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Una parabola calcistica che sembra ricalcare quella del film MoneyBallL’arte di vincere. Ovvero: come rinunciare sistematicamente ai migliori giocatori della propria squadra senza intaccare il livello collettivo delle ambizioni e delle conseguenti vittorie?

Come nel film di Bennett Miller, in cui gli Oakland Athletics si trovano in costante difficoltà nel gareggiare contro i budget di team inarrivabili come i New York Yankees, la svolta arriva grazie ad un metodo introdotto da un outsider. Seguendo un principio-base spesso dimenticato: un sistema studiato e basato sull’interazione di un gruppo di individui può risultare migliore della singola eccellenza.

1 giugno 1997, 89° minuto di Real Oviedo-Siviglia, ultima giornata della Liga; nelle Asturie si sfidano due squadre disperate, entrambe alla ricerca di una vittoria che possa tenere in gioco fino all’ultimo minuto utile i rispettivi club. Pablo José Maqueda, onesto quanto anonimo mestierante della fascia sinistra, mette dentro il gol della sentenza con un piatto mancino a rimorchio che scivola beffardo sotto le gambe del portiere andaluso: 1-0 per il Real, manca soltanto il recupero. Siviglia in Segunda División, asturiani salvi.

Il portiere dei Rojiblancos crolla in una disperazione intima, muta, che trova sfogo pochi minuti dopo nel tunnel degli spogliatoi: si accascia in un angolo, guanti in mano, e scoppia in un pianto liberatorio. È il principale responsabile di un finale amarissimo. Disilluso e solitario, nel post-partita non c’è spazio per altro sentimento se non la disperazione.

Perché il Siviglia, dopo due anni turbolenti a livello finanziario e societario, è franato nell’abisso della seconda serie nonostante l’aiuto e il supporto – perfino economico – del pueblo sevillista. È la giornata che passerà alla storia come el descenso, la caduta. I tifosi, però, continuano a tifare intonando il coro-inno del sevillismo – “Hasta la muerte, Sevilla hasta la muerte!” – richiamando quella squadra che è appena retrocessa per tributargli un omaggio sincero: in perfetto stile Siviglia. Ma il portiere non si presenta.

Quello stesso portiere che non ha retto la pressione nel match decisivo è oggi lo stratega dietro al fenomeno Siviglia, quello delle tre Europa League in fila e delle cinque nell’ultimo decennio. Perché quel portiere all’anagrafe fa Ramón Rodriguez Verdejo, per tutti Monchi: il direttore sportivo del Siviglia dei miracoli.

Deus ex machina della trasformazione di un club di media fascia in regina d’Europa e best seller continentale in fase di calciomercato. Un’evoluzione singolare, che abbraccia il radicatissimo sentimento di sevillismo, l’opacità del fondo Doyen e una spiccata capacità di scovare talenti, sconosciuti o dimenticati.

“Lavoro con database dettagliatissimi, ma spesso i dati oggettivi non possono esprimere alcuni elementi fondamentali. Quando raccolgo tutte le statistiche, aggiungo sempre l’elemento soggettivo al giocatore monitorato chiedendomi non ‘quanto è forte?’, ma ‘sarà adatto al Siviglia?”.

Nelle parole di Monchi si trova già buona parte del segreto di un modello calcistico che ha pochi uguali in Europa, quantomeno nel rapporto fra trofei vinti rispetto a fatturato ed investimenti complessivi.

Serve qualche numero per comprendere a fondo la portata titanica del lavoro dell’ex numero 1 andaluso all’ombra della Giralda: 200 milioni di euro guadagnati dal club dal giorno del suo insediamento nell’area tecnica (2001); un fatturato netto di 85 milioni di euro, in costante ascesa negli ultimi 5 anni (+24% sul 2014, +65% sul 2012); l’acquisto e il successivo lancio di giocatori semi-sconosciuti o ignorati, tra i quali: Dani Álves, Rakitic, Luís Fabiano, Kanouté, Aleix Vidal, Bacca, Júlio Baptista, Kondogbia, Medel, Seydou Keita, Jesús Navas, Reyes, Adriano, Perotti e Sergio Ramos.

Un curriculum quindicennale che conosce pochi rivali. Materiale tecnico da recordman. Soprattutto se consideriamo una statistica che oggi appare illogica: il Siviglia, prima dell’era-Monchi, aveva vinto il suo ultimo trofeo nel 1948. Cinquantotto anni di deserto dei tartari, fino alla Coppa Uefa del 2006: un perentorio 4-0 al Middlesbrough a firma Luís Fabiano, Kanouté e Maresca. Tre uomini fortemente voluti dal ds. L’inizio di una stagione tanto ricca di successi quanto illusoria. Perché, al contrario di quello che è il pensiero comune, dopo le due vittorie in fila della Uefa per il Siviglia si materializzano i problemi. Gravi.

La mefistofelica miscela composta da un crescente fatturato con un pesante aumento del monte ingaggi, e lo scoppio su vasta scala della crisi finanziaria che nel 2008 arriva a colpire molti istituti di credito spagnoli, è la miccia per la detonazione di un’esposizione debitoria consistente, che mette il club andaluso spalle al muro. E come afferma lo stesso ds costringe i Rojiblancos a “reinventare noi stessi”.

Dietro lo spettacolare team di Juande Ramos si agitano ombre cupissime e Monchi è costretto a vendere i gioielli della corona andalusa per salvare la società. Il sacrificato sull’altare dell’austerity è Dani Álves (39 milioni complessivi), che sbarca al Camp Nou generando una plusvalenza da record e consacrandosi come uno dei migliori esterni bassi del pianeta.

