Se non fosse stato frenato dagli infortuni, oggi parleremmo di Alessandro Nesta come di uno dei cinque migliori difensori di sempre. Anzi, mi correggo: nonostante gli infortuni, Alessandro Nesta è uno dei cinque migliori difensori di sempre. Raramente si è visto un giocatore con quella classe, tecnica e tocco di palla interpretare al massimo livello il ruolo di centrale difensivo, senza sbagliare un anticipo o farsi trovare fuori posizione, come il ragazzo di Cinecittà.

Ecco, se il Nesta giocatore non ha bisogno di presentazioni, lo stesso non si può dire del Nesta uomo. Maniaco della privacy e da sempre lontano dalle luci della ribalta tanto care ai colleghi, negli anni si è immeritatamente costruito la fama di uomo schivo e introverso, quasi saccente e fin troppo giudicante dalla sua posizione elitaria di talento indiscusso. Tanto silenzioso quanto all’occorrenza schietto e pungente, Nesta è il prototipo dello sportivo che oggi manca all’Italia: quello talentuoso, che fa parlare il campo al posto di Twitter.Nesta_lazio

Rapido flashback: marzo 1976. Nelle sale italiane esce il capolavoro di Milos Forman, Qualcuno volò sul nido del cuculo, anche se a tenere banco nelle discussioni degli italiani sono il Disastro del Cermis e il golpe militare del comandante Jorge Rafael Videla, che coinvolge i cugini d’oltreoceano: gli argentini. Ma il 19 marzo è il giorno che ci interessa: a casa Nesta, il ferroviere e capofamiglia Giuseppe si sta rilassando davanti alla TV – sulla RAI c’è Eddy Merckx che vince la sua settima Milano-Sanremo -, quando la moglie Maria Laura lo intima di prendere la macchina e recarsi all’ospedale. È in arrivo il secondo genito, che è già stato deciso si chiamerà Alessandro.

Con un flashforward ci ritroviamo nel 1984: alla radio spopola Purple Rain di Prince, quando un pomeriggio di settembre papà Renato accompagna il figlio maggiore Fernando ad iscriversi alla scuola calcio di Cinecittà. Con loro in macchina c’è pure Alessandro, che pianta una bizza terrificante per essere iscritto come il fratello. Tra l’esasperato e l’arrabbiato, per fortuna di tutti Giuseppe cede, spendendo 30.000 lire per accontentare il figlio.

L’investimento appare da subito azzeccato: Alessandro colpisce gli allenatori per serietà, attitudine e senso del sacrificio, tanto che un paio di stagioni dopo la bandiera giallorossa Francesco Rocca lo segnala alla dirigenza capitolina. Dopo averlo visionato in un paio di match, la Roma decide immediatamente di puntare forte su quel ragazzino così composto, offrendo al club di Cinecittà ben 10 milioni di lire. Se Alessandro è al settimo cielo – il cuore non ha ancora virato sul biancoceleste -, papà Giuseppe è in crisi.1332885396Nesta

Da un lato è ovviamente consapevole della portata dell’affare, che significherebbe un passo avanti notevole nella carriera di un predestinato come pare essere il più giovane di casa. Dall’altra, l’incrollabile fede laziale lo fa tentennare: “Mio figlio alla Roma? Inammissibile”. Giuseppe pertanto chiede, anzi prega, la Lazio di fare un provino al figlio. Inizialmente scettico, Alessandro decide d’accontentare il padre dopo aver scoperto che di quei 10 milioni neanche un centesimo sarebbe finito nel bilancio familiare, e si presenta con altri 300 ragazzini al campo di San Basilio.

 «Mio figlio con la maglia della Roma? Piuttosto morto, pensai. Ecco perché, senza dire nulla a quelli del Cinecittà, lo portai di mia iniziativa alla Lazio. Prendetelo voi, li supplicai, non fatemelo vedere con la maglia giallorossa addosso. Lo tesserarono subito e in quel momento spiccò il volo la sua favolosa carriera».

