Nel 1953 la Warner Bros aveva bisogno di un nuovo personaggio che potesse piacere quanto Bugs Bunny e Daffy Duck ma le idee scarseggiavano e il tempo era poco. Nel frattempo Robert McKimson, famoso regista di animazione americano, era in vacanza in Messico e rimase colpito dal carattere indolente e forse fin troppo gaudente dei messicani.

Da quel viaggio nacque uno dei personaggi più celebri di tutti i cartoons: Speedy Gonzales, “il topo più veloce di tutto il Messico“. L’idea piacque alla casa di produzione, ma questo primo Speedy era un personaggio troppo magro, più simile a un ratto, con un dente d’oro frontale di dimensioni generose, così la Warner Bros rimandò la trasmissione dei primi episodi.

Ci vollero due anni prima che Friz Freleng e l’animatore Hawley Pratt ridisegnassero il personaggio nella sua incarnazione moderna, nel cartone del 1955. La sua prima apparizione, in “Più veloce di Gonzales“, lo vide correre in aiuto di un gruppo di topi minacciato da Gatto Silvestro, che diventerà poi il suo nemico giurato. Per la prima volta si sentirono le grida “Arriba! Arriba! Ándale! Ándale!” e il cartoon fu talmente apprezzato da vincere l’Oscar nel 1955 come miglior cartone animato breve.

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Speedy Gonzales ama correre e fare il latin-lover con ogni ragazza che incontra, solitamente indossa un sombrero, camicia e pantaloni bianchi. I suoi amici vengono mostrati eternamente pigri, donnaioli e chiassosi bevitori, mentre il protagonista sfoggia un enorme sombrero giallo e, a volte, suona e danza in un complesso di mariachi. Insomma, Speedy Gonzales è il concentrato degli stereotipi del messicano visti con sguardo occidentale.

Cosa c’entra Speedy Gonzales con la nostra storia? Poco e nulla, se non fosse che questo personaggio vive tutte le sue avventure nella stessa città: Guadalajara, 1.300 metri sul mare e seconda per numeri di abitanti dopo Città del Messico. Ed è qui che gioca una squadra simile per filosofia all’Athlétic Bilbao: il Chivas, che schiera da sempre giocatori esclusivamente messicani, portando avanti un progetto di calcio autosufficiente ed autonomo. Una forma di rivoluzione pallonara, in un paese che nel corso della sua storia ha istituzionalizzato proprio quest’ultima.

Perché nel “calcio moderno” siamo abituati a vedere giocatori che cambiano squadra ad ogni soffio del vento e club multietnici in cui la lingua universale è quella del pallone e del business, ma in questo sistema globalizzato ci sono ancora delle mosche bianche, pochissime a dire il vero: il Chivas in Messico e l’Athlétic Bilbao in Spagna. Pardon, nei Paesi Baschi.

La parola “Chivas” significa capre e il soprannome presuppone l’aggiunta dell’aggettivo “Rayadas”, striate, ad indicare la divisa casalinga di questa squadra. La leggenda vuole che il fondatore del club, nonché primo presidente ed anche commerciante tessile, Edgar Everaert, si sia ispirato alla bandiera della sua città di nascita, ovvero Bruges in Belgio e – proprio per questa scelta – il Club Bruges cambiò i propri colori sociali ad inizio ‘900.

I tre colori, il bianco-rosso che compaiono sulla prima divisa e il blu sulla seconda, simboleggiano “Fratellanza, unione e sport” che sono i veri motivi che spinsero Everaert e i suoi lavoratori a fondare questo club. Lo strumento fondamentale di cui si serve il Chivas è quello della cantera, un termine che negli ultimi anni si tende ad associare esclusivamente al Barcellona.

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Bienvenido al lugar donde se forjan las estrellas” è la frase che accoglie i giovani talenti all’ingresso del centro sportivo. E di stelle se ne sono viste davvero tante varcare quella porta: il più conosciuto a livello globale è il Chicharito Hernández che ben presto ha spiccato il volo verso l’Old Trafford, decretando il record di soldi incassati in una singola cessione da un club messicano: circa 8 milioni di euro.

Guadalajara, come tutte le grandi città messicane, è una metropoli caotica e dispersiva; basta sapere che, nel punto in cui confluisco i viali più importanti, si staglia una statua in quella che non sembra neanche una piazza ma un agglomerato di strade. Si vede una donna con un elmo in testa, una lancia nella mano destra e uno scudo nella sinistra, il suo sguardo è perentorio: guarda davanti a sé con orgoglio.

