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I quarti di finale dell’Europeo si sono chiusi con la goleada francese sulla sorpresa Islanda. Un turno decisivo che ci ha lasciato sensazioni amarissime, insieme a spunti interessanti e momenti intensi.

Portogallo – Polonia 1-1 (5-3)

Federico Castiglioni

Si scomodano ormai astri, cabale e studiosi del calcio dell’anteguerra: i portoghesi accedono alla semifinale con il quinto pareggio (nei minuti regolamentari) in cinque gare dell’Europeo, mentre ancora non ci sono tracce della classe di CR7. In realtà, al momento il talento del madridista appare inutile nel noioso ma efficace gioco di pura rottura imbastito da Fernando Santos, mentre Quaresma (autore del rigore vittoria finale) nella gara contro i polacchi è nuovamente l’eroe di turno, con vaga somiglianza al Fabio Grosso del Mondiale 2006.

Altra vittima illustre così mietuta, la Polonia di Lewandowski e Milik, addormentata nella ripresa come già era successo all’elegante Croazia di Modric. Sonnambulismo fino alla vittoria.

Leonardo Capanni

Se prima dell’Europeo mi avessero raccontato che Quaresma sarebbe stato l’uomo decisivo di un Portogallo semifinalista e CR7 il flop, sarei esploso in una risata versione Eddie Murphy. E invece. Altra vittima illustre intrappolata nella ragnatela lusitana, anche stavolta modellata a tavolino contro le caratteristiche forti dell’avversario. Il 4-1-4-1 iniziale di Santos è l’ennesima dimostrazione dell’importanza ormai capitale rivestita da un preciso piano-gara difensivo adattato sull’avversario di turno.

Nonostante un primo tempo giocato meglio dalla Polonia – per intensità, approccio e superiorità in costruzione, grazie alla mossa Krychowiak “terzo centrale” che, però, alla lunga ha inaridito le linee d’uscita polacche al centro -, il Portogallo porta lentamente la sfida nel suo habitat naturale: le sabbie mobili di un ritmo basso e di un campo congestionato di duelli difensivi uno contro uno portati a tutto campo. La spunta nuovamente Santos, con buona dose di casualità – il tiro deviato di Renato Sanches – e grazie all’unico, pesantissimo errore di Kuba in questo torneo.

Nonostante tutto, mi porterò dentro il commento di Antena1 sul rigore decisivo di Quaresma.

Galles – Belgio 3-1

Federico Castiglioni

I diavoli rossi sono il tipico alunno che è intelligente, ma non si applica. E l’insegnante Wilmots non è poi questo gran pedagogo. Il missile terra-aria di Nainggolan buca la porta ma non sbriciola la compattezza dei gallesi, chiamati alla riscossa dal capitano Williams. E poi c’è la rivincinta dei non blasonati: Robson-Kanu, attaccante svincolato dalla B inglese, 3 gol in stagione, va a ricevere in area e con una finta da grande centravanti ne manda fuori tempo tre e fredda Courtois. Nel finale gli subentra Vokes, un altro che viene dalla Championship, un altro che colpisce il Belgio, stavolta con uno stacco aereo imperioso.

Per Hazard e compagni, di nuovo, sarà per la prossima volta. Magari dovrebbero guardare se nella cadetteria d’Inghilterra c’è pure per loro un centravanti. Per il Galles, invece, è una pagina di storia che continua a scriversi.

Leonardo Capanni

Wilmots contro Wilmots. Che non è il remake fiammingo del classico hollywoodiano con la coppia Dustin Hoffman-Meryl Streep, ma che rende l’idea di come questo Europeo sia sempre più terreno di consacrazione per allenatori con idee chiare, e non per selezionatori à-la page. Il Galles ha studiato, eccome, la netta vittoria italiana d’inizio torneo e ha riproposto, sfruttando i suoi uomini e le sue caratteristiche principali, uno spartito che il Belgio non riesce proprio a codificare.

L’impostazione di base gallese, 3-5-2, ha favorito una perfetta lettura della partita; aggiungiamoci pure le assenze di Vermaelen e Vertonghen – sostituiti da due elementi come Denayer e Jordan Lukaku – che hanno fatto la differenza. Per il Dragone, però. La coppia coloured riesce ad entrare in maniera decisiva sui primi due gol gallesi: uno perde totalmente la marcatura a zona sul corner, l’altro salta fuori tempo; sul bellissimo quanto inusuale gol di Robson-Kanu, uno corre a perdifiato all’indietro per 35 metri, lasciando una voragine dove Ramsey s’infila abilmente, l’altro è in ritardo e non riesce a contrastare il 10 gallese, pur essendo quasi di spalle.

Chiarito ciò, straordinario Galles fin qui. Idee chiarissime in campo, squadra coesa, un Bale versione alieno e infine pure il gol più old-fashioned del torneo: l’incornata poderosa, incrociata, con taglio sul primo palo di Vokes (ed ennesimo liscio di Denayer, ma vabè). Memorabilia anni ’90.

Italia – Germania 1-1 (6-7)

Federico Castiglioni

La sfida infinita. Nella storia, e pure in campo, dove ai campioni del mondo non bastano 120 minuti per aver ragione del coriaceo manipolo messo su da Conte. Una fesseria di Boateng rimette in pista gli azzurri apparentemente stesi dal rocambolesco gol di Özil e per un istante ci fa amare tutti Bonucci, forse anche ai più ferrei anti-juventini. Servono ben 18 rigori per decidere la terza semifinalista. Ma con quelli non c’è briglia tattica di Conte che aiuti.