Senza alcun patema, Alessandro passa il test e a 10 anni entra a far parte di quella che sarebbe stata la sua seconda famiglia per quasi due decenni. Inizialmente schierato ala destra, Nesta colpisce per la determinazione e il perfetto senso della posizione, ma soprattutto per le indubbie qualità atletiche che ne fanno uno dei migliori prospetti della città. Anche se nella capitale il nome sulla bocca di tutti è quello di un coetaneo di Nesta, cresciuto nel quartiere di Porta Metronia e appena passato dalla Lodigiani alla Roma: Francesco Totti.

Se Totti è il tipico numero 10 italiano, erede di una stirpe di fuoriclasse che comincia con Valentino Mazzola e prosegue col figlio Sandro, fino ad arrivare a Rivera, Antognoni e poi Roberto Baggio e Del Piero, Nesta rappresenta in un certo senso una nuova razza di giocatore non ancora diffusa. A soli 15 anni è già il prototipo di un nuovo tipo di calciatore, che anticipa di qualche anno il topos del difensore che sa marcare, ma che al contempo eccelle in fase di costruzione del gioco ed è elegantissimo nei movimenti.

Sintetizzando: Nesta raccoglie e idealmente evolve l’eredità tecnica e l’approccio al gioco di Beckenbauer, più che collegarsi in un fil-rouge alla tradizione italiana dei difensori/marcatori del passato.

D’altronde, i nati nel 1976 rappresentano per i sociologi i più anziani appartenenti alla Generation Y, quella della “net revolution”, tendente all’ottimismo verso il futuro, all’ambizione, alla tolleranza, all’intraprendenza, alla competitività, ma anche al narcisismo e all’apparenza. Elementi che non trovano riscontro nel Nesta uomo, ma che sono evidenti nel calciatore. Magnetico nelle movenze in campo quanto incredibilmente costante nel rendimento, Nesta è uno di quei pochissimi calciatori che fa venire voglia di giocare difensore.

Comunque, il secondo genito di casa Nesta cresce in fretta con papà che gli passa 3mila lire per ogni partita che gioca “a modo”: non fosse per un’incredibile crescita estiva di 22cm, che gli crea delle infiammazioni a spina dorsale e ginocchia costringendolo ad un lungo stop, per il 16enne Alessandro già si sarebbero aperte le porte dell’Under 18, nella quale gioca regolarmente il rivale Francesco Totti.Nesta14
Su Totti, al rientro dall’infortunio, Alessandro si prende una memorabile rivincita imponendosi con la sua Lazio in un derby con un perentorio 6-2. Stesso risultato – leggenda mai smentita da Nesta – che era maturato pochi anni prima pure in un sentitissimo Lazio-Lodigiani.
L’anno cruciale per Nesta è il 1993: a neanche 17 anni finisce nel radar dell’allenatore biancoceleste Dino Zoff. Che non aspetta che il ragazzino sia maggiorenne per farlo esordire nella massima serie: in un rocambolesco 2-2 in casa dell’Udinese, Nesta viene chiamato per rilevare Pierluigi Casiraghi a venti minuti dalla fine. Otto anni dopo il suo arrivo a Formello, la stella di Alessandro Nesta è pronta ad illuminare il palcoscenico nostrano.
“Se sei bravo e sveglio, è logico giocare pure a 17 anni. Il top un calciatore lo raggiunge a 28 anni, ma non è detto che prima uno non possa rendersi utile. Mi fa sorridere quando leggo che nessuno punta più sui giovani italiani: semplicemente non ce ne sono”.