Aguzzando la vista si può osservare una scritta dorata: “Giustizia, Saggezza e Fortezza custodiscano questa leale città”. È Minerva, la dea della saggezza, che protegge gli abitanti di Guadalajara. E forse anche Speedy Gonzales, a pensarci bene.

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La statua di Minerva nel centro di Guadalajara

Ma da queste parti di campioni ne hanno visti oltre al Chicharito Hernández. Non si possono dimenticare personalità di spicco come Omar Bravo, che si è fatto conoscere con la maglia biancorossa per poi andarsene e tornare negli ultimi anni di carriera per diventare il record-man di gol del Chivas; o Carlos Salcido, altro prodotto della cantera che può vantare più di cento presenze con la nazionale messicana e significative esperienze al Fulham in Premier e al PSV in Eredivisie; o José Manuel de la Torre, che ha guidato da allenatore il Messico alla vittoria della Gold Cup nel 2011.

Un esempio singolare è rappresentato da un altro calciatore affermato a livello internazionale, Carlos Vela, che dopo aver giocato divinamente il Mondiale Under 17 del 2005, ha attirato le attenzioni dei più importanti club europei ed è stato venduto all’Arsenal di Wenger per 3,5 milioni di euro, un record per un calciatore così giovane, che ne fanno un caso unico nella storia del club perché Vela non ha mai giocato una partita ufficiale col Chivas.

Fino a poco tempo fa l’idolo di casa era Marco Fabián, trequartista della nazionale messicana, che a suon di gol e giocate di fino aveva stregato i tifosi, e che è stato venduto nella sessione estiva di calciomercato all’Eintracht di Francoforte per 5 milioni di dollari.

L'ultimo talento di casa Chivas: Marco Fabián, attualmente all'Eintracht Francoforte. (EFE/Ulises Ruiz Basurto)

L’ultimo talento del Chivas: Marco Fabián, oggi all’Eintracht (EFE/Ulises Ruiz Basurto)

Proprio in Messico, infatti, le due squadre più importanti e blasonate del paese esemplificano due concetti antitetici di fare calcio ma soprattutto di vivere: da una parte c’è il Club Ámerica, che impiega quasi tutte le risorse puntando su giocatori sudamericani costosi e affermati, che possano portare un immediato salto di qualità ed imporsi successivamente a livello continentale. Come testimoniato dall’ultima Champions League della CONCACAF dove le Aquile hanno sconfitto in finale il Montreal.

Dall’altro lato il Chivas, che fa del vivaio, delle strutture giovanili, del risparmio, della plusvalenza obbligata e dell’unicità linguistica ed etnica la sua vera ricchezza. Confermando che si può fare bene anche puntando su prospetti di un solo paese: un concetto, se vogliamo, romantico, per quanto autarchico. Gli incontri tra queste due compagini, indipendentemente da quale posizione occupino in campionato, è considerato “el Clásico de los Clásicos, il classico dei classici. Sostanzialmente, il derby più caldo e sentito del Centro America. Due paradigmi a confronto.

Lo stile di vita – e di sopravvivenza – del club è preso a modello dai giovani talenti che ogni giorno passano quel cancello con le inferriate bianche, che non devono dimenticare il motto del Guadalajara: “Hay que ser grande dentro y fuera de la cancha”, devi essere forte sia dentro che fuori dal campo.

L'undici iniziale del Chivas nella prima giornata del Clausura 2016, contro il Veracruz. (Saul Molina per MexSport)

L’undici iniziale del Chivas nella prima giornata del Clausura 2016 (Saul Molina – MexSport)

Minerva è ancora lì, a sorvegliare gli abitanti di Guadalajara dall’alto, a proteggerli e ad infondere la propria scienza: da ciò nasce la politica intelligente, il progetto programmato, ormai lontano dalla nostra realtà iper-globalizzata. Una visione di calcio (e di vita) antica e perfino utopica.

Ed è proprio quest’attitudine che colpisce delle capre striate: essere una realtà diversa, fuori tempo, vintage si direbbe oggi. Ancorata ad un passato scintillante e radicata in un territorio complesso, che pero’ rappresenta e valorizza alla perfezione. È anche per questo che spero che l’utopia calcistica del Chivas Guadalajara possa tornare sul tetto del Messico e del Centro America, come succedeva un tempo.

Perché, in fin dei conti, preferisco immaginare che Speedy Gonzales si stia soltanto riposando all’ombra della statua di Minerva, godendosi una lunga siesta col suo enorme sombrero in testa. Pronto per la prossima scorribanda ai danni dei potenti.