniere della A per distacco, ha portato continuità e solidità in una città che spesso, nell’ultimo decennio, viveva di delusioni latenti e affannose rincorse alla massima serie.

Insomma, ha creato un’identità dove prima regnava il caos dimostrando coraggio nella scelta della proposta di gioco in rapporto alle piazze (Pisa e Bari) e infine pragmatismo nella conservazione di un ciclo per buona parte invidiabile (Torino). E nel graduale processo di crescita collettiva è riuscito a lanciare qualche giovane che poi si è consacrato come interprete di livello internazionale, leggi alle voci Bonucci e Darmian.

«Non parlo mai di schemi, ma sempre di proposte e concetti.»

È l’incipit della tesi del corso Master di Coverciano, datata 1995: estremizzando un po’, è già tutto ciò che Ventura si porterà con sé nei successivi 20 anni di tour sulle panchine italiane. Ed è il mantra da cui il tecnico genovese ripartirà anche nella sua nuova e impronosticabile avventura biennale.

Prima di parlare di disposizione in campo, tattica e interpreti è doveroso tenere a mente questo concetto filosofico di base: un assioma modellato sul lungo periodo. E proprio questo, a ben vedere, è già un piccolo segnale di cambiamento in un paese che troppo spesso vive di contingenze, slogan ed emergenze. Basteranno due miseri anni di contratto?

Come vedrei l’Italia di Ventura post-Europeo:

 

Illustrazione di Pier LucaKUP” Cupelli