La Lazio di metà anni ’90 non è certo quella che poi avrebbe vinto lo Scudetto – mancano Veron, Nedved, Almeyda, Salas, Simeone e Mancini – ma è una squadra con punte di talento: se in porta già gigioneggia Luca Marchegiani e sulla fascia sinistra scorrazza Favalli, l’attacco formato da Boksic, Casiraghi e Signori è assolutamente di livello. Senza contare che a centrocampo illumina il gioco il genio disfunzionale di Paul Gascoigne, cui è legato un curiosissimo aneddoto.06 Jan 2002: Alessandro Nesta of Lazio in action during the Serie A match between Inter Milan and Lazio, played at the Giuseppe Meazza Stadium, Milan. DIGITAL IMAGE Mandatory Credit: Allsport UK/Getty Images“All’epoca avevo 14 anni, ero alle prime sessioni di allenamento con la prima squadra. Lui era stato l’acquisto più costoso nella storia della Lazio. Mi fece un paio di brutti falli ma io, essendo un giovane, non dissi una parola e continuai a giocare. Ad un certo punto ho provato a fermarlo con un tackle un po’ troppo duro e gli causai la frattura di tibia e perone. Nessuno mi disse niente e Paul, una volta tornato dall’intervento alla gamba mi tranquillizzò dicendo che non era colpa mia e mi diede cinque paia di scarpe e un kit da pesca. Non ho idea del perché del gesto, ma era proprio da lui”.

Dopo stagioni non esaltanti a livello di squadra, l’ascesa di Nesta è inarrestabile. Se con Zeman – che lo schiera sempre titolare senza farsi problemi – il rapporto non decolla mai, diverso è il discorso con Sven Goran Eriksson, il tecnico della svolta. Anche se Alessandro ha sempre riconosciuto i meriti del boemo:

“Ho esordito come terzino in serie A, ma quando si sono fatti male 2-3 centrali Zeman mi ha messo come centrale e ho fatto bene le ultime quattro partite della stagione. In estate la Lazio aveva tanti soldi da spendere, ma Zeman è andato da Cragnotti e gli ha detto che in difesa non voleva nessuno, perché aveva il ragazzino, come mi chiamava, e che aveva deciso di far giocare me come centrale.”

Tuttavia è Eriksson che fa di quel tanto sicuro quanto introverso ragazzo un vero professionista, lasciandolo libero fuori e dentro al campo, ma al contempo responsabilizzandolo e svelandogli i trucchi del mestiere soprattutto da un punto di vista tattico. In poco tempo, il timido ragazzino di Cinecittà che un tempo giocava ala destra si stava scoprendo come uno dei migliori centrali d’Europa.125866740A Francia ’98, Nesta è titolare a soli 22 anni. L’attesa è alta: l’Italia attraversa le Alpi per vincere. Non c’è altro obiettivo per una Nazionale che ha lasciato a casa Totti. La difesa è nettamente la migliore del torneo: davanti a Pagliuca giocano Nesta, Costacurta, Cannavaro e Maldini. L’età media non supera i 26 anni, col 25enne del Real Madrid Christian Panucci che neanche sale sull’aereo.

In un’epoca di scialbi 4-4-2, l’Italia pare una roccaforte insuperabile per gli avversari e l’attacco Vieri-Del Piero offre più di una garanzia. Invece il sogno italiano si schianta sulla traversa del rigore di Di Biagio, mentre il Mondiale di Nesta era già finito da qualche partita: durante Italia-Austria, infatti, una torsione anomala gli aveva frantumato i legamenti del ginocchio. La carriera di Alessandro appare improvvisamente in pericolo: 6 mesi di piscina, palestra e fisioterapia non sembrano sufficienti, visto che una strana emorragia lo costringe a tornare sotto i ferri.

Il presidente della Lazio, Cragnotti, teme che la sua pepita d’oro si svaluti e cita la Federazione italiana per 6,5 miliardi. La stagione 1998/99 non pare iniziare sotto buoni auspici per Nesta. Anche se da quell’amara esperienza mondiale Alessandro è rientrato in patria con la conquista della moglie Gabriela, conosciuta perché quest’ultima – figlia di un dirigente federale – bazzicava Casa Italia.

Patrick Kluivert tra Alessandro Nesta e Demetrio Albertini. (Shaun Botterill /Allsport)

Patrick Kluivert tra Nesta e Albertini

Quando torna dall’esilio volontario a Collecchio, nella stagione 1998/99, per Nesta le cose sembrano finalmente mettersi bene. Fino al derby con la Roma, naturalmente, quando il solito Totti sbeffeggia la comunità laziale a suon di “vi ho purgato ancora”, mentre a Nesta saltano i nervi e viene espulso. L’affronto del Pupone non andrà mai giù ad Alessandro, che poche settimane dopo in Nazionale si prende a male parole (e non solo, si sussurra) con Francesco, sfiorando una rissa che viene sedata solo dall’arrivo dei compagni.