Sei solo con un pallone, e ci devi bucare uno dei due migliori portieri del mondo. Probabilmente a questo pensava Zaza nella sua lunghissima rincorsa (o forse all’intera sua vita, il tempo non gli è mancato), probabilmente a questo non voleva pensare Pellè facendo il gesto del cucchiaio a Neuer (glaciale nel tornare tra i suoi dopo aver accompagnato il pallone a fondocampo, là spinto da un goffo tiro a incrociare, ma forse pure il portiere tedesco lì ha pensato di averla scampata bella). E chissà a cosa pensava Müller, o il vecchio Bastian. Ma loro sono riusciti alla fine a svoltarla, e già hanno dimenticato. Hanno l’ennesima semifinale da affrontare. A noi, restano solo le lacrime di Barzagli.

Leonardo Capanni

Ne ho già scritto ieri mattina a caldo: Löw ci temeva come nessuno, e ne aveva piena ragione. E infatti Löw ha giocato a fare il Conte, difesa a 3 con Boateng che assorbiva gran parte dei compiti d’impostazione, in assenza di Kroos, straordinariamente inaridito dal piano tattico italiano. C’è poco da dire, se non che questa partita sarebbe potuta andare avanti per altre 48 ore non mostrando mai una reale superiorità ed elevando il livello dello scontro tattico a nuovo modello.

Si sono affrontati i due migliori tecnici del torneo per preparazione, abilità nel saper leggere l’avversario, capacità nel modificare il proprio assetto in base al rivale. Pochissimi errori, discreta dose di casualità in entrambe le reti (Boateng in versione Jesus Christ Superstar in area di rigore devo ammettere che mi ha sconvolto).

Screenshot di Boateng che salta

E niente, storicamente la guerra di posizione difficilmente si vince, se non dopo una lunga agonia che sfianca entrambi. I rigori sono stati un universo a parte, con una tensione (in)naturale che è calata sui tiratori tedeschi più esperti e sulla testa di Pellè, Zaza e Darmian, che – ognuno a modo suo – hanno reagito malissimo al peso della posta in palio che aleggiava sopra le loro teste. Purtroppo. Comunque, al netto di processi, chiacchiere e giustificazioni, sono stati rigori drammatici, che hanno perfettamente reso l’essenza della più grande e sfiancante battaglia tattica che l’Europa ricordi. Finita in pareggio.

L’immagine dell’Europeo

Francia – Islanda 5-2

Federico Castiglioni

La favola vichinga termina così, con una rotta totale addolcita dalle eccessive dormite della difesa francese che rendono meno rotondo il risultato. I Bleus (indubbiamente la squadra più forte incontrata dagli islandesi, qualificazioni comprese) fanno saltare subito il fortino di una squadra apparsa comunque stanca, in primis di testa. Avevano già dato tutto.

E la Francia approda così alla semifinale dopo aver battuto Romania, Albania, Irlanda e Islanda. Una passeggiata di salute, e per la Germania val ben poco il vantaggio del giorno di riposo in più, dato che i tedeschi vengono da ben altro dispendio fisico e mentale nel loro quarto. A questo punto sotto sotto spero nell’approdo dei francesi in finale dopo una semifinale corrida, e conseguente sconfitta stile Maracanazo. Magari per mano del Galles, ma forse chiedo troppo.

Leonardo Capanni

Che peccato. L’Islanda, terra di ghiacci eterni ed epicità in pari misura, si scioglie sotto l’acquazzone francese. Ma poco importa perché la lezione islandese – al pari di quella gallese – rimane materiale da studiare. Senza scivolare in stucchevoli retoriche, come avevamo preannunciato prima dell’Europeo, l’Islanda è una squadra vera da anni: ha sfiorato il Mondiale in Brasile, cedendo all’ultimo alla Croazia, si è qualificata con pieno merito all’Europeo portando a termine il suo primo e storico “giant-killing” contro l’Olanda, infine è arrivata seconda nel girone, ha estromesso l’Inghilterra impartendo una lezione tattica al derelitto Hodgson.

Può bastare, per una nazione di 323mila abitanti che fino a 9 anni fa si trovava a giocare strane amichevoli strappalacrime contro l’Estonia. Ancora una volta ha vinto la progettualità. E la preparazione tattica di un tecnico costantemente sottostimato, lo svedese Lagerbäck, che resta il deus ex machina del fenomeno-Islanda. Peccato, il geyser sound a Parigi avrebbe avuto un fascino epico e maligno.

La Francia, di contro, ha sistemato le sue debolezze principali strada facendo. Griezmann finalmente valorizzato in ruolo consono alle sue caratteristiche e sempre più lanciato verso il titolo di capocannoniere, Payet fondamentale in ogni fase di gioco e che è un piacere per gli occhi per pulizia di tocco e soluzioni finali, Pogba che si è sbloccato. Basterà contro la Mannshaft? Certo, la fatica accumulata dai tedeschi, insieme alle assenze di Gomez e Khedira, non fanno stare tranquillo Löw. Ma, una volta superata questa Italia, li vedo “condannati” a vincere. Con buona pace di Deschamps.