Insieme ad un’altra cessione a peso d’oro – quella del canterano Sergio Ramos nel 2005 – la vendita del brasiliano permette alle casse del club un’ossigenazione fondamentale. E soprattutto apre una stagione in fase di mercato basata sullo scovare, lanciare, valorizzare e infine cedere quei talenti sottostimati o dimenticati in qualche angolo del mondo.

Se Dani Álves fu un colpo sensazionale con l’acquisto per pochi spiccioli dal Bahia, lo stesso si può affermare per Diego Perotti, oggi uomo chiave della Roma di Spalletti, altro colpo rivelatorio del lavoro capillare e maniacale di Monchi. El Monito viene acquistato con un vero e proprio blitz notturno dal Deportivo Morón, e aggregato alla seconda squadra andalusa a soli 18 anni, permettendogli così di crescere con calma e abbracciare il sevillismo. Quel sentimento totalizzante e incondizionato, plasticamente espresso in un tifo caldo e folkloristico sulle gradinate del Sanchez Pizjuán.

Scouting moderno, rete capillare di osservatori sparsa nei due giganti calcistici del Sud America (Argentina e Brasile), una abilità rapace nel chiudere le trattative come di saper aspettare la maturazione di un talento. È la ricetta di quell’ex portiere che si porta dietro un senso di colpa da esorcizzare fin da quel pomeriggio di un giorno da cani nelle Asturie. E che ha anteposto a più riprese il senso di appartenenza al club rispetto ai soldi delle big spagnole, rifiutando all’ultimo momento un trasferimento milionario alla corte merengue nel 2013, motivandolo con un pensiero antitetico all’essenza del calcio odierno:

“Ya soy el director deportivo mejor pagado, porqué trabajo en el club que amo.”

Oltre le dichiarazioni da Libro Cuore, però, è innegabile che un elemento fondante del lavoro di Monchi sia legato a doppio filo all’appartenenza al Siviglia e all’accettazione della causa biancorossa in tutte le sue sfumature. Come evidente fin dal ruolo della Fundación Sevilla, nata nel 2006/07, che ha come obiettivi l’integrazione sociale attraverso le attività sportive, la realizzazione di attività formative e culturali per i bambini e l’impegno sociale; declinati seguendo i princìpi fondanti del club, quelli che dal 1905 caratterizzano la società andalusa.

Tradotto: scuole calcio, campus estivi e invernali, programmi scolastici ad hoc, master universitari, una radio specializzata nel giornalismo sportivo, eventi di ogni genere aperti ai soci all’interno del Ramón Sanchez Pizjuán, associazionismo diffuso sul territorio e un presidente che due volte all’anno incontra personalmente tutti i ragazzini iscritti alla scuola calcio sevillista.

Quando si dice creare appartenenza: “fare rete” tra comunità e territorio attraverso il calcio. È anche questo uno dei segreti della rinascita del Siviglia di Monchi, che si muove in questo contesto con la familiarità e il carisma di uno che ha provato sulla propria pelle le fasi di crescita, declino, ascesa, crisi e nuovamente ascesa di un club orgoglioso e popolare come le vie del Nervión, il quartiere simbolo del sevillismo.

Ma oltre ad un basilare asset rappresentato dalla città e da una società attentissima al radicamento sul territorio, il lavoro di Monchi passa anche da rapporti – più o meno trasparenti – con i fondi d’investimento. Un nome su tutti: Doyen sports investments. Uno dei fondi finanziari più influenti e potenti che gravitano intorno al mondo del calcio. Perché sarebbe miope non sottolineare il peso specifico che questi particolari soggetti hanno avuto nella recente ascesa di alcuni club di medio-alto livello in Europa: Porto, Siviglia e Atlético Madrid su tutti.

In un intreccio di finanza speculativa e calciomercato, contratti con clausole oscure e giocatori spostati continuamente da una parte all’altra del globo, Monchi, quando il Siviglia naufragava sotto l’onda di debiti bancari, si è seduto al tavolo degli squali del fondo Doyen e ne ha cavato una resa tecnica ed economica di straordinaria importanza per il suo club. In attesa di una reale regolamentazione di tali soggetti, che hanno potuto svolgere un ruolo di supplenti degli istituti bancari dalla stretta del credit crunch del 2008 in poi, ma che oggi risultano essere fuori dalle regole imposte dalla FIFA. Almeno formalmente.

Ma per il Siviglia, e per Monchi, poco è cambiato. Come dimostrato dall’ennesimo trionfo in Europa League contro il ben più ricco Liverpool e dalla consapevolezza di dover cedere altre preziosissime pedine sul mercato delle big continentali per riuscire a competere ad alti livelli nel medio periodo.

El Tanguito Banega, protagonista assoluto del torneo, ha già fatto le valigie in direzione San Siro, abbandonando però il club che l’ha rilanciato ai massimi livelli a parametro zero; Krychowiak, ennesimo giocatore sottostimato acquistato per pochi milioni e valorizzato alla perfezione da un allenatore maniacale e dal gioco aggressivo come Unai Emery, è già nel mirino di Juventus, Barcellona e PSG; stessa sorte per Gameiro, attaccante oltremodo essenziale quanto efficace – elevato dal sistema tattico di Emery – che è finito sotto i riflettori dell’Atlético del Cholo. Lo stesso Emery, demiurgo e figura chiave dei successi andalusi, ha imboccato la strada per Parigi.

Insomma, a Siviglia, anche se non sembra, il copione dell’ennesima rivoluzione a firma Monchi pare già scritto. E il futuro pure.