“Quelli di Cragnotti sono stati anni d’oro. La Lazio più forte in cui ho giocato era secondo me quella del 1999. Eravamo fortissimi, ma non abbiamo vinto nulla. Quello scudetto lo abbiamo buttato per inesperienza. Nel derby abbiamo perso la testa e ci siamo fatti espellere e squalificare in 4, tanto che la partita dopo con la Juventus abbiamo giocato senza la difesa titolare, compromettendo la stagione”.

Insomma, con gli anni era emerso un lato del carattere che fino a poco prima era rimasto sopito: quello dell’essere uno spaventoso competitor, nonostante l’apparente aria concentrata ma distaccata. Nesta in sostanza rifiuta la sconfitta. Detesta la sconfitta. E se è vero che “per vincere, bisogna essere disposti a perdere”, questo concetto non era chiaro a quel Nesta, sconcertato e disorientato perché la sua Lazio non riusciva a raccogliere nessuna reale soddisfazione.maxresdefaultNonostante le vittorie in Coppa Italia, la Lazio pare non riuscire a vincere, e Nesta diventa l’emblema di una squadra talentuosa ma incompleta, priva di cinismo nei momenti clou. Fino, naturalmente, allo Scudetto del 2000.

“Il momento più bello è stato la conquista dello scudetto, per giunta vinto in quel modo. Noi dentro lo stadio a guardare la Juventus che giocava, con settantamila persone appese insieme a noi alle voci e alle immagini che arrivavano da Perugia. Poi è arrivato il momento del trionfo ed è stata una festa impressionante, perché vincere a Roma non è come vincere da altri parti. A Roma si festeggia di più e più a lungo. Le immagini della festa dello scudetto le ho ancora scolpite nella mente. Mai visto o vissuto niente di simile in tutta la mia vita”.

Nesta di colpo diventa il capitano di una squadra finalmente vincente. Oltre allo Scudetto, arrivano la Supercoppa Europea, un’altra Coppa Italia e una Supercoppa Italiana. E la Coppa delle Coppe, vinta contro il Maiorca guidato da Hector Cúper. Per tutti è ormai il “ministro della difesa”: non accettando critiche che non provengano dal padre Giuseppe o dall’allenatore di turno, Nesta a 25 anni guida con perizia una compagine irripetibile nella storia delle Aquile. E con Cannavaro, in Nazionale, forma una coppia di centrali che forse non ha eguali nella storia del calcio italiano per complementarità tecnica e talento.pirlo2Anche se le delusioni in azzurro non mancano: agli Europei del 2000 è lui che si lascia sfuggire Wiltord nella finale più dominata della storia degli Azzurri, prima che Trezeguet ponga definitivamente fine ai sogni italiani consegnando la vittoria ai Galletti. A fine partita, è lui che si prende le colpe piangendo di fronte ai microfoni.

L’Annus Horribilis però deve ancora arrivare, ed è il 2002. È l’estate della disfatta italiana contro la Corea e quella in cui vengono alla luce le magagne del giocattolino messo su da Cragnotti. È pure l’estate in cui Alessandro Nesta diventa l’oggetto di una delle trattative più estenuanti della storia del calciomercato.

Sballottato fra Inter, Milan, Real Madrid e Manchester United, Alessandro non vorrebbe altro che poter continuare a difendere i colori della squadra per cui ha sempre tifato. Anche se un derby di pochi mesi prima aveva cominciato ad incrinare il rapporto coi tifosi:

“Quella partita è stato bravo Montella, ma io proprio non c’ero quella domenica. Tutti i giocatori nella loro carriera hanno la loro giornata nera, quella in cui tutto va storto, la mia è stata quella. Montella come tirava faceva gol e uno praticamente me lo sono fatto da solo. Quella partita è arrivata alla fine di una settimana difficile. La società mi aveva convocato in quei giorni per dirmi che a fine stagione dovevo andare via perché non c’erano soldi, mi avevano in pratica ceduto alla Juventus. Io non volevo andare, ci sono state delle tensioni, è successo un po’ di macello, sono arrivato alla partita che non ci stavo con la testa e ho fatto dei danni mai visti quella sera. All’intervallo, tra quello che era successo in settimana e quello che era successo in campo, è bastata una scintilla per farmi esplodere, ho mandato tutti a quel paese e sono uscito facendo una stupidaggine. Ero giovane”.

Fosse per lui, non lascerebbe mai la Lazio. Eppure, il primo settembre 2002, Cragnotti cede alle lusinghe di Berlusconi e Galliani e i TG mandano live le immagini di Nesta che si affaccia da un balcone di Via Turati, agitando al cielo la maglia rossonera, con lo sguardo un po’ smarrito e un po’ sollevato di chi è appena uscito da un periodo molto stressante a livello emotivo.

“Ad un certo punto, Cragnotti mi ha chiamato e mi ha passato il telefono dicendo che dovevo andare via, che dovevo accettare per forza perché il mercato stava chiudendo e la società aveva bisogno di incassare. Erano settimane che rifiutavo ogni trasferimento ma lì non ho potuto fare nulla: mi hanno mandato via subito, neanche il tempo di prendere le mie cose perché dovevo prendere l’aereo per Milano. Quando sono arrivato a San Siro, dove c’era un derby amichevole, non capivo nulla di quello che stava succedendo. Ad un certo punto mi giro e vedo anche Crespo, con il quale stavo facendo il torello poche ore prima a Formello e gli chiedo: ‘E tu che ci fai qui?’ lui mi guarda e risponde: ‘Mi hanno ceduto all’Inter’. Sono rimasto di sasso, non ne sapevo nulla e l’unica cosa che gli ho chiesto è stata: ‘Ma è rimasto qualcuno lì a Formello?’ lui si è messo a ridere, ma anche il suo era un sorriso forzato”.

A Roma è rivolta. E i tifosi si spaccano: qualcuno la prende malissimo, sentendosi tradito da colui che immaginavano sarebbe potuto diventare la versione laziale di Francesco Totti. e63aac65e72f6fee6cc2a72cf9f1ff28_origPer altri, la colpa è di Cragnotti. Anzi, la sua vendita è servita per salvare una squadra altrimenti destinata ad un inevitabile fallimento. Alessandro invece si chiude in se stesso, riducendo al lumicino le dichiarazioni e cercando di migliorare sul campo l’intesa col compagno di Nazionale Paolo Maldini, che è il primo a confortarlo e ad infondergli fiducia per il futuro a tinte rossonere.

“Appena giunto al Milan, mi sono trovato mille cose addosso, io poi per carattere sono uno che non ama la vetrina. Mi hanno messo sul balcone a salutare la gente con una maglietta in mano, mi sono trovato in una realtà che non mi apparteneva. Sono andato in conferenza stampa con Galliani con una faccia da funerale, perché quello era il mio stato d’animo”.

La prima stagione si rivela trionfale: il Milan si aggiudica la finale di Champions tutta italiana contro la Juventus, con Nesta che segna uno dei rigori che valgono la coppa nonostante la disabitudine a quel gesto tecnico. Quell’anno arriva anche la coppa Italia (contro la Roma), mentre quello seguente porta in dote il primo campionato. Ma, ancora una volta, una tremenda delusione è alle porte per l’ex capitano laziale: è naturalmente la rimonta-Champions del Liverpool di Gerrard e Benítez, che inspiegabilmente scippa la coppa dalle mani rossonere a Istanbul.nesta---mounir-el-hamdaoui-28-09-2010-ajax-amsterdam---milan-ac-champions-league-20110703101526-1735Parafrasando un proverbio, si può dire che “il calcio dà, e il calcio toglie”: Nesta è infatti parte del roster italiano che trionfa nel 2006, quando la Nazionale solleva l’agognata coppa che manca dal 1982. Ha compiuto 30 anni, e non fosse stato per un infortunio all’adduttore nel terzo match del torneo, sarebbe stato titolarissimo anche in quell’occasione.

Invece, per l’ennesima volta, Nesta è costretto ad abbandonare i compagni al loro destino. Destino ironico, visto che sarà proprio il suo sostituto Marco Materazzi a risultare desivo per la vittoria finale. Senza ammetterlo pubblicamente, diventare campione del mondo dalla tribuna è tuttora una ferita aperta per Alessandro.

I problemi fisici rovinano anche la stagione successiva: la spalla e la schiena non gli danno tregua, e fa scalpore la sua decisione di operarsi e fare la riabilitazione dall’altra parte del mondo, in Florida. I titoli su di lui sono taglienti e insinuanti, ma Nesta opta ancora per la strada del silenzio, consapevole che non sta passando giornate in spiaggia sorseggiando mojito, bensì cercando di recuperare una forma accettabile.

Perché Alessandro in fin dei conti sa che da anni è il miglior centrale al mondo. Lo sa perché non c’è estate in cui Alex Ferguson non abbia provato a comprarlo, o in cui Abramovich chieda di lui a Braida e Galliani. Ma se il suo ritorno da Miami riconsegna ai milanisti il centrale di sempre – che sembra poter spadroneggiare con la sua classe per altri 10 anni -, la storia va invece diversamente: la spalla è guarita, ma la schiena ormai è compromessa e lo tormenterà per le restanti stagioni costringendolo a lunghi stop che ne mineranno la continuità agonistica.

Stringendo i denti, Nesta continua a giocare, alternando fantastiche prestazioni a settimane in cui l’unica cosa che può fare è indottrinare il fenomeno in ascesa Thiago Silva. Infine, nel 2012 decide di andare a chiudere la carriera tra Canada e India. Adesso allena come ha sempre desiderato, proprio in MLS, la squadra di Miami. Senza fare troppo rumore o scalpore, ma con la solita sicurezza mista ad umiltà.

A chi lo ha criticato, Alessandro Nesta ha sempre risposto sul campo. Ha ribattuto a modo suo: tagliente, orgoglioso e a testa alta. Perché quella di Alessandro Nesta non è la tipica narrazione del calciatore famoso e pieno di sé; è la storia di un giocatore tanto talentuoso quanto umile, che ha sempre lasciato parlare il campo. O gli altri. Nesta è la dimostrazione plastica che esiste sempre un margine per migliorarsi, anche se sei uno dei più talentuosi in ciò che fai. Pure quando gli ostacoli appaiono insormontabili.nesta Nesta ha lasciato una legacy che va oltre il “semplice” ruolo, generando un nuovo standard con cui fare i conti. Rimane uno di quei capostipite che ha innovato il ruolo di centrale, elevandolo, grazie a fenomenali capacità di base ma anche ad un’applicazione – fisica e mentale – al più alto livello. Osservare la pulizia e insieme la glacialità dei suoi movimenti difensivi, riporta alla mente una perfezione kubrickiana.

Ha fermato meglio di tutti Messi a 35 anni suonati. Bloccava gli avversari con la stessa naturalezza con la quale Andrea Pirlo calciava le punizioni. Sono entrate nell’immaginario collettivo le sue scivolate tanto lunghe quanto pulite e impeccabili, in grado di dare il via all’azione meglio di un passaggio. È materia di studio nelle scuole calcio il suo innato senso di lettura preventiva dello sviluppo delle azioni. Si è elevato a modello universale il tempismo perfetto con cui si staccava un attimo prima per intervenire in anticipo sull’avversario. Alessandro Nesta da Cinecittà ha conosciuto vittoria e sconfitta. Senza perdere mai.

“Alcuni difensori cercano di buttarmi giù moralmente o mi aggrediscono fisicamente per cercare di incutere timore. Alcuni insultano la mia famiglia, altri mi chiamano “zingaro”. Quando i difensori si comportano così è perché hanno paura, sono consapevoli di essere inferiori e ricorrono a questi escamotage. Ma non tutti sono così: Maldini e Nesta non lo erano. Li rispetto molto per questo e anche perché con loro era sempre difficile prevalere, anche se stavano muti come pesci.” (Zlatan Ibrahimovic).